La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de' loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali, il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro famiglia senza temere la miseria.
Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere e delle arti non è meno importante che la storia della politica; conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito. In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana, mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano, ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita, per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore, per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa delle belle arti.
I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori, ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani; ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza, quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran popolo più non esiste.
Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia, si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.
In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.
CAPITOLO XCII.
Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato.
1492 = 1494.
Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza militare dello stato della Chiesa.