Il popolo di Venezia festeggiò questa lega il giorno dopo la sottoscrizione, e le feste ricominciarono il giorno dodici aprile, domenica delle Palme, in cui si pubblicò in tutti i paesi de' confederali[293]. In forza de' convenuti articoli l'alleanza doveva durare venticinque anni, ed avere per oggetto la difesa della maestà del romano pontefice, della dignità, della libertà, de' diritti di tutti i confederati, e di ciò che tutti possedevano. Le potenze alleate dovevano fra tutte mettere in piedi trentaquattro mila cavalli e venti mila fanti; cioè il papa quattro mila cavalli; Massimiliano sei; il re di Spagna, la repubblica di Venezia ed il duca di Milano, cadauno otto. Ogni confederato doveva somministrare quattro mila pedoni. Coloro che non avrebbero dato tutto il contingente, supplirebbero col danaro. Come pure quando fosse stato necessario l'impiego d'una flotta, dovevano somministrarla le potenze marittime, e le spese essere a carico di tutti gli alleati in giusta proporzione[294].

Ma a questi articoli, che furono pubblicati, i confederati aggiunsero altre segrete condizioni, che affatto mutavano la natura dell'alleanza, e la disponevano ad una guerra offensiva. Di già Ferdinando ed Isabella avevano mandato in Sicilia una flotta di sessanta galere, che aveva a bordo seicento cavalieri e cinque mila fanti, ed avevano dato il comando di queste truppe a Gonzalvo di Cordova, che si era renduto glorioso nella guerra di Granata[295]. Convennero gli alleati che questa armata asseconderebbe Ferdinando di Napoli, per riporlo in trono, dove i suoi sudditi, rinvenuti dalla loro confidenza in Carlo VIII, di già lo richiamavano. Gli è vero che i re di Spagna si erano obbligati col trattato di Perpignano a non impedire al re di Francia l'acquisto del regno di Napoli[296], ma vi avevano aggiunta la clausola, che niuna condizione sarebbe obbligatoria se trovavasi pregiudicievole alla Chiesa; ed essi pretendevano, che, essendo il regno di Napoli un feudo ecclesiastico, essi non potevano restare dal difenderlo, quando il papa gl'invitasse a farlo[297]. I confederati convennero pure fra di loro segretamente, che i Veneziani attaccherebbero le terre occupate dai Francesi lungo le coste del regno di Napoli colla loro flotta, che avevano portata a quaranta galere, sotto il comando d'Antonio Grimani[298]; che il duca di Milano si opporrebbe all'avanzamento de' soccorsi che potessero arrivare dalla Francia; che attaccherebbe Asti, scacciandone il duca d'Orleans; che il re de' Romani ed i re di Spagna invaderebbero nello stesso tempo i confini della Francia con potenti armate, e riceverebbero per questa guerra sussidj dagli altri alleati[299].

Massimiliano faceva agli stati d'Italia splendide promesse, ma non si tardò a conoscere che non recava all'alleanza che un gran nome. Egli non sapeva porre alcun ordine nè alcuna economia nell'amministrazione de' suoi stati ereditarj, e non poteva avere dall'impero nè uomini, nè danari, sebbene pretendesse d'entrare in guerra colla Francia soltanto per l'interesse de' feudi imperiali. La dieta di Vormazia gli promise nel 1495 soltanto centocinquanta mila fiorini, assegnati sul danaro comune che doveva levarsi in tutto l'impero, e che non si pagò in verun luogo. Di modo che, in cambio di sei mila cavalli da lui promessi, appena potè assoldare tre mila uomini[300].

