Dopo avere pubblicato il suo editto intorno alla minorazione delle imposte, il re ad altro più non pensò che a feste ed a tornei, ove credeva di brillare; e tutti i suoi cortigiani non pensarono che ai mezzi più pronti di arricchirsi. Chiedevano con importunità tutti gl'impieghi, tutti i titoli, tutti i feudi disponibili dalla corona; e Carlo VIII, che nulla sapeva ricusare, loro spesso accordava quello di cui non poteva a buon diritto disporre; egli invadeva le private proprietà, e feriva ne' loro interessi e negli affetti loro i popoli che così leggermente offendeva. Quest'inconsiderazione gli fece perdere le due città di Tropea e di Amantea, che piuttosto che assoggettarsi al signore di Precì, cui le aveva regalate, rialzarono le insegne arragonesi[308]. Da prima non pensò, finchè poteva farlo, a sottomettere queste due città; e poco dopo gli Spagnuoli, sbarcati dalla Sicilia, vi posero guarnigione; altri si stabilirono in Reggio di Calabria; e si dispiegavano nuovamente le insegne d'Arragona nella Puglia, ove non si vedevano giugnere truppe francesi, e dove era già nota la conclusione della lega ed il prossimo arrivo d'Antonio Grimani colla flotta veneziana; finalmente Otranto aprì le porte a don Federico, che aveva stabilito a Brindisi il suo quartiere generale[309].

Ma più di tutti, malcontenta di Carlo era l'alta nobiltà. Una parte di questo potente corpo credeva di avere acquistati giusti diritti alla riconoscenza de' Francesi col suo attaccamento alla casa d'Angiò; l'altra vantava i suoi recenti servigj, e la facilità colla quale aveva abbandonato il partito d'Arragona, cui era da prima affezionata. Avvezzi gli uni e gli altri ad essere conosciuti e temuti dai loro sovrani, contavano sopra potenti memorie in un paese ove tante affezioni e tanti odj erano ereditarj. Erano ad un tempo avviliti ed offesi, vedendo che nè il re, nè alcuno de' principali signori francesi, avevano contezza dei loro nomi, degli antichi loro interessi, degli antichi loro servigj. Costretti a ridire sempre chi erano, ciò che avevano diritto di pretendere, e le ingiustizie che loro venivano fatte, non trovavano chi porgesse loro orecchio, nè chi gl'intendesse o ajutasse a ricuperare i ricevuti torti; e prima che si facesse loro ragione di una violazione dei proprj diritti, un nuovo editto del re, una nuova concessione fatta a qualche signore francese, loro arrecava una più fresca offesa. Quando volevano presentarsi a Carlo, con grandissima difficoltà potevano ottenere udienza; lasciavansi languire nelle anticamere; e quando all'ultimo venivano ammessi, incontravano allora una maggiore difficoltà, quella di ridurre questo giovane re, sempre distratto, sempre nemico del lavoro ed incapace di attenzione, a fissare il suo spirito ed a parlare di affari[310].

Erasi abborrita la tirannia, la doppiezza e l'avarizia arragonese; ma i vantaggi inseparabili dall'amministrazione regolare, economica e ben formata di quei re, vantaggi cui non erasi posto mente in tempo del loro regno, si rendettero col presente contrapposto palesi. Ferdinando II, cui non poteva farsi verun rimprovero, non avendo egli avuto parte ne' delitti del padre e dell'avo, rendevasi ogni giorno più caro per la grandezza della sua caduta, per la nobiltà con cui vedevasi sostenere la presente sventura, e pel coraggio, la magnanimità, e la dolcezza che aveva fatte conoscere nel breve tempo che era durato il suo regno. Dopo avere sperato dal ritorno dell'antica stirpe francese un ben essere e vantaggi che non è in mano di verun principe di potere costantemente procurare ad un popolo, i Napolitani erano colpiti dell'incapacità del re, della sua inapplicazione, della sua ignavia, dell'inaudito disordine della sua casa, dell'impossibilità d'avere accesso presso di lui, dell'orgoglio e dell'insolenza de' suoi cortigiani, i quali sprezzavano una nazione che si assumevano di governare, ed alla quale mai non si erano mostrati che tra le linee nemiche. Il disgusto del presente inspirava il desiderio di un passato che si era creduto intollerabile. Quello ch'era stato tanto tempo chiamato tiranno anche prima di salire sul trono, nel suo esilio aveva cessato di essere odioso. Si andavano rammentando le vittorie da lui riportate alla testa di armate nazionali in Toscana, ad Otranto ed al ponte di Lamentana, e preferivasi l'antico giogo, consolidato dalle conquiste, al nuovo giogo che non si era stabilito che colle disfatte dell'armata e colla vergogna de' capitani. Una nazione soffre più facilmente l'oppressione che il disprezzo, e meno ancora del disprezzo soffre di vedersi rendere spregevole da coloro che la governano. Il nome di Alfonso, fin allora così odioso, più non inspirava spavento; chiamavasi giusta severità quella condotta che in addietro aveva il nome di crudeltà; e credevasi vedere una prova di sincerità nel suo altero, contegno, così spesso attribuito ad orgoglio e ad alterigia[311].

