La parte del territorio ecclesiastico più vicina a Roma era quasi tutta caduta sotto il dominio di due potenti famiglie, Orsini e Colonna. Gli Orsini in particolare avevano vasti dominj nel patrimonio di san Pietro dalla banda occidentale del Tevere, i Colonna nella Sabina e nella Campagna di Roma dalla banda di levante e di mezzodì dello stesso fiume. I primi venivano risguardati come capi dei Guelfi, gli altri de' Ghibellini; e questi nomi di fazioni, che omai più non indicavano opposte opinioni, ma soltanto la memoria d'antichi odj, davano non pertanto maggiore accanimento a tutte le contese che lordavano di sangue Roma ed il suo territorio. Tutta la nobiltà seguiva queste due insegne; i Savelli ed i Conti stavano d'ordinario pel partito Ghibellino, i Vitelli per quello de' Guelfi.

Queste famiglie avevano fondata la loro potenza nella professione delle armi e nell'amore de' soldati, mentre che i governi avevano imprudentemente abbandonata a gente mercenaria la difesa dello stato. Tutti gli Orsini e tutti i Colonna, i Savelli, i Conti, i Santacroce, e, per dirlo in una parola, tutti i nobili feudatari romani erano condottieri: ognuno di loro comandava ad una compagnia di uomini d'armi più o meno numerosa, ma loro sommamente affezionata; ognuno separatamente trattava coi re, colle repubbliche, coi papi, per porsi al loro servigio; ognuno negl'intervalli di riposo, che loro lasciavano l'esterne guerre, riparavasi in uno de' suoi castelli, lo afforzava diligentemente, e cercava di addestrare nell'arte della guerra i suoi vassalli, per trovare fra di loro onde mettere a numero la compagnia; e per tal modo quanti più giovani capi contava una famiglia, e più riputavasi potente.

Le frequenti accanite guerre dei Colonna cogli Orsini avevano affatto spogliate le campagne di agricoltori. Tutti gli abitanti dimoravano entro le terre murate, perchè ne' villaggi aperti non potevano trovare sicurezza per i loro ricolti, pei bestiami e per le stesse loro persone. Tutto ciò che avessero lasciato in una casa isolata sarebbe stato preda de' soldati; non potevano nè pure sperar profitto da verun genere di coltivazione che occupasse lungamente il suolo. Ne' crudeli guasti cui andavano così frequentemente esposti, erano state svelte tutte le viti e bruciati gli ulivi, onde più non ritraevano dai loro fondi che gli uniformi prodotti annuali del pascolo e delle messi. Così andavasi allargando la desolazione delle campagne romane, che, prive di abitanti e di alberi, senz'ornamenti, senza siepi, non distinguevansi dai deserti che a cagione di un lavoro fuggitivo, che dopo un anno non lasciava veruna traccia. Pure i villaggi murati, la di cui vicina campagna veniva tuttavia ravvivata da un annuale lavoro, non potevano essere ruinati dalla guerra senza che l'intero distretto cessasse di essere coltivato. Spesse volte dopo che un villaggio era stato bruciato e trucidati i suoi abitanti, i loro eredi si trovavano tuttavia a portata di rialzare le mura, e di porvisi in istato di difesa; ma se non avevano forza o danaro per farlo, se le loro brecce restavano aperte, e se non erano in istato di resistere ad un colpo di mano, invano si sarebbero lusingati di godere essi medesimi i frutti de' loro sudori; perivano di miseria, oppure, abbandonando quelle proprietà che non erano di veruna utilità, portavano il loro lavoro in paesi ove potesse procurar loro un sicuro sostentamento. Bentosto il cattivo aere del deserto occupava gli abbondanti campi, e se in più tranquilli tempi i loro antichi abitatori ardivano di ritornarvi, soggiacevano alle febbri maremmane. Vero è per altro che, finchè i gentiluomini abitarono le loro rocche in mezzo ai proprj vassalli, si fecero un essenziale dovere di riparare i disastri della guerra, e finchè non mancarono loro affatto i mezzi, ripararono sempre le ruinate fortificazioni, e mantennero ancora ne' loro feudi qualche ramo d'industria, qualche popolazione, qualche ricchezza. Ma quando in tempi più tranquilli stabilirono la loro dimora nella capitale, gli estremi effetti delle funeste guerre de' loro antenati si fecero sentire alla posterità, e gli ultimi avanzi della popolazione scomparvero dalle campagne di Roma.

