Non già riunendosi in un solo impero, ma piuttosto conservando le sue repubbliche, poteva l'Italia sperare di salvare la sua indipendenza; qualora queste fossero state fra di loro unite nello stesso tempo da un legame federativo, o da alleanze temporarie ma conformi ai loro interessi, tali alleanze avrebbero bastato a respingere gli stranieri, e non ad attaccarli in casa loro; avrebbero preservati gl'Italiani dai traviamenti della propria ambizione come dagli attacchi dei loro nemici. Una repubblica federativa non può mai tanto fidarsi dell'unione de' suoi membri per diventare conquistatrice; ella sfugge a tutti i pretesti di guerra che somministrano ai re la domanda della dote di una figlia, o quella dell'eredità di un avo lontano; e quando è costretta a prendere le armi per sua difesa, trova mezzi che non avrebbe nel regime monarchico. Venezia con una popolazione di due milioni e dugento mila anime fece rispettare la sua potenza fino alla fine del secolo decimo ottavo, assai meglio del regno di Napoli con sei milioni d'abitanti. Si presentò l'occasione di ristabilire la repubblica milanese alla metà del quindicesimo secolo, e di unirla a quella di Venezia e di Firenze, e fors'anche a quella di Genova e della lega Svizzera, per la difesa della libertà. Quando fu perduto quest'istante, ben si può dire che l'Italia fu perduta.

Del resto i piccoli stati, tanto in Italia, come altrove, in tutto il corso del quindicesimo secolo, piegarono sempre ad unirsi in più vasti stati. È questa la naturale conseguenza di tutte le vicende delle guerre, delle rivoluzioni e delle eredità. I sovrani della Francia, della Spagna e della Germania, aggiugnevano tutti gli anni nuovi feudi ai dominj della loro corona; sparivano i piccoli principi e le città libere; pure ognuna di queste nazioni era ben lontana dall'ubbidire ad una sola volontà. La casa d'Austria, divisa in varj rami, non aveva per anco acquistata l'Ungheria e la Boemia; non era ancora più potente della casa di Baviera o di quella di Sassonia; ed il suo ingrandimento nel quindicesimo secolo appena era stato proporzionato a quello dei duchi di Milano. La Francia ancora non contava tra le sue province l'Alsazia, la Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, l'Hainault, la Fiandra e l'Artois. Il duca di Bretagna era tuttavia indipendente; gli altri feudatarj non erano che per metà subordinati all'autorità reale; la sola nobiltà era armata, mentre il popolo era troppo oppresso per accrescere la forza nazionale. Frequenti guerre civili avevano occupati ne' loro paesi i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, e niuno in Europa sospettava che si trovasse una sproporzione tra le forze ed i mezzi di queste varie monarchie e le forze ed i mezzi degli stati d'Italia: quella forza, formata tutt'ad un tratto dal valore e dall'arte militare degli oltremontani, non era irreparabile, perciocchè essi fecero lungamente la guerra coi mercenarj levati nella Svizzera, i quali erano egualmente disposti a ricevere soldo dagl'Italiani come dai Francesi.

Nulla annunciava all'Italia, nulla preveder faceva alle potenze straniere il fine della guerra che si accese in sul declinare del quindicesimo secolo; onde non possono accusarsi gl'Italiani di non avere distrutte tutte le antiche loro instituzioni per prevenirlo; ma bensì di non avere abbastanza saputo usare di queste antiche instituzioni, di non avere abbastanza rispettata l'indipendenza di ogni stato, e la libertà di tutti, e d'avere permesso che si spegnesse il patriottismo che gli attaccava alla loro città, non all'idea astratta della nazione italiana. Dopo avere perduti i loro diritti furono meno disposti a fare sagrificj per una patria che loro prometteva minori beni, e più non trovarono in sè medesimi quell'energia repubblicana che gli avrebbe salvati, se qualche cosa poteva salvarli.

Infatti il vizio essenziale, che nel quindicesimo secolo intaccava il corpo sociale in Italia, era l'indebolimento dello spirito di libertà. L'aristocrazia faceva conquiste in seno alle repubbliche, indi il despotismo conquistava le medesime repubbliche. Le città, gelose della loro sovranità, non avevano dato verun diritto rappresentativo alle campagne, di modo che quando dilatavano il loro territorio, accrescevano il numero de' sudditi, non quello de' cittadini. Pareva loro che la libertà fosse un diritto ereditario nelle famiglie, piuttosto che un diritto inerente all'uomo; onde poche volte ammettevano nuove famiglie a dividere le prerogative delle antiche, ed a rimpiazzare quelle che naturalmente si spegnevano. La popolazione dello stato andava crescendo, ed il numero de' cittadini si diminuiva; eppure i soli cittadini formavano la sua forza, poichè i sudditi di una repubblica non le erano più affezionati di quello che lo fossero al principe i sudditi di una monarchia.

Se alla fine del quindicesimo secolo si fosse fatto un censo di tutti coloro che avevano parte alla sovranità in tutta l'Italia, sarebbesi probabilmente trovato che Venezia non contava più di due o tre mila cittadini, Genova quattro in cinque mila, Firenze, Siena e Lucca cinque in sei mila tra tutte; mentre che tulle le repubbliche dello stato della Chiesa, tutte quelle della Lombardia, tutte quelle che precedettero il regno di Napoli avevano perduta la loro libertà: in tutto appena sedici o diciotto mila Italiani godevano pienamente di tutti i diritti del cittadino in una popolazione di diciotto milioni d'abitanti. Un eguale censo ne avrebbe forse dati cent'ottanta mila nel quattordicesimo secolo, ed un milione ottocento mila nel tredicesimo. Questa progressiva diminuzione del numero di coloro che avevano veri diritti nella loro patria, e ch'erano pronti a difenderla con immensi sagrificj, era per avventura la principale cagione dell'instabilità de' governi italiani e della diminuzione delle loro forze. La libertà, che da principio era seduta sopra larghissima base, omai più non posava che sopra la punta di una piramide.

Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano, con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa, quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora, gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato, Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina, queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore pericolo non si ribellavano.

Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli, ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale, e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai Genovesi.

La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de' cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio; Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.

Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro, affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche; e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.

Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500. I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.