«Scusateci, padri coscritti (essi dissero), se non sappiamo parlare in modo conveniente alla dignità di questo senato e alle nostre sventure; datene soltanto colpa a quella così lunga, così miserabile, così crudele servitù in cui ci tennero i Fiorentini. Un lungo intervallo ci fece dimenticare in qual modo si parli ad uomini del vostro grado. Noi più non avevamo opportunità che di favellare coi nostri terrieri, intorno ai tributi che dovevamo pagare, o intorno alla coltura de' nostri campi che appena ci si lasciavano ancora. Altra cura non ci si accordava che quella di trovar modo a soddisfare a quelle esazioni sempre rinnovate, onde sottrarci al duro carcere di cui eravamo minacciati. La ricordanza di quest'abbietta servitù ci riempie tuttavia di spavento. Perdonateci, illustri senatori, perchè per noi parlano i nostri bisogni, e suppliscono alla nostra incapacità. L'anima nostra respira volgendosi verso di voi. Poc'anzi eravamo ancora tra le catene, ora ci vediamo liberi; eravamo come morti, ora viviamo riponendo in voi tutta la nostra speranza. Dio nella sua misericordia si è di noi ricordato, e ci ha mandata dal cielo la libertà. La ci fu data dal re Carlo; ma imponendoci l'obbligo di difenderci da noi stessi. Soli non siamo in istato di farlo; ci riconosciamo troppo deboli, appena restandoci un soffio di vita: onde tutta la nostra speranza è in voi riposta, e da voi aspettiamo la vita o la morte. Abbiate adunque pietà di noi. Se ci assistete, la nostra città sarà cosa vostra, perciocchè a voi attribuiremo il beneficio di quella libertà che ci fu data da un re clemente. Saremo vostri soldati, e combatteremo con zelo contro tutti coloro che ci additerete come vostri nemici. Ma se da voi non ci è dato di ottenere così segnalato favore, abbiamo determinato d'imitare l'esempio de' Sagontini, e di anticipare la crudeltà de' nostri nemici. Colle nostre proprie mani sveneremo i nostri figli, le nostre spose, brucieremo le case nostre ed i nostri templi; poi ci precipiteremo su questi roghi per non lasciare ai nostri nemici il modo di esercitare le loro vendette[265].»
I Genovesi, mossi da così calde preghiere e dalle copiose lagrime con cui i Pisani avevano posto fine al loro ragionamento, loro diedero armi d'ogni genere di cui avevano urgentissimo bisogno, e che i Pisani ebbero l'accortezza d'esporre sulla pubblica piazza, perchè a tutti fosse nota l'assistenza che il loro stato aveva ricevuto e si facessero a sperar bene. In pari tempo Alessandro Negroni fu mandato a Pisa con autorità di chiamare in ajuto de' Pisani, qualunque volta lo credesse necessario, tutti i limitrofi abitanti della Liguria. Finalmente furono prese le convenienti misure per mantenere in servigio dei Pisani, ma a spese delle tre repubbliche di Genova, di Siena e di Lucca dugento uomini d'armi, dugento cavalleggeri ed ottocento pedoni, de' quali fu dato il comando a Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, ed a Giovanni Savelli[266].
Gli stessi Pisani avevano preso al loro soldo Lucio Malvezzi, emigrato bolognese, che, dai Bentivoglio acerbamente perseguitato, aveva trovato protezione presso il duca di Milano[267]. Il Malvezzi era buon capitano, ed aveva seco condotti circa trecento soldati veterani. Questi attaccò i Fiorentini, che assediavano Buti, sforzandoli a chiudersi in Bientina. Vero è che poco dopo i Fiorentini avevano in ricambio costretti i Pisani a ritirarsi dall'assedio di Librafratta poi ch'ebbero sotterrati i cannoni che vi avevano condotti. Allora i Fiorentini si erano sparsi per la valle del Serchio, ed avendo occupati i bagni di Pisa minacciavano perfino i sobborghi della città. Lucio Malvezzi che vi si era ritirato, fece suonare a stormo; e, rinforzata la sua armata con tutto il corpo della milizia pisana, venne ad attaccare i Fiorentini lungo il canale derivato dal Serchio, gli sgominò, cacciandoli fino a Librafratta, dove ricuperò i suoi cannoni, e tornò trionfante a Pisa, con molti prigionieri e cavalli[268].
