I Francesi tenevano sempre le loro guarnigioni nelle fortezze di Sarzana e di Pietra Santa, che avevano promesso di restituire ai Genovesi; erano rimasti padroni delle principali fortezze degli stati di Lucca, di Pisa, di Firenze e di Siena, e con ciò davano legge a tutta la Toscana; avevano inoltre forzati gli Orsini ed i Colonna a dar loro in mano i più forti castelli, come pegni del loro attaccamento, e finalmente ridotto il papa a consegnare le sue migliori fortezze. Il progetto di signoreggiare tutta l'Italia pareva essersi adottato dall'ambiziosa corte di Carlo VIII, e sostituito al primo della spedizione della Grecia, che omai più non si risguardava che come uno stratagemma inventato per disarmare i popoli cristiani. I sovrani forastieri non erano nè meno scontenti, nè meno inquieti. In Ispagna Ferdinando ed Isabella deploravano l'infortunio del loro cugino, e la perdita d'un regno che aggiungeva splendore e potere alla casa d'Arragona. Altronde essi temevano per conto della Sicilia, la quale, avendo appartenuto agli Angiovini, poteva essere, come Napoli, richiamata dai Francesi, e che potrebbe difficilmente difendersi contro di loro, qualora riuscisse loro di stabilirsi dall'altra banda del Faro. Massimiliano, re de' Romani, conservava un amaro rancore contro Carlo VIII, che in occasione del suo matrimonio, gli aveva fatti i più sanguinosi affronti che possano farsi ad un padre e ad uno sposo. Vero è che avevano fatta la pace, ma Carlo VIII, attraversando l'Italia, non aveva mostrato verun rispetto per i diritti imperiali, era entrato da conquistatore nelle terre dell'impero, ed aveva parlato come padrone; di modo che aveva dati all'imperatore eletto infiniti motivi di lagnarsi e di ricominciare la guerra[280].

Filippo di Comines, signore d'Argenton, il sottile politico, e lo storico che descrive con tanto interessamento il regno di Lodovico XI e la spedizione di Carlo VIII, era in allora ambasciatore di Francia a Venezia, ove soggiornò otto mesi. Era stato colà mandato per persuadere quella potente repubblica a collegarsi alla Francia, o per lo meno a mantenere la promessa neutralità: gli offriva nel primo caso la ricompensa di Brindisi e d'Otranto, a condizione che i Veneziani restituirebbero quelle città, quando il re, acquistando la Grecia, potrebbe assegnar loro un più vasto dominio in quel paese. Ma i Veneziani, che invece di prevedere i rapidi avanzamenti del re, non supponevano nè meno che perseverasse ne' suoi progetti, avevano con onesti pretesti rifiutate così magnifiche condizioni che non avevano apparenza di potersi eseguire, e protestarono di mantenersi neutrali[281]. Nella stessa maniera avevano rinviati gli ambasciatori del re Alfonso e quello del sultano Bajazette, che tutti volevano persuaderli a difendere il re di Napoli; mentre l'ambasciatore milanese, che pure si trovava in Venezia, li riteneva nella sicurezza che il suo padrone ben saprebbe a quale partito appigliarsi per far tornare, quando fosse tempo, il re di Francia al di là delle Alpi[282].

Il trattato di Pietro de' Medici con Carlo VIII risvegliò finalmente l'inquietudine della signoria, ed i rapidissimi avanzamenti dell'armata francese rendettero egualmente inquieti il duca di Milano, il re de' Romani, che temeva che Carlo VIII non ricevesse dal papa la corona imperiale, ed il re di Spagna. Questi principi intavolarono dunque in Venezia un'alleanza per la comune sicurezza. Vi si videro giugnere successivamente il vescovo di Como e Francesco Bernardino Visconti, ambasciatori del duca di Milano, Ulrico di Frondsberg, vescovo di Trento, con altri tre ambasciatori di Massimiliano, ed all'ultimo Lorenzo Suares de Mendoza y Figueroa, ambasciatore di Spagna[283]. Da principio questi diplomatici non si adunavano che di notte, sia tra di loro che coi segretarj della signoria. Lusingavansi con ciò di non essere osservati dal Comines; ma avendo costui scoperte per tempo le loro pratiche, strinse francamente gli ambasciatori milanesi a fargli parte delle loro doglianze per provvedervi amicamente, piuttosto che alienarsi dalla Francia, la di cui alleanza era stata e poteva anche in avvenire riuscire utile al loro signore[284].