Mentre che una generale fermentazione Veniva prodotta dal confronto tra gli antichi ed i nuovi padroni, i Francesi, saziati dalle loro vittorie, cominciavano a desiderare il ritorno in patria. Credevano di avere abbastanza operato per la loro gloria, ed erano impazienti di andar a ricevere le lusinghiere lodi dei loro compatriotti e principalmente delle donne. Coloro ch'erano rimasti alla corte o all'armata, siccome quelli ch'erano sparsi nelle province, sentivano tutti di non essere colà che di passaggio. Non si curavano di piacere ai loro amministrati, non a fissarsi stabilmente tra di loro, non a lasciarvi buona riputazione. I loro occhi erano sempre volti verso la Francia, e tutti i loro progetti, tutta la loro ambizione avevano per iscopo il ritorno in patria. Tale disposizione era di già universale che a Napoli non sapevasi ancora la lega delle potenze che si andavano afforzando nella parte settentrionale d'Italia. Ma quando ne fu dato avviso al re, tutti i suoi consiglieri sentirono la necessità di ricondurlo in Francia, prima che ne fosse preclusa la strada da superiori forze[312].

Carlo VIII, che da molto tempo andava negoziando con Alessandro VI per ottenere dalla Chiesa l'investitura del regno di Napoli, quando si vide costretto a partire, offrì di accontentarsi di una investitura da darsi colla clausola: senza pregiudizio del diritti d'ogni altro pretendente; e non potendola nè meno ottenere a tale condizione, pensò di supplirvi con un'altra ceremonia. Il 12 di maggio fece il suo solenne ingresso in Napoli, coperto con un manto imperiale, portando il globo colla mano destra e lo scettro colla sinistra e accompagnato da tutta la nobiltà francese e napolitana, indi si recò con tale corteggio alla chiesa di san Gennaro, ove giurò ai Napolitani di governarli e mantenere i loro diritti, libertà e privilegj. Creò cavalieri molti giovani gentiluomini che gli avevano chiesto questo favore, e senza essere altrimenti coronato, o avere ricevuta l'investitura della Chiesa, si ritirò al suo palazzo[313].

Giovanni Gioviano Pontano, di quest'epoca il più celebre letterato di Napoli, fu scelto da Carlo VIII per arringare il popolo nel giorno della sua inaugurazione. Quest'uomo, che i re d'Arragona avevano colmato di beneficj, non consultò che la sua vanità di retore, e non si curò che della bellezza delle frasi, non già dei sentimenti onde avrebbero dovuto essere animate. Parlò così enfaticamente del principe francese, e con tanta amarezza degli Arragonesi, come se il primo avesse appagati tutti i voti del popolo, e gli altri non avessero per verun titolo meritata la sua riconoscenza. Tanta viltà era un vizio universale di tutti i letterati di quel secolo, che nudriti, come gli antichi trovatori, co' beneficj de' grandi signori, non avevano nè dignità, nè carattere, nè indipendenza. Al pubblico spiacque altamente la condotta di Pontano; e n'ebbe detrimento anche la sua gloria letteraria[314].

L'inaugurazione di Carlo VIII era in certo qual modo l'ultimo atto di sovranità ch'egli aveva intenzione di esercitare in Napoli, avendo determinato di partire dopo otto giorni. Nominò suo vicario Giberto di Montpensier, della casa di Borbone, valoroso cavaliere, ma che non aveva nè ingegno, nè cognizioni, ne attività: mai non erasi alzato da letto prima di mezzogiorno, sebbene in quell'età la moda non avesse per anco introdotta la costumanza delle ore tarde della presente età[315]. D'Aubignì, della casa Stuardi di Scozia, che Carlo VIII aveva creato contestabile del regno, conte d'Acqui e marchese di Squillace, fu nominato luogotenente del re in Calabria. Costui, secondo il Comines, era un saggio cavaliere, buono ed onorato, e gl'Italiani gli danno il primo posto tra i generali dell'armata francese. Stefano de Vese, siniscalco di Belcario, gran ciambellano di Napoli, duca di Nola e sovrintendente delle finanze del regno, venne incaricato del comando di Gaeta. Egli aveva, dice il Comines, una carica maggiore di quella che potesse ed avesse saputo portare. Un gentiluomo lorenese, chiamato don Giuliano, fu lasciato a sant'Angelo, col titolo di duca; Gabriello di Montefalcone a Manfredonia; Guglielmo di Villanuova a Trani; Giorgio di Sylli a Taranto; il balivo di Vitrì all'Aquila, e Graziano Guerra a Sulmona negli Abruzzi[316].

Carlo VIII divise la sua armata con questi diversi capi. Lasciò loro la metà degli Svizzeri, una parte de' Guasconi, ottocento lance francesi, e cinquecento uomini d'armi italiani all'incirca, comandati dal prefetto di Roma, fratello del cardinale della Rovere, da Prospero e da Fabrizio Colonna, e da Antonio Savelli. Questi grandi signori italiani, i più riputati condottieri di quell'età, erano coloro che il re aveva principalmente cercato di affezionarsi. Aveva in particolar modo favoriti i Colonna, dando a Fabrizio le contee d'Albi e di Tagliacozzo, ed a Prospero il ducato di Tragitto, la città di Fondi e molti castelli tolti alle case de' Gaetani e de' Conti. Tra i nobili napolitani si appoggiava principalmente al principe di Salerno ed a suo fratello, il principe di Bisignano, che avevano passati molti anni alla corte di Francia come emigrati, e che non potevano non essere attaccati ai suoi interessi. Aveva al primo restituita la carica di grande ammiraglio, e perchè lo risguardava come un cortigiano francese, lo aveva trattato collo stesso favore[317]. Ma non erasi tanto gagliardamente stabilito in Italia per sperare che gl'Italiani si difendessero da sè medesimi; e dopo avere divisa la sua armata, non lasciava abbastanza di truppe per custodire il regno, nè seco ne conduceva quante potevano bastare per essere certo di aprirsi un passaggio.