Bartolommeo d'Alviano aveva sperato di spingere più oltre questi suoi primi vantaggi, e di occupare senza grande difficoltà il castello di Poppi, che in sua mano sarebbe diventato la chiave di Val d'Arno e dell'Aretino, e gli avrebbe dato modo di scendere finalmente nelle pianure della Toscana; ma Antonio Giacomini, uno de' più valorosi e risoluti cittadini fiorentini, trovavasi in allora commissario a Poppi, e fece andare a vuoto l'ardita intrapresa dell'Alviano[18].

L'autunno era di già innoltrato, e la guerra trovavasi trasportata nella più aspra e più montuosa provincia della Toscana; paese sterile, chiuso da strette gole, e le di cui montagne erano coperte di alte nevi. Paolo Vitelli, premurosamente chiamatovi dai Fiorentini, e che non aveva lasciato nella campagna di Pisa che le guarnigioni delle conquistate fortezze, era altrettanto cauto e metodico, quanto l'Alviano impetuoso. Aveva sotto di lui Fracassa Sanseverino, mandato dal duca di Milano, e Rinuccio di Marciano. La sua armata, cui i Fiorentini spedivano continui rinforzi, si trovò bentosto più numerosa di quella de' Veneziani, che pure contava, sotto Carlo Orsini, Bartolommeo d'Alviano ed il duca d'Urbino, settecento uomini d'armi e sei mila fanti, tra i quali si trovavano alcune compagnie di Tedeschi. Ma il Vitelli aveva fissato di non venire a battaglia, potendo più facilmente trionfare de' nemici col chiuderli nello sterile paese che in allora abitavano. Con tale vista occupò i passi dell'Avernia, di Chiusi e di Montalone, pei quali l'armata veneziana poteva avere comunicazione colla Romagna, ed afforzò Arezzo e tutte le gole del Casentino. Dalla banda della Toscana, eccitò i contadini ad armarsi, e a porsi ovunque in su le difese contro i nemici: per tal modo, sempre più rinserrandoli entro augusti confini, gli espose bentosto a mancare di vittovaglie e di foraggi[19].

Con ciò l'armata che i Veneziani avevano spedita in Toscana, per far levare l'assedio di Pisa, trovavasi assediata; ed il duca d'Urbino lungi dal poter liberare Marco Martinengo, siccome portavano le sue commissioni, aveva invece bisogno di essere liberato egli medesimo. La repubblica non perdette tempo ad occuparsene, e mandò a Ravenna, in principio del 1499, il conte Niccola di Pitigliano per ragunarvi un'altra armata. Tosto che questi ebbe sotto i suoi ordini quattro mila fanti si avanzò ad Elci, rocca situata ai confini del ducato d'Urbino, con intenzione di penetrare da quella banda nel Casentino e liberare l'armata assediata. Ma il Vitelli venne ad accamparsi in faccia al Pitigliano, a Pieve di santo Stefano, per chiudergli il passo. Le due repubbliche, egualmente stancheggiate dalle enormi spese di una ruinosa guerra, affrettavano i loro generali di venire ad una decisiva battaglia; ma i due capitani, Pitigliano e Vitelli, educati secondo il cauto sistema della scuola militare italiana, chiusero le orecchie a tutte le istanze che loro si facevano, e non vollero affidare la propria riputazione all'incerto esperimento di una battaglia[20].

E a dir vero le due repubbliche avevano le più gagliarde ragioni di allontanarsi nella presente circostanza dalla consueta loro prudenza, e di porre in balìa di una dubbiosa battaglia la sorte loro. Ognuna sperava, ottenendo la vittoria, di fare la pace a più vantaggiose condizioni, ed ognuna sentiva che, anche soffrendo una sconfitta, a tanta distanza dalla capitale ed in paese così facile a difendersi, la sua esistenza non sarebbe altrimenti compromessa. Forse ambedue avrebbero piuttosto desiderato che una sconfitta le forzasse a rinunciare alle loro pretese, anzi che continuare con poca speranza una ruinosa interminabile contesa. I Veneziani erano impazienti di liberare le loro tre armate ridotte all'immobilità in Pisa, a Bibbiena e ad Elci; i Fiorentini non desideravano meno di licenziare il loro generale Paolo Vitelli, contro del quale avevano concepiti gagliardi sospetti. Aveva questi di fresco accordato un salvacondotto al duca di Urbino, che era ammalato, e Giuliano dei Medici aveva approfittato di tale salvacondotto per uscire di Bibbiena col duca, onde i Fiorentini si erano amaramente lagnati che un ribelle della loro repubblica, assediato dalla loro armata, fosse stato sottratto dal proprio loro generale al gastigo comminatogli dalle leggi[21].

