Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del gius villico ed all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente, industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte; le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne' tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi, insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa, mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione, possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire, che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere pestilenziale che vi si respira.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni, aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che, in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio, perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani, nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici, di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna, della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero, nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane, prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo. Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia, di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.