Alessandro VI non erasi conservato neutrale tra i Colonna e gli Orsini, e ne' primi tempi del suo pontificato si era dichiarato contro i primi, che aveva trovati partigiani della Francia, mentre egli stava per gli Arragonesi di Napoli. Vero è che nel susseguente anno i Colonna passarono sotto le insegne di Ferdinando II, e con ciò si riconciliarono per qualche tempo col papa; ma questi si dichiarò bentosto per l'opposto partito, ed essendosi unito alla Francia, si fece di nuovo a perseguitare i Colonna. Armava sempre una di quelle famiglie contro l'altra, e qualunque delle due rimanesse perdente o ruinata, egli credevasi egualmente avvantaggiato. Cesare Borgia, duca del Valentinese, e di lui figliuolo, s'appigliava per maggiormente abbassarli ad un altro mezzo: erasi fatto egli medesimo condottiere; aveva raccolti sotto le sue bandiere tutti i gentiluomini che prima servivano sotto i Colonna e gli Orsini, e largamente pagandoli e loro dando soldati e castella, aveva sostituito l'attaccamento per la sua persona all'antico spirito di parte, che favoriva i Colonna e gli Orsini[67].

Se l'autorità del pontefice era pochissimo conosciuta nella stessa campagna di Roma, e s'egli era forzato a guerreggiare perfino nelle strade della sua capitale ora contro i Colonna ora contro gli Orsini, era cosa naturale che le più lontane province avessero scossa ancora più compiutamente la sua autorità. Alcune città avevano sempre mantenuta se non altro la forma di un'amministrazione repubblicana; Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni, eransi sottratte al giogo de' domestici tiranni, o l'avevano scosso; ma le proprie loro fazioni e le continue guerre de' loro vicini, le avevano sempre tenute in uno stato di debolezza e di oscurità. Le altre città erano venute in balìa de' vicarj pontificj, i quali, mercè la promessa di un annuo censo che mai non pagavano, avevano ottenuta una intera indipendenza. Quasi tutta la Marca era divisa tra le due case di Varano e di Fogliano, e la prima si era sollevata alla sovranità di Camerino. Giulio di Varano regnava allora in quel piccolo principato: Giovanni di Fogliano, che non molto dopo fu barbaramente assassinato da suo nipote Oliverotto, regnava in Fermo[68]. Sinigaglia nel 1471 era stata data in feudo da Sisto IV a suo nipote, Giovanni della Rovere, col titolo di prefetto di Roma, e questo principe era nello stesso tempo genero e presuntivo erede del duca d'Urbino. L'alpestre provincia posta tra le Marche e la Toscana era governata da Guid'Ubaldo, illustre ed ultimo erede dell'antica casa di Montefeltro: questa provincia comprendeva il ducato d'Urbino da cui s'intitolava, il contado di Montefeltro e la signoria d'Agobbio. L'Italia non aveva nè più bellicosa gente, nè altra corte più letterata e più gentile. A ponente il ducato d'Urbino confinava colle due sovranità che si erano formate nella Vallata del Tevere Gian Paolo Baglioni a Perugia, e Vitellozzo Vitelli a Città di Castello. Avevano ambidue abbracciata la professione delle armi, ed il Vitelli aveva renduto importante il suo piccolo stato coi rari talenti militari da lui spiegati e da' suoi quattro fratelli, e coll'eccellente disciplina introdotta tra i suoi vassalli.

Dalla banda della Romagna trovavasi successivamente Pesaro, piccolo principato staccato nel 1445 da quello dei Malatesta da Francesco Sforza, a favore del ramo cadetto della sua famiglia; n'era sovrano in allora Giovanni Sforza, che nel 1497 aveva fatto divorzio con Lucrezia Borgia, figliuola del papa. Il principato di Rimini che veniva in seguito più non conservava la potenza cui era stato innalzato da Pandolfo III e da suo fratello Carlo nel quattordicesimo secolo; era in quel tempo governato da Pandolfo IV, che aveva cominciato a regnare nel 1482. Questo principe, figliuolo naturale di Roberto Malatesta e genero di Giovanni Bentivoglio, non si era per anco dato a conoscere che colle sue dissolutezze e colle crudeltà; ma trovavasi sotto la protezione della repubblica di Venezia, che per dilatare più sicuramente la sua influenza su tutte le coste dell'Adriatico, offriva soldo a tutti i principi di quella provincia. Coloro che volevano accettarlo non erano tenuti a condurre essi medesimi le compagnie degli uomini d'armi che si obbligavano a mantenere, altro ciò non essendo che un pretesto per avere un'onorevole pensione. Cesena, posta a ponente di Rimini, trovavasi in allora sotto l'immediato dominio della Chiesa, che l'aveva tolta ad un ramo della casa Malatesta[69]. Ma Forlì, antica signoria degli Ordelaffi, era del 1480 passata in Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, che nel 1473 era pure stato investito da suo zio della signoria d'Imola. Questi due principati, separati l'uno dall'altro da quello di Faenza, fino dal 1488 erano soggetti al giovane Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la coraggiosa Catarina Sforza, figlia naturale di Galeazzo, duca di Milano. Aveva costei sposato in seconde nozze Giovanni de' Medici appartenente al ramo cadetto di quella casa, da cui ebbe un figliuolo, che acquistò poi tanta celebrità nelle guerre d'Italia. Suo marito era morto nel 1498, ma Catarina non aveva perciò conservato minore attaccamento verso la repubblica fiorentina, la quale per arra della sua protezione pagava un soldo al giovane Ottaviano Riario. Tra i principati di Forlì e d'Imola trovavasi chiuso quello di Faenza, che per la valle del Lamone si stendeva fino ai confini della Toscana. I Veneziani avevano data somma importanza all'apertura di questo passaggio per attaccare la repubblica fiorentina; si erano procurata la tutela del giovane Astorre III di Manfredi, che aveva soltanto sedici anni; avevano compresse le guerre civili tra Astorre e suo fratello naturale Ottaviano, ed erano quasi assoluti padroni di Faenza e di Val di Lamone[70]. Gli stessi Veneziani si erano impadroniti di Ravenna e di Cervia, togliendo la prima alla casa di Pollenta, l'altra ad un ramo cadetto della casa Malatesta. Giovanni Bentivoglio fino dal 1462 regnava con assoluto potere sulla ricca e potente città di Bologna. Per ultimo il duca Ercole d'Este era il più lontano ed il più indipendente de' feudatarj della Chiesa. Egli riconosceva da questa il Ferrarese, che da più secoli era governato dalla sua famiglia; lo univa ai feudi imperiali di Modena e di Reggio, ed appena pensava che la sua causa potesse aver nulla di comune con quella degli altri vicarj pontificj.

