Ma nel 1494 tutti i popoli limitrofi, gelosi della prosperità dell'Italia, o avidi delle sue spoglie, cominciarono nello stesso tempo l'invasione di questo ricco paese; armate devastatrici uscirono dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dalla Germania, e, per lo spazio di quasi mezzo secolo, non diedero verun riposo agli sventurati Italiani; portarono il ferro ed il fuoco fino sulle cime più rimote degli Appennini, e fino alle rive dei due mari; la peste e la fame camminavano con loro; la miseria, il dolore, la morte penetrarono entro i più sontuosi palazzi, e nei più abietti abituri; giammai tanti patimenti avevano oppressa l'umanità, giammai tanta parte della popolazione era stata distrutta dalla guerra. Diverse cagioni mettevano le armi in mano ai combattenti, ma i risultamenti della loro guerra erano sempre i medesimi. Ogni nuova invasione ruinava le fortificazioni dell'Italia, distruggeva le sue ricchezze, faceva sparire la sua popolazione. I suoi diversi governi si dividevano, alleandosi a straniere potenze, e prendendo parte alle loro liti, mentre dimenticavano la propria sorte; essi ancora non si accorgevano che la loro esistenza si giuocava a gran giuoco, e che venivano promessi come premio al vincitore, anche prima d'avere conosciuto che l'Italia poteva essere soggiogata.

Si è in sul declinare del quindicesimo secolo, che, giunti in certo modo al più elevato punto dello spazio che abbiamo abbracciato, vediamo l'intera storia dell'Italia dividersi ne' diversi suoi periodi. I sei primi secoli, che scorsero dopo la distruzione dell'impero d'Occidente, apparecchiarono colla mescolanza de' popoli barbari coi popoli degeneri dell'Italia, la nuova nazione che doveva succedere ai Romani. Nel dodicesimo secolo questa nazione conquistò la libertà, di cui godette nel dodicesimo e quattordicesimo secolo, aggiugnendovi tutti i trionfi della virtù, de' talenti, delle arti, della filosofia e del gusto, e lasciò che si corrompesse nel quindicesimo, perdendo in pari tempo l'antico suo vigore. Quasi mezzo secolo di spaventosa guerra distrusse allora la sua prosperità, la privò de' suoi mezzi di difesa, e gli rapì all'ultimo la sua indipendenza. Dopo questa guerra, che formerà il principale argomento di questi ultimi volumi, decorsero quasi tre secoli nella servitù, nell'indolenza, nella mollezza, nell'obblio.

Quando una nazione è ad un tempo infelice e viziosa, siamo sempre inclinati ad attribuire le sue disgrazie ai suoi vizj, quando converrebbe il più delle volte attribuire i suoi vizj alle sue disgrazie. Si direbbe che la compassione è per il cuore dell'uomo un sentimento troppo penoso, e che avidamente cogliamo tutte le ragioni, tutti i pretesti che ci dispensano dal compiangere gli altri. È altronde indubitato che ognuno si sottrae possibilmente dall'applicare a sè medesimo, ai suoi compatriotti, al suo paese, l'esempio delle grandi calamità pubbliche; uom preferisce di non credervisi esposto, col persuadersi che non si possano commettere in verun modo que' falli che scorgonsi negli altri; e quando si accusa una nazione degenerata, si suppone di trovarvi la guarenzia della propria. «Il popolo che potè cadere sotto il giogo della schiavitù, dicono oggi i vincitori, il popolo che la soffre, la merita. Coloro che non sonosi sentiti fremere all'avvicinarsi dello straniero, coloro che non conobbero che, per respingerlo, d'uopo era sagrificare i suoi beni, la propria vita, e quella de' figli, sono fatti per rimanere sotto la sua legge, non sono meritevoli di compassione, perciocchè una generosa nazione non avrebbe subita una così triste sorte.»

Ma la storia non insegna agli uomini tanta confidenza; ci mostra per lo contrario, che se le servitù sono necessarie per l'esistenza delle nazioni, non bastano però a guarentirle; che la più saggia costituzione non lascia di essere un'opera umana; che come opera dell'uomo in sè contiene numerosi semi di ruina; che anche in seno alla libertà, alla virtù pubblica, al patriottismo, si sono veduti manifestarsi gli eccessi dell'ambizione, che hanno precipitato una nazione nell'abuso delle sue forze, e nell'esaurimento che ne è la conseguenza; per ultimo che noi soli non fabbrichiamo i nostri destini, e che le molte cagioni che sono a noi straniere, e che indichiamo col nome di accidentalità, perchè non sono da noi dipendenti, possono rendere inutili tutti i nostri sforzi.

