Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione. Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche, vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro. Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida politica di Venezia[228].
Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia. Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia, si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere in breve il suo giogo insoffribile.
Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati, per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla; infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona, rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla, quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano, suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina, il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara, il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro, tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune, dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi, distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni confiscati, e che loro prometteva mano forte per ristabilirveli, qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].
Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare tutti i principi d'Europa[234].
Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de' mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli, offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente dell'avversità[236].
CAPITOLO XCV.
Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica, sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de' Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne l'indipendenza.
1494 = 1495.
Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de' Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de' suoi governi.