Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia. Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà, ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti, non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de' cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più perfetti, sviluppandone le facoltà.
La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.
Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non desiderare che i soli piaceri fisici.
Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità. Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria, che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli abusi del potere.
Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo. Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica, contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia, contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa oligarchia.
Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune, entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze, il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.
Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti, ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini, universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia; mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia, inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione, non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario, in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della repubblica[241].
Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili, accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di Frateschi e di Piagnoni. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini, erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].
La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia. Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito degli arrabbiati o de' compagnacci; mentre che i più saggi oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].
Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici, che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj, e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.