Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re arragonese, e per lo stesso soldo[216].

Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona, abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città, ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città, poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].

La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora, rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il 21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi ordini circa venti vascelli[218].

Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo. Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].

Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro equipaggi[220].

I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio; il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando, Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re francesi[222].

Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario; ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina, destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi, affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].

Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].

Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa, giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse il partito d'Arragona[225].