I Fiorentini eransi ritirati attraverso allo stato di Lucca: Lucio Malvezzi gl'inseguì, ed avendo, prima che vi giugnessero i nemici, fatto occupare da un distaccamento il ponte del Serchio, li pose tra due fuochi. La cavalleria, condotta da Ercole Bentivoglio avea potuto per altro fuggire passando il fiume a nuoto, e dopo essersi posta in sicuro a Monte Carlo, era poi tornata ad occupare il suo accampamento a Pontadera; ma i fanti furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri[269].
Mentre che i Fiorentini continuavano la guerra contro i Pisani con sì mala riuscita, una nuova ribellione de' loro sudditi accrebbe la loro inquietudine. Il 26 marzo del 1495 la potente borgata di Montepulciano scosse il giogo della signoria[270]. I Fiorentini avevano in ogni grossa terra del loro territorio una fortezza che sempre aveva una porta esterna per ricevere i soccorsi. In ciascuna fortezza non tenevano che quattro o cinque soldati, che cautamente vi si chiudevano e facevano rigorosa guardia; questi quattro uomini bastavano per difendere la piazza quarantotto ore in caso di ribellione della borgata, o d'impreveduto attacco, e la signoria di Firenze non aveva bisogno che facessero più lunga resistenza per avere il tempo di soccorrerli. Ma le quattro guardie della fortezza di Montepulciano non si erano prese il pensiero di rifare i loro approvvigionamenti; inoltre, male osservando la loro consegna, tre di loro talvolta uscivano insieme, ed un solo restava in castello per chiudere ed aprire la porta. Gli abitanti di Montepulciano, malcontenti del governo fiorentino, della gravezza delle imposte e dell'alterazione delle monete, risolsero di porsi in libertà sotto la protezione de' Sienesi. Si accordarono adunque coi magistrati di quella repubblica, colla quale confinavano; indi cogliendo l'istante in cui tre de' soldati del castello erano usciti, vi chiusero il quarto, spingendolo nella principal torre, lo atterrirono e lo ridussero ad arrendersi entro un'ora[271]. Allora si diedero ad atterrare la fortezza, che non poteva servire che a tenerli dipendenti, ed intanto spedirono deputati ai Sienesi per porsi sotto la loro protezione. I Sienesi, sebbene legati coi Fiorentini da precedenti trattati, non si mostrarono difficili ad accoglierli. Si obbligarono a ricevere Montepulciano sotto la loro perpetua protezione, ed a trattare gli abitanti come confederati, non come sudditi; e tosto mandarono alcune truppe in loro ajuto[272].
I Fiorentini, che si erano sinceramente attaccati all'alleanza della Francia, e che, dietro le esortazioni di Savonarola, continuavano a mantenersele fedeli, malgrado i motivi di malcontento che loro dava il re, mandarono deputati a Napoli, a Carlo VIII, per chiedergli la guarenzia de' loro dominj, in conformità degli obblighi che si era assunti nel trattato, e perchè obbligasse i Sienesi, suoi alleati, a rendere loro una borgata ed il suo territorio, che avevano ingiustamente occupati. Ma Carlo rispose loro con un amaro sarcasmo: «Che posso io fare in vostro favore, se così voi maltrattate i vostri sudditi che tutti si ribellano[273]?»
Non meno che le parole, le azioni di Carlo mostravano quanto facesse poco conto del suo trattato coi Fiorentini, e dell'appoggio loro, mentre contro di lui si andava condensando un turbine nella parte settentrionale dell'Italia. Gli ambasciatori pisani, ch'erano a Napoli, da lui ottennero seicento soldati tra Svizzeri e Guasconi, che giunsero a Pisa sopra una nave di trasporto, e che in aprile ricominciarono l'assedio di Librafratta, di cui s'impadronirono. Lucio Malvezzi riprese press'a poco tutti i castelli de' Pisani che aveva dovuto prima abbandonare[274]. Aveva occupato la fortezza della Verrucola, la quale, essendo posta sopra la più orientale sommità della montagna che divide dal Pisano il territorio Lucchese, signoreggia la Val d'Arno, e scuopre tutto il piano pel quale i Fiorentini potevano avvicinarsi a Pisa. Questa posizione dava al Malvezzi il vantaggio di conoscere tutti gli andamenti del nemico e di prevenirne i progetti. Francesco Secco, generale fiorentino, si apparecchiava ad attaccare Verrucola, ma il Malvezzi lo sorprese a Buti, sgominandogli l'armata e facendogli molti prigionieri. Occupò poscia san Romano e Montopoli; ed i Fiorentini, vedendo le bandiere francesi tra le truppe nemiche, non vollero battersi contro di loro, ed abbandonarono Pontadera e tutto il territorio pisano[275].
