Ma i generali, che avevano trionfato in Italia, desideravano che la guerra producesse nuove guerre. Niun pensiero prendevansi della felicità degli stati che pretendevano difendere; bramavano di continuare il loro mestiere, di farsi nome con nuove imprese, e di trovare altre occasioni di esercitare un assoluto potere sulle fortune e sulla vita degli uomini. Il contestabile di Borbone prendeva maggiore interesse che gli altri per la continuazione della guerra. Scriveva all'imperatore ed al re d'Inghilterra essere giunto l'istante di superare i confini della Francia, di vendicarsi dei loro nemici, e di precipitare dal trono Francesco I. Diceva che al nome di Borbone si solleverebbero i suoi antichi vassalli, e verrebbero spontaneamente a collocarsi sotto le insegne straniere. Ignorava costui che il solo delitto d'avere chiamati gli stranieri nella sua patria, cambiava in odio ed in disprezzo tutto l'affetto che i Francesi avevano potuto avere per lui[103]. Carlo V ed Enrico VIII credettero imprudentemente alle di lui parole; il primo ordinò alla sua armata di penetrare nella Provenza; l'altro gli mandò soccorsi, e promise in pari tempo di attaccare le province settentrionali della Francia.
Fu nel mese di luglio che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara passarono il Varo per entrare nella Provenza con sette mila landsknecht, sei mila fanti spagnuoli, due mila Italiani, e sei cento cavaleggieri: il vicerè Lannoy aveva promesso di seguirli a poca distanza con mille uomini d'armi. Ugo di Moncade con sedici galere costeggiava la Provenza per proteggere l'armata e trasportare l'artiglieria: ma Andrea Doria, che aveva il comando di una flotta francese più forte, prese una di queste galere e fece prigioniere il principe d'Orange; ne forzò tre altre a rompere sulla costa, le quali il Pescara fece bruciare perchè non venissero in mano del nemico; e costrinse il Moncade, dopo avere sbarcata la sua artiglieria ad Aix, a chiudersi nel porto di Monaco[104].
Voleva il Borbone approfittare della sorpresa del re di Francia e dello spossamento cui era stata ridotta la sua armata nell'ultima campagna, per portarsi subito sopra Avignone o sopra Lione. Calcolava che nello stesso tempo un'armata spagnuola penetrerebbe nella Guienna, una inglese nella Picardia, e forse una tedesca nella Borgogna. Ma Carlo V ed Enrico VIII non si curavano di soddisfare per questo rispetto le promesse che gli avevano fatte; ed il marchese di Pescara, non volendo compromettere la sua armata conducendola nel cuore del regno, si ostinò perentoriamente a volere ristringere le sue operazioni all'assedio di Marsiglia[105].
A Filippo di Brion, conte di Chabot, era stata dal re affidata la difesa di Marsiglia, cui venne bentosto giù pel Rodano ad unirsi Renzo di Ceri coi cinque mila Italiani che avevano seguito Bonnivet nella sua ritirata. Tra costoro trovavansi molti gentiluomini, costretti dalle rivoluzioni d'Italia ad esiliarsi per sempre dalla loro patria. Tra gli altri vi si vedevano alcuni emigrati pisani, determinati a non voler più soggiacere al giogo de' Fiorentini, e che, per la valorosa difesa che fecero in Marsiglia, acquistarono il diritto di cittadinanza francese, e vi si stabilirono colle loro famiglie. L'assedio fu infatti sostenuto colle più luminose prove di valore. L'artiglieria imperiale aveva aperte nelle mura larghissime brecce; ma il Pescara, dopo aver fatte riconoscere le disposizioni degli assediati, ricusò di dare l'assalto. Sapeva che Francesco I, accompagnato da La Palisse, erasi avanzato fino ad Avignone; che aveva colà ragunata una formidabile artiglieria, otto mila cavalli, quattordici mila Svizzeri, sei mila landsknecht, e dieci mila tra Francesi ed Italiani.