Il Comines tentò pure di sconsigliare la repubblica da questi ostili progetti, ma egli cedeva in accortezza agl'Italiani: gli ambasciatori milanesi gli avevano protestato con solenni giuramenti, che fallaci erano i suoi sospetti; la signoria lo aveva assicurato che la lega da lei progettata non solo non era diretta contro il re, ma doveva essere sottoscritta di accordo con lui, poichè si trattava di fare di concerto la guerra ai Turchi, di sforzare tutti gli alleati a concorrere alle spese, e di procurare a Carlo VIII l'alto dominio del regno di Napoli con tre delle sue principali piazze per guarenzia, conservando per altro la corona al principe arragonese, che sarebbe feudatario della Francia. Il Comines chiese tempo per partecipare queste proposizioni al re, e fece istanza perchè i Veneziani non venissero ad alcuna definitiva convenzione prima d'averne avuto riscontro. Ma Carlo, i di cui prosperi successi superavano le sue speranze, non volle porgere orecchio a veruno accomodamento[285]. Gli ambasciatori, avendo allora conosciuto che i loro abboccamenti erano noti, più non cercarono di celarsi, e si adunarono tutti i giorni. Pensavano a determinare il numero delle truppe che i Veneziani manderebbero a Roma, mentre Ferdinando difendeva Viterbo; ma quando seppero che questa città era stata abbandonata senza essersi tirato un colpo di fucile, e che poco dopo era stata evacuata Roma, i loro timori andarono crescendo colle difficoltà della loro posizione[286].

«Vedendo i Veneziani (dice il Comines) tutto ciò abbandonato, ed avvisati che il re si trovava in Napoli, mi mandarono a cercare, e mi dissero queste notizie, mostrandosene lieti; tuttavolta dicevano che il detto castello era gagliardamente munito[287]; e ben vedevano esservi da sperare assai che non si arrendesse, e consentirono che l'ambasciatore levasse gente d'armi a Venezia per ispedirle a Brindisi, ed erano vicini a conchiudere la lega, allorchè i loro ambasciatori scrissero che il castello avea capitolato. Allora una mattina mi fecero nuovamente chiamare, e li trovai in grosso numero di circa cinquanta o sessanta nella camera del principe, ch'era infermo di colica; e mi si raccontarono tali nuove con ridente cera, ma niuno più del principe sapeva meglio fingere. Alcuni erano seduti su certi marciapiedi delle panche, e tenevano il capo tra le mani, altri in altro lato, ma tutti non potevano a meno di lasciar travedere la somma loro tristezza; ed io credo che quando si ebbe in Roma l'avviso della sconfitta di Canne, i senatori che erano rimasti non erano più sparuti, nè più spaventati di loro: perciocchè non vi fu che il solo doge che mi guardasse o mi volgesse la parola. Ed io gli andava guardando maravigliato. Mi chiese il doge se il re manterebbe quello che loro aveva sempre fatto sapere, e che gli aveva detto ancor io. Risposi asseverantemente di sì, e tutto offersi per rimanere in pace, promettendo che la promessa sarebbe mantenuta, sperando con ciò di togliere ogni sospetto; indi mi congedai[288]

Malgrado l'abbattimento de' signori Veneziani, ben sentì il Comines che la posizione del re in fondo all'Italia poteva riuscire pericolosissima, se questi dichiaravansi contro di lui; e mentre il duca di Milano faceva ancora difficoltà per sottoscrivere con loro il trattato di alleanza, sollecitò Carlo VIII, o a far venire di Francia nuovi rinforzi, se voleva egli medesimo mantenersi nel regno, o ad uscirne immediatamente colla sua armata, prima che gli si precludesse la strada, lasciando soltanto buone guarnigioni nelle piazze. In pari tempo egli scrisse al duca di Borbone rimasto in Francia come luogotenente del regno, ed al marchese di Monferrato, per persuaderli a mandare subito rinforzi al duca d'Orleans, ch'erasi trattenuto in Asti soltanto colla sua casa: perciocchè questa città era in certo modo la porta aperta al re per tornare in Francia, e se questa veniva occupata da' nemici, estremo diventare poteva il suo pericolo[289].