L'antico attaccamento de' Fiorentini per la corona di Francia veniva indebolito da tante ingiurie e da così costante mancamento di fede. Nello stesso tempo tutta l'Italia si muoveva contro i Francesi, ed i deputati di Venezia e di Milano pressavano i Fiorentini ad unirsi alla causa dell'indipendenza d'Italia[276]; vi sarebbero senza dubbio riusciti, se Girolamo Savonarola non avesse colle sue profetiche ammonizioni accresciuto il timore che aveva la signoria per trovarsi la prima in sul passaggio dell'armata francese al suo ritorno. Già da più anni il Savonarola aveva annunciato che una straniera invasione cagionerebbe la ruina d'Italia. Allorchè apparve Carlo VIII aveva dichiarato essere costui il monarca scelto da Dio per gastigare i malvagi e per riformare la Chiesa[277]. Proseguiva a dire che sebbene Carlo VIII non avesse soddisfatto all'incarico impostogli dalla divinità, era però sempre il suo inviato; che Dio continuerebbe a condurlo quasi per mano, liberandolo da tutte le difficoltà in cui si era posto[278]. Cotali profezie, ripetute con tanta asseveranza dal pulpito, venivano pienamente credute dal popolo e dai capi della repubblica. Firenze più non era omai diretta da una politica umana, ma a seconda delle rivelazioni che credeva di ricevere dal cielo; ed il riformatore italiano esercitava sulla repubblica fiorentina quell'influenza che cinquant'anni dopo ebbe il riformatore francese sulla repubblica di Ginevra. Savonarola e Calvino avevano press'a poco gli stessi principj, ed univano egualmente la religione alla politica; ma il Savonarola coll'immaginazione del mezzodì e coll'ardore del suo carattere credeva di ricevere immediatamente dalla divinità quelle ispirazioni che gli venivano dalle sue riflessioni e dalle sue cognizioni. Questa stessa immaginazione signoreggiava troppo la sua ragione, perchè gli venisse in pensiero di assoggettare a disamina il corpo della religione. Limitava la sua riforma all'organizzazione della Chiesa, alla purificazione de' costumi, senza avere mai voluto introdurre veruna variazione nella sua fede.
Gli altri stati d'Italia, la di cui politica non era diretta dalle profezie e dalle prediche di un uomo che credevasi inviato da Dio, non avevano potuto vedere senz'estrema inquietudine l'inaudita prosperità de' Francesi, la conquista di Napoli, fatta senza venire a battaglia, e il subito rovesciamento di quella casa di Arragona che per tanto tempo aveva inspirato terrore a tutti gli stati italiani, ed era scomparsa al primo soffio di contraria fortuna. L'arroganza de' Francesi accresceva quest'inquietudine; siccome la loro mal dissimulata ambizione stendevasi a tutta l'Italia, essa rendeva precaria l'esistenza di tutti i sovrani. Il duca d'Orleans, rimasto in Asti, apertamente manifestava le sue pretese sullo stato di Milano, e minacciava Lodovico il Moro, mentre Carlo VIII a Napoli pareva che a bella posta cercasse d'accrescere la diffidenza di questo suo primo alleato. Erasi Carlo affezionato Gian Giacopo Trivulzio, personale nemico dello Sforza, e proscritto come ribelle dallo stato di Milano, e lo avea preso al suo soldo con cento lance. Erasi pure affezionato con larghe promesse il cardinale Fregoso ed Ibletto de' Fieschi, i due capi degli emigrati genovesi, nemici dello Sforza; per ultimo aveva ricusato a Lodovico il Moro il principato di Taranto, già solennemente promesso, dichiarando di non essere tenuto a dargliene il possesso che dopo che tutto il regno di Napoli sarebbe a lui subordinato[279].