Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo, che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di questi.
Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.
Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni, ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole, spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza, con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti, così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti coloro che furono subordinati alla loro autorità.
Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali, e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza. Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia, ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la teoria e la pratica dell'arte della guerra.
Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto, ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano, non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de' principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.
L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di Panormita erano de' più intimi confidenti e de' più abituali consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in qualche maniera i loro palazzi in accademie.
Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone, si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province, che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia, di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era un esempio ancora più convincente della depressione delle province, quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.
I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi, prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.
Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro, quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia. Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici; i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria, viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano, sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui, e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.
Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera, conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in allora sostenere il confronto dell'Italia.