CAPITOLO XCIV.

Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno di Napoli si sottomette a Carlo VIII.

1494 = 1495.

Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio. L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj, cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende, che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla probità.

La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio, ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere dal trono senza aspettare un urto straniero.

Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona, credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato, Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].

Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre; aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.

Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII, fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito liberare[170].