Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una conquista fatta in tempo d'intera pace[63].
Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando, gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una formale salvaguardia[64].
Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo, Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante, per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di dolori[66].
CAPITOLO C.
Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro il regno di Napoli.
1499 = 1501.
In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di sè medesimo o di suo figlio.
Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta violazione delle sue leggi fondamentali.