Tosto che la fazione francese nel regno di Napoli ebbe sentore della mossa del duca d'Albanì, cominciò subito a sollevarsi; i baroni angiovini, la città dell'Aquila e tutti gli Abruzzi, sembravano apparecchiati a tentare una rivoluzione. Il consiglio di Napoli scrisse al signore di Lannoy, che, se non voleva perdere il regno affidatogli, doveva sollecitamente ricondurvi l'armata imperiale per respingere l'invasione straniera, e contenere i malcontenti. Infatti il vicerè, spaventato da questi avvisi, voleva accorrere alla difesa del suo territorio; ma vi si oppose il marchese di Pescara onde non s'indebolisse l'armata di Lombardia. Egli dimostrò che conveniva difendere Napoli e Pavia, conciossiachè un solo vantaggio avuto sopra Francesco I bastava per richiamare il duca d'Albanì anche vittorioso, mentre invece, ove pure il duca rimanesse perdente nel regno di Napoli, i di lui rovesci non potrebbero por fine alla guerra di Lombardia. Si prese quindi il partito di mandare a Napoli il duca di Traietto con ordine di levare contribuzioni nel paese, e di provvedere nel miglior modo che potrebbe alla difesa del regno colle sole milizie nazionali, mentre che si terrebbero in Lombardia tutte le forze imperiali[119].
L'assedio di Pavia procedeva poco vigorosamente, perchè i Francesi cominciavano a mancare di munizioni: dall'altro canto il duca d'Albanì attraversava l'Italia con estrema lentezza, accrescendo così fede all'universale opinione, che piuttosto cercasse d'intimorire gl'Imperiali, che di fare realmente la conquista del regno. Pure la sua marcia serviva ai Francesi per formare nuove alleanze, facendo dichiarare per loro i deboli stati, che il solo timore aveva strascinati nella lega dell'imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, domandò di essere nuovamente ricevuto sotto la protezione francese, e la comperò con un sussidio di settanta mila fiorini, venti mila de' quali vennero pagati in munizioni d'artiglieria. Giovanni de' Medici, il celebre comandante delle bande nere, venne incaricato di condurre a Pavia queste munizioni; egli aveva di fresco mutato nuovamente partito, lagnandosi d'essere stato dagl'Imperiali trascurato nella precedente campagna, ed era giunto al campo francese il 4 di dicembre colla formidabile sua truppa. Il duca d'Albanì penetrava in Toscana per la via della Garfagnana. In principio di gennajo gli si unì Renzo di Ceri con tre mila fanti italiani sbarcati da una flotta francese. Lucca gli pagò dodici mila ducati e gli diede alcuni cannoni. Firenze lo accolse come generale di una potenza amica; Siena non solo acquistò la protezione della Francia con una contribuzione, ma dovette acconsentire al richiamo del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui mani Clemente VII desiderava di vedere riposto il governo di quella città. Finalmente il papa, quando l'Albanì fu vicino a Roma, pubblicò il trattato di neutralità conchiuso colla Francia, e fin allora tenuto segreto[120].
Ma sebbene il duca d'Albanì fosse entrato nello stato di Roma, e che assoldasse nuovi fanti nelle terre degli Orsini, mentre che dal canto loro i Colonna ne assoldavano altri a Marino per difendere il regno di Napoli, gli occhi di tutta l'Europa non erano volti a questi avvenimenti, ma soltanto a ciò che accadeva in Lombardia. Il Borbone era colà tornato verso la metà di gennajo, conducendo dalla Germania cinquecento cavalli borgognoni e sei mila fanti che gli erano stati dati dall'arciduca Ferdinando, con un corpo di quasi altrettanti volontarj assoldati dalle città imperiali e dalla nobiltà immediata. Marco Sittich d'Embs e Niccolò, conte di Salm, comandavano i primi, Giorgio Frundsberg gli altri. I Veneziani, che non eransi obbligati che ad una perfetta neutralità, loro accordarono il libero passaggio[121].
Dopo avere ricevuto questo rinforzo, l'armata imperiale si trovò superiore a quella di Francia, ma mancava assolutamente di danaro; Carlo V, seguendo la sua pratica, non ne mandava nè dalla Spagna, nè dalla Fiandra: non poteva somministrarne il regno di Napoli chiamato a difendere sè medesimo; il ducato di Milano, che fin allora aveva mantenuto l'armata, oltre l'essere interamente ruinato, era in gran parte occupato da' Francesi; e gli stati indipendenti d'Italia non pagavano più le contribuzioni loro precedentemente estorte a viva forza. In Pavia Antonio di Leiva non aveva più polvere, mancava di vino e d'ogni altra vittovaglia, ad eccezione del pane. I soldati, anche prima che cominciasse l'assedio, non ricevevano da lungo tempo il loro soldo, e di già cominciavano a domandarlo con minacciose grida, onde Leiva temeva che non dessero la città ai nemici. Prese perciò tutti gli argenti delle chiese, e ne coniò una nuova moneta che loro distribuì; il Pescara trovò il modo di fargli passare tre mila ducati, la quale piccola somma servì a far credere agli assediati che il danaro pel loro soldo si trovava nel campo imperiale; ma ch'era quasi impossibile il farlo giugner loro a traverso alle linee degli assedianti. Finalmente il comandante de' Tedeschi, il conte Eitel Federico di Zollern, il di cui nome viene dal Giovio travisato sotto quello d'Azornio, avendo eccitata la diffidenza di Antonio di Leiva, fu da lui avvelenato in un pranzo[122].
Il marchese di Pescara, Lannoy, e Borbone, sentivano ancora più vivamente il bisogno del danaro per l'armata con cui pensavano di far levare l'assedio di Pavia. Non solo era dovuto il soldo a tutte le loro truppe da molti mesi, ma non ne avevano abbastanza per far trasportare l'artiglieria, per provvedere alcune vittovaglie, nell'istante in cui, volendo trar fuori le truppe da' quartieri d'inverno, più non sarebbero alimentate dagli abitanti. Però i generali imperiali sentivano la necessità di attaccare il campo francese prima che il re ricevesse le nuove truppe che faceva levare nella Svizzera, in Italia ed in Francia, prima che la miseria inducesse gli assediati a capitolare, e prima che per mancanza di pagamento le loro truppe si disperdessero[123].
Il marchese di Pescara cercò di calmare i soldati, i quali avevano dichiarato che non uscirebbero da' quartieri d'inverno finchè non sarebbero loro pagati i mesi arretrati. Cominciò col risvegliare il naturale orgoglio degli Spagnuoli, il loro odio verso i Francesi e la loro cupidigia, promettendo loro le ricche spoglie dell'armata reale. Dopo avere ottenuta la loro promessa di servire ancora un intero mese senza soldo, adducendo il loro esempio si volse ai Tedeschi, e gli esortò a mostrare la medesima generosità in una causa in cui erano più particolarmente interessati, poichè trattavasi di liberare i loro compatriotti assediati in Pavia. Giorgio Frundsberg, il di cui figliuolo Gaspare era chiuso in Pavia con Antonio di Leiva, fece con tutto il suo zelo e con tutto il suo credito valere questo motivo presso i suoi compatriotti, e fece in modo che ottenne da loro la medesima promessa che il Pescara aveva ottenuto dagli Spagnuoli. Solo restavano a persuadersi gli uomini d'armi ch'erano a Soncino con Carlo di Lannoy, i quali si mostravano meno docili degli altri. Il loro orgoglio era umiliato, perchè non avevano avuto occasione di mostrare il proprio valore nelle precedenti campagne. Il Pescara aveva riposta tutta la sua fiducia nella fanteria, ed in particolar modo ne' fucilieri ed archibugieri spagnuoli da lui formati; e gli uomini d'armi, lasciati oziosi, erano non infrequentemente l'oggetto della derisione de' pedoni. Per persuaderli a marciare, d'uopo fu che il Pescara e gli altri capi dividessero tra gli uomini d'armi il privato loro danaro. Egli finalmente ottenne in tal modo che raggiugnessero il restante dell'armata; e il 25 di gennajo si pose in cammino da Lodi per Marignano[124].
Il re, avvisato della marcia dell'armata imperiale, suppose dapprima che fosse intenzionata di occupare Milano, ma quando seppe che, partendo da Marignano, aveva piegato a sinistra lungo il Lambro per avvicinarsi a Pavia, richiamò da Milano all'armata La Tremouille e Lescuns, ed adunò un consiglio di guerra per risolvere intorno al partito da prendersi. Tutti i più vecchi generali, La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, La Tremouille, Teodoro Trivulzio, il duca di Suffolck della Rosa Bianca, ed il bastardo Renato di Savoja, si sforzavano di far sentire al re che la peggiore situazione era quella di aspettare d'essere attaccato nel proprio campo, tra una città assediata, ove trovavasi una grossa guarnigione, ed un'armata più numerosa della sua; che non doveva tardare a levare l'assedio di Pavia, portando l'armata tra questa città e Milano a Binasco o alla Certosa; che il paese, tutto intersecato di canali, offriva molti vantaggiosi accampamenti, e ch'era facile lo sceglierne uno, in cui la sua armata tutt'adunata non potrebb'essere attaccata senza un eccesso di temerità; che gl'imperiali, senza danaro e senza viveri, non potrebbero lungamente tenersi in campagna, e che l'imbarazzo loro verrebbe accresciuto col ricevere nel proprio campo la guarnigione di Pavia, cui si era fatto credere che il soldo fosse in pronto, e la quale, non ricevendo danaro dopo tante privazioni, ecciterebbe facilmente una sollevazione in mezzo a truppe tutte egualmente malcontente; che bastava guadagnare tempo per ottenere tutti i frutti della più compiuta vittoria; e che, se la disperazione riduceva il Pescara a cercare la battaglia, la più comune prudenza insegnava al re a schivare ciò che il suo nemico desiderava[125].
Ma Francesco I non ascoltava che Bonnivet, perchè questi lo intratteneva sempre della sua gloria. Indegna cosa sarebbe, questi gli diceva, della maestà di un re di Francia di lasciarsi dagli stessi nemici svolgere dai suoi disegni, di rinculare quand'essi avanzavano, e di abbandonare un'impresa che si era impegnato di condurre a fine in faccia a tutta l'Europa. Che i generali ordinarj potevano lasciarsi guidare da queste comuni considerazioni di prudenza o di tattica militare; ma che, trovandosi compromessa la maestà reale, l'onore della corona doveva essere la prima base dell'arte della guerra. Dietro una così fallace opinione dell'onore e del dovere di un re, Francesco I risolse di continuare l'assedio di Pavia in presenza del nemico, contro il parere de' suoi più sperimentati generali, e contro le istanze del papa[126].