Le numerose corti di tanti piccoli signori davano alla Romagna un'apparenza d'eleganza e di ricchezza: ogni capitale era ornata di templi e di palazzi vagamente fabbricati, ognuna aveva la sua biblioteca, ed ogni corte cercava in tal maniera di abbellirsi col lusso dell'ingegno: alcuni poeti, alcuni eruditi, alcuni filosofi si trovavano sempre tra i cortigiani d'ogni principe, e la rivalità di tutti questi piccoli stati giovava indubitatamente ai progressi delle lettere, sebbene il più delle volte avvilisse il carattere de' letterati. Ma l'assoluta potenza suole generare dispendiosi vizj; tutti gli adulatori del più piccolo sovrano ripongono la munificenza nel novero delle sue virtù, ed egli stesso non sa porre maggior limite ai suoi desiderj che se fosse sovrano del più vasto impero. Perciò ogni principe della Romagna trovava sempre le sue entrate sproporzionate ai bisogni della sua difesa, della sua vanità, dei suoi piaceri. Era sempre attento ad approfittare di ogni occasione per istrappare a' suoi sudditi qualche parte delle loro sostanze; e siccome le imposte non bastavano di lunga mano, vi aggiugneva il prodotto delle ammende e delle confische. «Uno de' loro disonesti modi di far danaro, era, dice Machiavelli, quello di pubblicare leggi proibitive di qualche azione; erano poi i primi a dar motivo di violarle, e si astenevano dal punire i delinquenti, finchè un grandissimo numero di cittadini fossero caduti nello stesso fallo. Allora gli attaccavano tutti ad un tratto, non per amore dell'osservanza delle leggi, ma per guadagnare le ammende. Così i popoli diventavano poveri senza correggersi; e quand'erano ridotti in miseria, cercavano di riavere quello che avevano perduto a danno di coloro che non potevano difendersi»[71].

V'hanno certi delitti che sembrano di esclusiva pertinenza di quelle famiglie, che, separate da tutte le altre, sciolte da ogni legame sociale, non appresero a sentire come la comune degli uomini, e non si credono soggette alla stessa morale. In fatti le case sovrane della Romagna avevano dati al popolo frequenti esempi d'assassinj fra i congiunti, d'avvelenamenti e di tradimenti d'ogni genere. Le nobili famiglie credevano inoltre di comprovare l'indipendenza di cui godevano colla crudeltà delle loro vendette. Numerose bande di sicarj venivano continuamente adoperate per attaccare o per difendersi: i nemici non erano soddisfatti, finchè conservavasi un solo individuo, di qualunque sesso egli si fosse, nella casa che volevano distruggere. Quando Arcimboldo, arcivescovo di Milano, fu nominato cardinale di santa Prassede e legato di Perugia e dell'Ombria, trovò in quella provincia un gentiluomo, che aveva schiacciato contro le pareti il capo de' figliuoli del suo nemico e strozzata la consorte di lui gravida; dopo di che, avendo scoperto un altro figlio dello stesso uomo ch'era rimasto vivo, l'aveva inchiodato alla porta della propria casa quale trionfo della sua vendetta, come talvolta i cacciatori vi appiccano le aquile e i gufi da loro uccisi. E ciò che più importa, tanta atrocità non era sembrata ai suoi compatriotti una cosa straordinaria[72].

Siccome la desolazione della campagna di Roma è ancora ai nostri giorni un testimonio delle antiche guerre dei Colonna e degli Orsini, così l'attuale carattere dei Romagnoli ricorda tuttavia l'educazione che diede loro il governo dei piccoli loro principi, e l'esempio troppo frequente di tante famiglie sovrane. Dante fino nel 1300 li denunciava all'Italia come crudeli e perfidi, ed i loro vicini hanno di loro anche nell'età presente la stessa opinione[73].