La barbara giurisprudenza che ammetteva l'uso della tortura avrebbe pure dovuto salvare la vita di Paolo Vitelli, perchè quest'odiosa procedura non era stata inventata che dal credersi necessaria la confessione del prevenuto al di lui convincimento. La condotta tenuta dal Vitelli era stata sospetta; le sue secrete relazioni cogli Orsini, amici e parenti dei Medici, dovevano far pensare che mirasse come loro a ristabilire i Medici in Firenze. La corrispondenza de' suoi segretarj, trovata tra le sue carte, non lasciava verun dubbio che non avesse parte in una segreta trama, di cui non si arrivò a conoscere l'oggetto. La prudenza voleva che gli si levasse un comando che gli si era incautamente affidato, ma la giustizia richiedeva di rispettare la di lui vita, poichè non era convinto di verun delitto. Il di lui supplicio fu altrettanto impolitico quanto crudele, lasciò ne' signori di Città di Castello un violento desiderio di vendetta contro Firenze, del quale Firenze ebbe a soffrire finchè si mantenne nello stato di repubblica; irritò egualmente tutti i generali francesi che avevano militato coi fratelli Vitelli nella guerra di Napoli, e che gli stimavano assai. Ma mentre ciò succedeva in Toscana, in Lombardia avevano avuto luogo tali avvenimenti che consigliavano potentemente i piccoli stati d'Italia ad accarezzare il re e l'armata francese.

Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il 9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento. Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente. In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome; ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].

Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].

Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de' Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani, aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze, ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e nell'Istria[38].

Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia, penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].

Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore, l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].

Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia, una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di Francia e lo attaccava al partito francese[41].

Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti; ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara, quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.

Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio; fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente. Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal fondati sospetti[42].