Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il 2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171]. Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa, da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che, colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale, onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].

Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici, il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.

L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona, ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno, acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro fedeltà[176].

Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano; Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori. Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo nemico il cardinale di san Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].

Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re, era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze, Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata. Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.

Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando; il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto, affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del Popolo[181].

La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani, inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori, e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure, da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.

Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata, armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj laterali.

I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re, dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo, sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati coi principali signori della Francia.

Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182]. Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa, riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].