Davasi ai membri di questo partito il nome di bigi, volendo quasi indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò, perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].
Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza. Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il nome di Balìa, onde procedere alla ricostituzione della repubblica. Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti armati, onde impedire, secondo essi dicevano, che la piazza non si empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo, quando il suono della campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione: allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].
I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di accoppiatori, dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, tenere le borse. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i dieci della guerra e della pace[247].
Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni, conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo fino alla rivoluzione[250].
Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata. Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria, che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori, venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una scelta oligarchica[252].
Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di riferire tutta questa serie di avvenimenti.
Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica volontà.
I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de' Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene amministrati.