Sia che l'armata del Pescara venisse respinta in un assalto, sia che prendesse la città dopo avere perduta molta gente nell'attacco, correva pericolo di essere soverchiata da forze tanto superiori. Dichiarò adunque in un consiglio di guerra, che il solo partito da prendersi era quello di una subita ritirata. E la necessità di questo consiglio parve ancora più urgente, quando seppesi nel campo imperiale, che Francesco I, dopo di avere passato il Rodano, aveva spinta la sua vanguardia fino a Salon di Crau posta a metà strada tra Avignone e Marsiglia. Il Borbone s'arrese alla superiore esperienza del suo collega; fu imbarcata la grossa artiglieria; ma perchè il mare non era libero, si spezzò la maggior parte de' cannoni, e si caricò il bronzo sui muli, onde fonderli nuovamente giunti che fossero in Italia; ed alla fine di settembre l'assedio di Marsiglia, che mantennesi quaranta giorni, fu levato dall'armata imperiale, che s'avviò a marcie forzate alla volta di Nizza[106].
Non pertanto i marescialli di Chabannes e di Montmorencì avevano raggiunta la coda dell'armata che ritiravasi con tanta celerità, e che, carica d'un immenso equipaggio, entrava in un povero paese, deserto ed alpestre, ove soffrì infinitamente. Il Pescara potè lodarsi di questa ritirata, siccome della sua più bella impresa militare, poichè salvò da un imminente pericolo la sua armata e più di dodici mila bestie da soma; ma i capi che lo inseguivano hanno pure potuto darsi il vanto d'avere più d'una volta cambiata questa ritirata in una vera fuga, e d'avere arricchiti i loro soldati con una immensa preda. Il Pescara continuò a ritirarsi per Nizza, Albenga e Finale, e finalmente fece in un solo giorno la strada da Alba a Voghera, la quale è lunga ben quaranta miglia. Il vicerè Lannoy lo aspettava a Pavia, ove i generali imperiali erano impazienti di tenere un consiglio di guerra intorno ai mezzi di difendere la Lombardia[107].
Infatti lo stesso giorno in cui il Pescara, uscendo dalle montagne della Liguria, era giunto ad Alba, Francesco I aveva fatto il suo ingresso in Vercelli. Invece di tener dietro all'armata imperiale sulla strada da lei tenuta, Francesco aveva sperato di ottenere più luminosi successi prevenendola in Italia. Egli aveva per difesa della Francia adunata una così potente armata, che parvegli capace delle più grandi conquiste. Vedeva come Carlo ed Enrico non erano in istato di attaccarlo nè in Picardia, nè nella Guienna, e supponeva che l'armata che aveva eseguita una così faticosa ritirata a traverso alle montagne della Liguria, mal potrebbe contro di lui difendere la Lombardia. Si dice che questo progetto fu concepito dal solo re; che La Tremouille, Lescuns, d'Aubigni e Chabannes tentarono ogni via perchè non avesse effetto, mentre Bonnivet, La Barre, Chabot e San-Marsault lo incoraggiavano ad eseguirlo: ma che Francesco I, fermo nel suo pensamento, non volle aspettare sua madre, per la quale aveva sempre mostrata tanta deferenza, e che le aveva chiesta la grazia di abboccarsi con lei prima di partire. Qualunque si fosse l'autore di questo progetto, non deve essere giudicato dalla riuscita; poichè, se la campagna fosse stata condotta con intelligenza eguale all'ardore con cui venne cominciata, sarebbe stata probabilmente coronata da felice riuscita[108].
Ma e Francesco I ed il suo favorito Bonnivet avevano il valore del soldato, non i talenti del generale: invece di regolarsi a seconda delle sole presenti circostanze, pareva che ad altro non pensassero che a correggere gli errori ne' quali erano precedentemente caduti; e perchè le circostanze più non erano le medesime, ciò che evitavano come un errore, spesso sarebbe stato loro di sommo vantaggio. Bonnivet non aveva pensato che a precauzionarsi contro la precipitazione e la temerità francese, e con dilungamenti inopportuni aveva perduta l'occasione di conquistare il Milanese. Dal canto suo Francesco I voleva correggere gli errori di Bonnivet tenendo una condotta affatto diversa. Prima di tutto volle occupare Milano, indi Pavia; ed invece avrebbe dovuto distruggere l'armata fuggitiva, che, scoraggiata da così lunga ritirata, non gli avrebbe potuto tener testa, s'egli non le avesse dato riposo.