La nazione inglese è forse oggi ciò che la nazione italiana era tre secoli fa. Ugualmente cercò la libertà prima d'ogni altro vantaggio, e questo solo gli diede tutti gli altri: nello stesso modo la libertà dello spirito gli ha dato l'impero della filosofia e delle lettere, come la libertà delle azioni gli diede l'impero del commercio e dell'opulenza; e così la potenza dell'opinione intorno al proprio governo gli diede la preeminenza su tutti gli altri, e la collocò nel centro della politica europea: ma per quante circostanze non fu ella l'Inghilterra in sul punto di perdere la felicità presente, e di cadere più in fondo dell'Italia. Quale sarebbe stata la sua sorte, se più lungamente vissuta fosse la regina Maria, o se avesse lasciati figli di Filippo II? se Elisabetta accettato avesse uno de' molti sposi cattolici che le si offrirono, se Carlo I non fosse stato tanto imprudente, nè così vile Carlo II, nè Giacomo II tanto insensato? Quante volte non andò debitrice della propria salute ai venti ed alle burrasche che dissiparono le flotte de' nemici, che potevano distruggere le sue? Quante volte la stravaganza di coloro che cercavano la sua ruina non gli fu più salutare che la propria prudenza? Quante volte non fu soccorsa da un felice destino, allorchè la propria salute non era più in sua mano?

Se gli Italiani, suol dirsi soventi, avessero formato, in sull'esempio delle altre nazioni d'Europa, una sola e robusta monarchia, se avessero rinunciato all'insensata discordia de' loro piccoli stati, se in cambio di consumare le loro forze gli uni contro gli altri le avessero tutte impiegate al di fuori, sarebbero stati più che bastanti a respingere gli stranieri; e, coprendosi di gloria nelle battaglie, avrebbero assicurata l'interna prosperità colla loro indipendenza. Ma potrebbesi piuttosto dire: se gli Italiani avessero fatto come gli Spagnuoli, l'Italia avrebbe subita la sorte della Spagna, e questa sorte non è più degna d'invidia della loro. Effettivamente, nell'epoca in cui ebbero principio le guerre crudeli che ridussero in servitù l'Italia, la Spagna, per lo innanzi divisa in assai più stati, contava ancora cinque monarchie indipendenti, e costantemente nemiche le une delle altre; quella di Castiglia, d'Arragona, di Navarra, di Portogallo e di Granata. Fu Carlo V il primo che riunì quattro di queste cinque monarchie, e Carlo V fu il primo che soggiogò l'Italia. Questa riunione costò agli Spagnuoli la libertà, non trovandosi le loro costituzioni abbastanza forti per contenere un monarca, che impiegava contro i suoi sudditi di un regno quelli di un altro. L'agricoltura, le manifatture, il commercio furono scacciati dalla Spagna dalla violenta amministrazione succeduta alle antiche e savie leggi delle cortes. Le private fortune vennero distrutte, scomparve la sicurezza de' cittadini, e la popolazione infinitamente scemò; tutti gli oggetti che gli uomini si propongono d'ottenere nello stabilimento dell'ordine sociale furono per sempre perduti, e l'indipendenza della nazione non fu assicurata a spese della libertà. Sotto il regno di Carlo V tutta Spagna echeggiò di lagnanze, perchè Giovanna aveva portato ad un sovrano straniero l'eredità dei suoi padri, e perchè gli Spagnuoli venivano governati dai Fiamminghi. Sotto il regno di Filippo II, gli Arragonesi, i Portoghesi, i Navarresi ed i Mori di Granata non si lagnarono con minore amarezza del governo de' Castigliani. Gli altri popoli dell'Europa potevano risguardare e gli uni e gli altri come egualmente Spagnuoli; essi, che ubbidivano, risguardavano i loro padroni come stranieri; e lo erano infatti per i costumi, per le leggi, per la lingua, per gli odj ereditarj; onde il peso del loro giogo fece scoppiare frequenti ribellioni.

Questa riunione delle monarchie spagnuole formò, egli è vero, una potenza formidabile agli stranieri, che difese contro di loro la penisola. Ma questa fu appunto la cagione de' giganteschi progetti della casa d'Austria, di quell'abuso delle proprie forze ancora maggiore delle sue risorse, di quelle spaventose guerre e tutte inutili cui prese parte, dell'odio che si eccitò contro fa monarchia spagnuola in tutta l'Europa, e della spaventosa miseria, cui ridusse gli spagnuoli. Una smisurata ambizione produce all'ultimo smisurati disastri; e mentre la Spagna, finchè fu divisa in piccoli stati, non aveva mai veduti eserciti stranieri violare impunemente i suoi confini, tutte le sue capitali furono costrette una dopo l'altra di aprire le loro porte alle armate francesi ed inglesi nella guerra della successione.

