Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero, per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia, di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro, seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans, della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].

Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba; mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua sventura[187].

Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata; Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli, Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero. Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico, promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in vita sua le armi contro i Cristiani[189].

I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro ad vincula, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem. Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e che lo rimandò a Costantinopoli[190].

Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere a Bajazette II[191].

Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza venire ad un fatto d'armi[192].

Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano, che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia, spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta, lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi, mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze, dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro famiglia[194].

I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].

Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri. Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa, ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi, rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi. Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i rimorsi della sua coscienza.

Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando. Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio, il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva, allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà. Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel 1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti. Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de' consigli dati da Alfonso a suo padre.