Le due repubbliche erano ancora più bramose della pace che della battaglia, e due potenti mediatori si offrirono contemporaneamente per trattare fra di loro. Da un canto Lodovico XII cercava di avere l'alleanza sì dell'una che dell'altra repubblica; e per riconciliarle chiedeva che Pisa si depositasse nelle sue mani, promettendo segretamente ai Fiorentini di rendere loro quella città, ed ai Veneziani di procurar loro larghi compensi nello stato di Milano[22]. Dall'altro canto Lodovico il Moro, affrettando i Fiorentini a riconciliarsi coi Veneziani, sperava con tal mezzo di rappacificarsi egli medesimo cogli ultimi. Vedeva il re di Francia tener dietro ai progetti manifestati ne' primi giorni del suo regno d'invadere la Lombardia, era informato delle negoziazioni di quel monarca col papa, della sua nuova alleanza col re d'Inghilterra e della tregua convenuta per più mesi con Massimiliano, senza che questi, in conformità della sua promessa, vi avesse fatto comprendere il ducato di Milano; nello stato di guerra tutto doveva il Moro temere dal risentimento de' suoi vicini; ma se giugneva a ristabilire la pace in Italia, poteva sperare che la repubblica di Venezia, tornando a più prudenti consiglj, abbandonerebbe i progetti di vendetta troppo per lei medesima pericolosi[23].

Avendo Lodovico XII rinunciato alle parti di mediatore per unirsi più strettamente alla repubblica di Venezia, i Fiorentini, che vivamente desideravano la pace, diedero perciò più facile orecchio ai consiglj di Lodovico il Moro. Dal canto loro i Veneziani, che secretamente si apparecchiavano ad una guerra contro il duca di Milano, che sapevano che i Turchi armavano per attaccare i loro possedimenti nella Grecia, che per ultimo erano inquietati dalle strane pretese e dalle minacce di Massimiliano, sebbene accostumati a vederle sfumare, non vollero essere distratti dalla guerra di Pisa in circostanze che potevano diventare più difficili. Gli affari di Pisa si passarono dal consiglio de' pregadi a quello de' dieci, risguardato siccome meno accessibile alle generose passioni, ed assai più dominato dalla sola politica. Questo consiglio, accettando la proposizione fatta da Lodovico il Moro, sottoscrisse un compromesso, in forza del quale riponeva tutti i diritti della repubblica in mano d'Ercole d'Este, duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale obbligò pure i Fiorentini ad accettare lo stesso arbitro: e furono accordati otto giorni per proferire la sentenza tra le due repubbliche, che si obbligarono ad assoggettarvisi[24].

Il 16 aprile del 1499 il duca di Ferrara pronunciò la sentenza tra le due repubbliche che l'avevano scelto per arbitro. Obbligò i Veneziani a ritirare prima della prossima festa di san Marco tutte le loro truppe dal territorio pisano, da Bibbiena e dal Casentino; ed ingiunse ai Fiorentini di pagare per dodici anni ai Veneziani, a titolo delle spese della guerra, quindici mila ducati all'anno. Volle ancora che i Fiorentini accordassero un'illimitata amnistia agli abitanti di Bibbiena e di Pisa, e che agli ultimi accordassero inoltre la licenza d'esercitare, siccome i Fiorentini, ogni specie di mercatura tanto per mare quanto per terra; che lasciassero ai Pisani le loro fortezze, a condizione d'ottenere l'assenso della signoria fiorentina per tutti i capitani che prenderebbero al loro servigio, e di ridurre le guarnigioni al numero de' soldati che vi tenevano i Fiorentini prima della ribellione. Il duca di Ferrara ordinò pure che i giudizj civili si pronuncierebbero in Pisa da un podestà forestiere scelto dagli stessi Pisani in un paese alleato di Firenze, e che le sentenze criminali si farebbero dal capitano di giustizia fiorentino, ma sotto l'ispezione d'un assessore nominato dal duca di Ferrara[25].

Potrebbe risguardarsi come prova dell'imparzialità del duca di Ferrara il generale malcontento eccitato da questo arbitramento. Altra sentenza mai non venne accolta tanto sfavorevolmente da tutte le parti. I Veneziani, vergognandosi di mancare apertamente a tutti gli obblighi contratti coi Pisani, non vollero che un atto pubblico potesse far prova della loro mala fede, e sebbene eseguissero la sentenza, e richiamassero dalla Toscana nel fissato termine le loro truppe, non acconsentirono giammai ad assoggettarvisi formalmente. Dolevansi i Fiorentini, che loro non venisse restituita Pisa, finchè lasciavansi le fortezze in mano ai loro sudditi ribelli, e che fossero ingiustamente condannati a pagare le spese d'una guerra, nella quale erano stati attaccati senza avere provocati i nemici. Pure accettarono espressamente la sentenza arbitramentale; ma la loro accettazione rimase senza effetto; perchè i Pisani, risguardando tutte le guarenzie loro offerte dal duca di Ferrara come facili ad eludersi, e preferendo la morte alla servitù, ricusarono di sottomettersi, e quantunque da tutti abbandonati, protestarono di volere difendersi, affrettandosi a far uscire dalla loro città e fortezze le truppe veneziane per paura che non le consegnassero ai loro nemici[26].