Se gl'Italiani avessero formata una sola monarchia, chi può dire che non sarebbero stati conquistati o conquistatori? Pure l'una e l'altra via conduce egualmente alla servitù. L'Italia non venne soggiogata colle forze di una sola nazione. Per lo spazio di più d'un mezzo secolo, fu contemporaneamente attaccata e guastata dagli Spagnuoli, dai Francesi, dai Fiamminghi, dagli Svizzeri, dai Tedeschi, dagli Ungari, dai Turchi e dai Barbareschi. Veruna interna organizzazione non avrebbe potuto renderla eguale di forze a tutti questi popoli riuniti a' suoi danni. Lungi d'essere alleati, erano questi veramente nemici gli uni degli altri; ma il vincitore approfittava di tutto il male fatto dai vinti. Carlo V e Filippo II furono serviti dai Francesi, dagli Svizzeri, e dai Musulmani, quanto dai proprj loro sudditi Tedeschi e Spagnuoli. Ruinando l'Italia, i primi l'avevano renduta più facile conquista degli altri, e più impotente a scuotere il giogo, quando avesse voluto tentarle. Tutti questi popoli vennero a combattere nelle campagne d'Italia; ma se gl'Italiani avessero cominciato ad essere conquistatori, chi sa se le prime loro sconfitte non avrebbero tirati loro sulle braccia que' medesimi nemici, e prodotte le stesse divisioni?

Se gli Italiani non avessero formata che una sola monarchia, chi può dire che qualche guerra civile non avrebbe aperte le sue porte allo straniero? Le guerre civili prodotte da una successione contrastata sono un flagello inerente alle monarchie ereditarie, nè queste sono forse meno frequenti, nè meno ruinose, di quelle che nascono dalle controverse elezioni nelle monarchie elettive. La sola Francia ne andò quasi sempre esente, perchè la legge salica semplificò la quistione del diritto ereditario; ma quante guerre civili non ebbero invece luogo pel controverso diritto alla reggenza? Altronde l'essenziale quistione dell'eredità delle femmine era così mal decisa in Italia, che appunto per questo titolo gli stranieri pretesero d'aver acquistati diritti su questo paese. La guerra di Carlo VIII nei regno di Napoli, quella di Lodovico XII nel ducato di Milano, furono intraprese per sostenere i diritti di successione in una monarchia. Molti supposero questi diritti legittimi e presero le armi per difenderli; e supposero di adempire ad un loro dovere, aprendo le fortezze dello stato alle armate straniere. In una monarchia s'insegna ai sudditi, che la giustizia consiste nel difendere la linea legittima dei loro re, e nel riporla sul trono con pericolo ancora dell'indipendenza nazionale. Se i duchi di Milano o i re di Napoli avessero potuto nel quindicesimo secolo riunire tutta l'Italia sotto la loro sovranità, la quistione dei diritti della seconda casa d'Angiò, o di quelli di Valentina Visconti non sarebbe perciò meno insorta nel sedicesimo secolo, ed il partito angiovino, ed il partito francese, invece di mostrarsi soltanto nel regno di Napoli e nel ducato di Milano, avrebbe preso le armi in tutta l'Italia per una quistione che avrebbe interessati tutti gl'Italiani.

È nell'essenza delle monarchie il dare costantemente diritti sopra di loro agli stranieri, siccome sta nell'essenza delle repubbliche di non riconoscere verun diritto sopra di loro che non parta dallo stesso centro della nazione. Nelle monarchie che ammettono la successione delle femmine non si marita una sola principessa di sangue reale, che non possa un giorno o l'altro chiamare principi stranieri sul trono de' suoi maggiori. Nelle altre, in cui la successione viene riservata ai soli maschi, il pericolo è minore, e non comincia che quando un ramo cadetto occupa un trono straniero. Così le case d'Angiò, di Napoli e d'Ungheria, conservarono quasi dugent'anni un diritto eventuale alla successione della Francia. La casa di Borbone-Navarra ne acquistò più tardi uno simile; ma Enrico non possedeva il regno di Navarra quando ottenne la corona di Francia, onde non chiamò i Navarresi a dominare sui Francesi. I rami italiano e spagnuolo della casa di Borbone hanno ancora presentemente, dopo un secolo, eventuali diritti alla successione di Francia; e le rinuncie di queste due case, rendendo i loro diritti dubbiosi, accrescerebbero vieppiù i pericoli d'una guerra civile e d'un'invasione straniera per farli valere, nel caso che si aprisse la successione. Come mai adunque lo stabilimento di una sola monarchia in Italia avrebbe garantita l'indipendenza italiana, mentre le medesime guerre, che ridussero l'Italia in servitù, altro titolo non ebbero che le pretese ereditarie ammesse dal solo regime monarchico.