«La lega si conchiuse (dice il Comines) una sera, ad era tarda assai il 31 marzo del 1495[290]. La susseguente mattina mi chiese la signoria assai più per tempo che all'ordinario. Tosto che fui arrivato e seduto, mi disse il doge che in onore della santa Trinità, aveva conchiusa una lega col nostro santo padre il papa, col re de' Romani e di Castiglia, e col duca di Milano, a tre fini: il primo per difendere la Cristianità contro il Turco; il secondo per la difesa dell'Italia; il terzo per la preservazione de' loro stati; e che dovessi darne notizia al re. Eravi grossa adunanza di circa cento o più, e tenevano il capo alto, facevano buon viso, ed avevano un contegno affatto diverso da quello di quel giorno in cui mi avevano data notizia della presa del castello di Napoli. Mi fu altresì detto d'avere scritto ai loro ambasciatori, che trovavansi presso il re, che partissero e prendessero congedo. Uno di costoro chiamavasi messere Domenico Loredano e l'altro messere Domenico Trevisano. Io aveva il cuore chiuso, ed assai temevo per la persona del re e di tutta la sua compagnia; e li credevo più apparecchiati che non erano; e dubitavo che tenessero pronti de' Tedeschi; che se ciò fosse stato, il re più non sarebbe uscito d'Italia. Risolsi di non far molte parole in quell'impeto di collera; pure essi mi fecero molte dimande. Loro risposi che la sera precedente aveva tutto scritto al re, e più volte, e ch'egli pure mi aveva scritto, e che gli era nota ogni cosa da Roma e da Milano. Tutti mi fecero mal viso per avere detto che aveva scritto la precedente sera al re, perchè non vi sono persone al mondo così sospettose, nè che tengano più segreti i loro consiglj; e soltanto per sospetto esiliano le genti; e perciò aveva loro così parlato. Oltre di questo loro dissi ancora d'avere scritto a monsignore d'Orleans ed a monsignore di Borbone, affinchè provvedessero Asti; e lo dicevo sperando che ciò li ritarderebbe dall'andare sotto Asti; perchè se fossero stati così apparecchiati come se ne davano il vanto, e credevano, l'avrebbero preso senza rimedio; perciocchè era, e rimase ancora lungo tempo mal provveduto[291]

Ma mentre che Filippo di Comines vuole darsi vanto, mostrando com'era ben informato, Pietro Bembo, lo storico veneziano, si compiace di dipingere la sua sorpresa ed il suo spavento. «Sebbene vi fossero tanti ambasciatori (egli scrive), e tanti cittadini chiamati alle conferenze, e che il senato si fosse così frequentemente adunato, tanta era stata la vigilanza del consiglio de' dieci, per sopprimere ogni diceria su questo argomento, che Filippo di Comines, inviato di Carlo, sebbene ogni dì frequentasse il palazzo, e che trattasse con tutti gli ambasciatori, mai non ebbe il più piccolo sospetto. Perciò, allorchè il giorno dopo la segnatura, fu chiamato a palazzo, ed il principe gli partecipò la conchiusione del trattato ed i nomi de' confederati, fu per impazzire. Per altro il doge gli aveva detto che tutto quanto erasi fatto non mirava a muovere guerra a chicchefosse, ma soltanto a difendersi ove alcuno della lega fosse attaccato. Poichè fu alquanto rinvenuto: E che dunque, esclamò non potrà il mio re tornare in Francia? Lo potrà, rispose il doge, se vuole ritirarsi da amico, e noi l'ajuteremo con tutte le nostre forze. Dopo questa risposta il Comines si ritirò; e mentre usciva di palazzo, dopo sceso lo scalone, nell'attraversare la piazza, si volse al segretario del senato, che lo accompagnava, pregandolo a ridirgli ciò che il doge gli aveva detto, avendo egli il tutto dimenticato[292]