Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un popolo furibondo[200].

Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse, ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da tanto tempo teneva in prigione[202].

Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di seggi o sedili, esercitavano l'autorità municipale[203].

Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio, rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000 ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].

Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24 di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona, alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe potuto valersi egli medesimo.

Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo, facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno, non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che trovavasi lungo la strada[210].

Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne' contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale, pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi disordinatamente fino a Capoa[212].

Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico, che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati, sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata, giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato, tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso; Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza: parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].