Non eravi forse verun duca d'Italia, che non fosse effettivamente più potente dell'imperatore, o la di cui cooperazione non fosse almeno più efficace. Perciò le potenze alleate avrebbero ardentemente desiderato che tutta l'Italia fosse entrata nella stessa confederazione, ed insistettero presso il duca di Ferrara e presso i Fiorentini, perchè prendessero parte nella lega. Il duca di Ferrara lo ricusò[301], ma per tenersi amici tutti i partiti fu contento che suo figlio primogenito, don Alfonso, passasse ai servigj del duca di Milano col titolo di luogotenente generale delle sue truppe, e col comando di cento cinquanta lance[302]. I Fiorentini, ai quali Lodovico Sforza offriva un'armata, per difenderli contro Carlo VIII nel di lui ritorno, e per ajutarli in appresso a ricuperar Pisa e tutte le loro fortezze, costantemente ricusarono di staccarsi da un principe, che per altro loro dava così giusti titoli di lagnanze. Preferirono di aspettare da lui la restituzione delle loro province, piuttosto che ritorgliele colla forza, ajutati dagli alleati, de' quali diffidavano più che del re[303].

Frattanto tutti i confederati si apparecchiavano sollecitamente alla guerra: i Veneziani chiamavano molti Stradioti, o cavalleggeri dall'Epiro, dalla Macedonia e dal Peloponneso: Lodovico Sforza aveva mandato molti danari in Svevia per assoldarvi truppe mercenarie; Massimiliano prometteva di scendere in Italia con quelle formidabili schiere tedesche, delle quali i Francesi nel 1492 avevano sperimentato il valore nelle pianure dell'Artois. Bajazette II offriva ai Veneziani d'ajutarli con tutte le sue forze di terra e di mare contro i Francesi[304]. Il sultano non era compreso nell'alleanza, la quale anzi, stando al trattato pubblico, sembrava fatta contro di lui; pure il suo ambasciatore era stato ammesso nelle adunanze della confederazione, e terminata la sua missione era rimasto in Venezia per assistere alle feste colle quali si celebrò la pubblicazione della lega[305]. In ogni parte l'Europa vestiva un aspetto ostile contro i Francesi; e Filippo di Comines, che da gran tempo avvisava il suo padrone del turbine che si andava contro di lui condensando, essendosi ancora trattenuto un mese in Venezia dopo la sottoscrizione della lega, si pose in cammino per recarsi al campo di Carlo, attraversando gli stati del duca di Ferrara, di Giovanni Bentivoglio e dei Fiorentini. Fu da loro accolto come l'ambasciatore d'un monarca alleato, mentre che la sua partenza da Venezia fu in certo qual modo il segnale della rottura d'ogni negoziazione[306].

CAPITOLO XCVI.

Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la Toscana; si apre un passaggio a Fornovo malgrado i confederati, e giugne fino ad Asti. Tratta a Vercelli col duca di Milano, libera il duca d'Orleans, assediato in Novara, e ripassa le Alpi.

1495.

Per quanto fosse grande il disprezzo che Carlo VIII e la sua corte avevano concepito per la nazione italiana dopo la facile loro vittoria, avevano per altro sentito di avere bisogno di guadagnarsi l'affetto del popolo, per mantenere ubbidiente il regno che avevano occupato. Carlo VIII e la sua corte avevano infatti cercato di cattivarselo con un decreto, che, riducendo le imposte a ciò che erano ai tempi dei re angioini, scaricavano il regno di quasi dugento mila ducati di contribuzione[307]; ma perchè aveva accordata questa grazia colla leggerezza che lo caratterizzava, senza calcolare i bisogni dello stato, nè il conguaglio tra le rendite e le spese, non ispirò veruna confidenza, tanto più che si vedeva in tutto il restante della sua amministrazione la rapacità de' suoi subordinati, il loro disordine, e l'assoluto loro disprezzo per le leggi e per le costumanze della nazione. Il regno di Napoli era il solo paese d'Italia in cui le instituzioni feudali si fossero mantenute in pieno vigore. Alfonso I le aveva confermate con nuove concessioni fatte ai gentiluomini. Le province erano quasi assolutamente dipendenti dalla nobiltà; e per essere sicura del regno, o conveniva cattivarsi l'affetto dei grandi, conservando l'antica organizzazione, o rendere le comuni da loro indipendenti, dichiarandole libere, e dando loro un'importanza che mai avuta non avevano. Ma i Francesi non davano orecchio che ai loro pregiudizj; erano piuttosto disposti ad accrescere la schiavitù del terzo stato, e non pertanto avevano offesa tutta la nobiltà.