I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII, non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne Vico Pisano, Cascina e Buti[255].

Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].

Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata. Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini, cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].

Il re, durante questa disputa, inclinava evidentemente a favorire i Pisani. Pure si offrì mediatore tra i due popoli, loro proponendo una sospensione d'ostilità fino al suo ritorno dall'impresa di Napoli, promettendo in allora di sentenziare conformemente a ciò che volevano la giustizia ed i trattati. Ma i Fiorentini, che diffidavano di queste ambigue parole, lo stringevano all'esecuzione di una solenne giurata convenzione. E perchè ancora non avevano pagato la maggior parte del sussidio che avevano promesso, il re, che aveva bisogno di danaro, disse che spedirebbe Briçonnet, cardinale di san Malo, a Firenze per ricevere quella somma e far eseguire il trattato.

Briçonnet presentossi il 5 di febbrajo alla signoria di Firenze, e seppe così destramente persuaderla della sua buona fede e delle sue premure a consegnar loro una delle fortezze di Pisa, sempre occupata dai Francesi, che da lei ottenne in compenso che gli si pagherebbero i quaranta mila ducati non ancora maturati[260]. Quand'ebbe ricevuto il danaro partì il 17 febbrajo alla volta di Pisa; ma ritornò il 24, dichiarando che i Pisani non avevano voluto ubbidire, e che non aveva potuto adoperare contro di loro la forza, perchè, come ecclesiastico, sarebbe colpevole in faccia a Dio se facesse spargere sangue. La notizia della conquista di Napoli giunse opportunamente per dargli un pretesto di partire, onde raggiugnere il suo padrone, cavandolo così da un'equivoca situazione[261].

I Pisani avevano pure spediti ambasciatori a Siena ed a Lucca per domandare ajuti a queste due repubbliche, colle quali avevano avute antiche alleanze, e ch'erano rimaste rivali dei Fiorentini. L'una e l'altra parevano nuovamente apparecchiate ad assisterli, ma temevano ambedue di compromettersi troppo apertamente. Non pertanto i Lucchesi loro mandarono del danaro ed alcune centinaja di moggia di frumento[262]; ed i Sienesi spedirono loro immediatamente alcuni uomini d'armi che stavano al loro soldo[263]. I Pisani credevano di poter ottenere una più efficace assistenza dal duca di Milano, Lodovico il Moro, il quale era stato uno de' primi ad incoraggiarli a prendere le armi, e gli aveva protetti con zelo alla corte di Francia, mostrandosi vivamente interessato, perchè non ricadessero di nuovo sotto il giogo. Infatti, se questa guerra si prolungava, lusingavasi che Pisa, troppo debole per difendersi colle sole sue forze, finirebbe col darsi a lui, come in addietro si era data a Giovan Galeazzo Visconti, uno de' suoi predecessori. Pure siccome era legato ai Fiorentini con un trattato d'alleanza, non volle apertamente violarlo, e si limitò a rinviare gli ambasciatori pisani ai Genovesi, che gli avevano data la signoria della loro città, ma che in pari tempo si erano, in forza della loro capitolazione, riservato il diritto di fare a posta loro la pace o la guerra[264].

Due secoli prima i Genovesi, dopo le antiche loro vittorie sui Pisani, eransi lusingati d'estendere il loro dominio a tutta la costa toscana. Di già vi avevano alcuni castelli, e fecero inoltre l'acquisto del porto di Livorno, che il loro doge, Tommaso Fregoso, vendette poi ai Fiorentini. Dopo una tale epoca vennero respinti sempre più lontani dai confini della Toscana. Perdettero successivamente Pietra Santa e Sarzana, ed il fiume Magra venne finalmente stabilito per confine tra il loro territorio e quello di Firenze. Dopo ciò i Genovesi, rimasti gelosi de' Fiorentini, accolsero favorevolmente i deputati di Pisa. Uno storico genovese contemporaneo riferisce il seguente discorso, pronunciato dai deputati pisani innanzi al senato di Genova: