Le prime operazioni del re erano state ben dirette. Il signore di Lannoi evacuando Asti prima del di lui arrivo, aveva lasciati due mila uomini in Alessandria, sperando che l'armata francese si tratterrebbe ad assediarla; ma Francesco I voleva avanti tutto occupare Milano, persuaso che le piazze che lasciavasi alle spalle s'arrenderebbero in appresso. La peste, che tutta la state aveva infierito in Milano, e fatte perire cinquanta mila persone, aveva costretto Francesco Sforza ed il suo cancelliere Moroni ad abbandonarla. Questi, malgrado le istanze del Pescara, ricusarono di rientrarvi per sostenere un assedio, e per lo contrario autorizzarono i cittadini a sottomettersi ai Francesi; onde il Pescara, che più non trovava ne' Milanesi, avviliti da tante calamità, nè zelo per la loro indipendenza; nè soccorsi pecuniarj, nè braccia pel lavoro, credette prudente consiglio di non tenere la sua armata in una città infetta di peste, che poteva diventare il suo sepolcro; perciò diede ordine di evacuarla, ed il 26 ottobre del 1524 le ultime truppe imperiali, comandate da Alarcone, uscirono per la porta Romana, mentre che le francesi vi entravano per le porte Ticinese e Vercellina. Il 30 ottobre vi fu mandato la Tremouille per assumere il comando come luogotenente del re: aveva con lui il conte di San-Paul, il signore di Vaudemont, il maresciallo di Foix e Teodoro Trivulzio. Settecento fanti spagnuoli formavano la guarnigione del castello abbondantemente approvigionato[109].
Il disordine in cui trovavasi l'armata imperiale, lo scoraggiamento de' soldati che da oltre un mese ritiravansi a marcie forzate innanzi al nemico; la mal intelligenza che supponevasi tra i generali; l'impossibilità in cui si erano trovati di difendere Milano; tutto faceva conoscere che dovevansi inseguire caldamente senza lasciarli respirare. Il marchese di Pescara, uscendo di Milano, erasi ritirato a Lodi; ma sapevasi che la maggior parte de' di lui soldati, oppressi dalla fatica, e non sentendosi abbastanza forti per difendersi, avevano gettate le armi; che quasi tutta la cavalleria era smontata, avendo perduti i cavalli nelle lunghe marcie sulle montagne; che Lodi non poteva resistere più di Milano; e che, potendo i Francesi passare l'Adda prima degl'imperiali, l'armata degli ultimi non poteva a meno di non essere tagliata fuori e distrutta, o fatta prigioniera. Sgraziatamente avevano persuaso a Francesco I che una guerra reale, una guerra in cui egli comandava personalmente le armate, non doveva trattarsi colle comuni regole della tattica, e che avanti tutto dovevasi osservare ciò che richiedeva l'onore della corona. Quest'onore, gli si diceva, non permetteva ch'egli entrasse in Milano finchè la fortezza era nelle mani de' nemici; che si lasciassero alle spalle piazze non sottomesse; e per ultimo che si perdonasse a coloro che in una terra mal fortificata avevano l'insolenza di resistergli[110].
L'ammiraglio Bonnivet era colui che più d'ogni altro intratteneva il re di questa fallace gloria; e fa pure lo stesso Bonnivet che lo persuase a richiamare le truppe di già in cammino alla volta di Lodi, per far loro prendere la strada di Pavia, non convenendo alla dignità del re di Francia di andare in traccia di nemici lontani, quando altri ne aveva più vicini[111]. I generali imperiali in questa loro disfatta si erano separati. Antonio di Leiva erasi incaricato di difendere Pavia con cinque mila Tedeschi, cinquecento Spagnuoli, e due compagnie di cavalleria comandate da Garzia Manrique. Il marchese di Pescara trovavasi in Lodi col rimanente della fanteria spagnuola, intenzionato di continuare la sua ritirata: ma quando vide che i Francesi lo lasciavano respirare, pensò di afforzarvisi. Il Lannoi passò l'Adda e si accampò in Soncino colla cavalleria; mentre il Borbone recossi precipitosamente in Germania, onde ottenere dall'arciduca Ferdinando potenti soccorsi, senza i quali l'Italia era irremissibilmente perduta per la casa d'Austria. Francesco Sforza ed il cancelliere Moroni si chiusero in Pizzighettone, e poco dopo in Cremona[112].
Francesco I aveva in allora sotto i suoi ordini due mila lance, otto mila fanti tedeschi, sei mila Svizzeri, sei mila avventurieri in gran parte francesi, e quattro mila Italiani. Con questa formidabile armata andò il 28 ottobre ad accamparsi a san Lanfranco presso le mura di Pavia, facendo dall'altra parte del Ticino occupare il sobborgo di sant'Antonio dal signore di Montmorencì. Siccome per prendere questa posizione bisognava impadronirsi di un ponte sul fiume, protetto da una torre, fece appiccare coloro che la custodivano per avere ardito di resistere ad un re di Francia[113].
Il re fece subito porre allo scoperto una batteria in faccia alle mura, e tentò per due giorni di seguito di praticarvi una breccia. Ma dietro la breccia, ch'egli effettivamente aprì nella muraglia esterna, trovò larghe e profonde trincee, ben fiancheggiate, e le case con feritoje occupate dagli archibugeri. Dopo avere perduti molti buoni ufficiali nell'assalto che fece dare, conobbe che contro una guarnigione così numerosa, comandata da così esperimentato capitano qual era Antonio di Leiva, si doveva procedere a regolare assedio. Cominciò dunque ad aprire delle trincee per collocare i cannoni in batteria, coprendo i suoi fianchi con cavalli di frisa. In pari tempo fece cavare delle mine nelle quali bisognava disputarsi il terreno palmo a palmo. Cercò pure col consiglio dei suoi ingegneri di svolgere uno de' due rami del Ticino, per lasciare a secco le mura a piè delle quali scorreva: infatti questo fiume, due miglia al disopra di Pavia, dividesi in due rami, uno de' quali bagna le mura della città, l'altro, chiamato il Gravellone, se ne scosta un buon miglio e si riunisce di nuovo al primo, avanti di mettere foce in Po. Trattavasi di far passare nel Gravellone tutta la massa delle acque. Ma in quasi tutte le circostanze l'impeto delle acque non rispettò i lavori degl'ingegneri militari. Abbondanti piogge distrussero in poche ore l'opera di molte settimane; l'assedio aveva di già assorbito un tempo prezioso, e consumato molto danaro e molta gente, senza che l'armata francese avesse ottenuto verun vantaggio[114].
Mentre che l'assedio di Pavia avanzava con estrema lentezza, facevano maggior danno all'imperatore le negoziazioni che non le armi francesi. Il cardinale Wolsei cercava segretamente di alienare Enrico VIII, suo padrone, dall'alleanza, cui egli stesso avevalo più degli altri consigliato. Il papa Clemente VII protestava di non volere, come padre comune de' fedeli, soccorrere un monarca contro l'altro. Erasi rifiutato di rinnovare la federazione sottoscritta dal suo predecessore, e dopo la ritirata dell'ammiraglio Bonnivet nel precedente anno, si era considerato come straniero in una guerra continuata dalla sola ambizione di Carlo V. I Veneziani sospiravano dietro l'antica loro alleanza colla Francia, ed aspettavano consiglio dagli avvenimenti; tutti avevano osservato con estrema diffidenza, che l'imperatore, non contento di disporre a voglia sua dello stato di Milano come se fosse cosa sua, aveva pretestati i più frivoli motivi per non accordarne l'investitura a Francesco Sforza. Ma quando il papa ebbe certa notizia che l'armata imperiale, incapace di resistere ai Francesi, non faceva verun movimento per liberare Pavia dall'assedio, al malcontento che gli aveva dato Carlo V si aggiunse il timore d'irritare Francesco I. Egli non volle essere più oltre creduto nemico di un principe contro il quale niuna armata ardiva mantenersi in campagna, e mandò Giovanni Matteo Giberti, vescovo di Verona e datario apostolico, a trattare coi Francesi[115].
Presentavasi il Giberti come mediatore ed aveva perciò visitati a Soncino il vicerè e gli altri capitani imperiali, portando loro parole di pace; ma questi, incoraggiati dalla resistenza di Pavia, gli avevano risposto che non tratterebbero con Francesco I, finchè questi conservasse un palmo di terra nel ducato di Milano. Quando in appresso il Giberti arrivò presso il re di Francia, questi che dalla lentezza del fuoco degli assediati supponeva che cominciassero a mancare di munizioni, gli rispose che una fiorente armata qual era la sua, non era destinata alla sola conquista di Milano e di Genova, ma che lusingavasi di ricuperare anche il regno di Napoli[116].
Dopo questi esperimenti di generali negoziazioni, il vescovo di Verona si fece a parlare della riconciliazione del suo padrone colla Francia. Il re altro non gli chiedeva che una semplice neutralità; ed infatti Clemente VII obbligossi in nome proprio ed a nome dei Fiorentini, a non dare veruna nè segreta nè palese assistenza ai nemici del re. Dal canto suo Francesco prometteva la sua protezione al papa ed ai Fiorentini, e si obbligava a mantenere in Firenze l'autorità de' Medici. Nello stesso tempo, ed alle stesse condizioni Clemente VII trattò per i Veneziani, e la negoziazione da lui intavolata venne confermata dal senato di Venezia in principio di gennajo del 1525. Ambidue provavano i medesimi timori sia che i Francesi o gl'Imperiali fossero vittoriosi; ambidue desideravano ardentemente una pace, finchè le forze loro erano press'a poco eguali; ambidue avrebbero voluto impedire alle potenze belligeranti di venire ad un fatto decisivo. Ma il debole carattere di Clemente VII, la sua avarizia, la sua irrisoluzione, lo ritrassero dal seguire i consigli che gli davano i suoi più saggi ministri, cioè di far avanzare una formidabile armata sul Po, di riunirla a quella de' Veneziani, rendendo così rispettabile la neutralità de' due più potenti stati d'Italia, invece di lasciarla in balìa del vincitore[117].
Il mezzo che Clemente VII riputò più conveniente per affrettare le negoziazioni di una pace generale, fu quello di tenere inquieti i generali imperiali rispetto al regno di Napoli. Pare adunque, che consigliasse da principio a Francesco la spedizione del duca d'Albanì nel mezzogiorno d'Italia, dal che però cercò in appresso di dissuaderlo. Francesco I, che vedeva l'impossibilità di spingere vivamente l'assedio di Pavia durante la cattiva stagione, e che di mal animo teneva oziosa una così numerosa armata, aveva date a Giovanni Stuard, duca d'Albanì, dugento lance, seicento cavaleggieri ed otto mila pedoni, perchè s'incamminasse alla volta di Napoli[118].