Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].

L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone. Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo, Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi d'aprire ai Francesi le loro porte[44].

Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato; trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio, cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri, che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua, orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].

Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne' tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta l'armata si disperse[47].

I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina, svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza. Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte. In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano, tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a 240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre, Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui felicitavasi d'essersi sottratta[49].

Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno; accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe, comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].

I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].

La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri. Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].

Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze. Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza. Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza. All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti; ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e Montepulciano[54].