Intanto Bonnivet, sempre più chiuso nel suo campo, ogni giorno perdendo qualche posto avanzato, più non potendo tirare vittovaglie dal Piemonte, e più non ritrovandone nelle ruinate vicinanze di Novara, vedeva consumarsi continuamente la sua armata per la malattia e per la diserzione. Non solo i mercenarj che formavano la sua fanteria, ma gli stessi uomini d'armi, tutti appartenenti alla nobiltà francese, lo abbandonavano ogni giorno, dopo d'avere perduti i loro cavalli per mancanza di foraggi, ed avere lottato otto mesi contro le malattie e contro la fame. Dieci mila Svizzeri, che avevano valicato il san Bernardo, erano finalmente arrivati a Gattinara nella Valsesia; ma questi pensavano piuttosto a liberare i loro compatriotti del campo di Bonnivet, che a ricominciare una campagna che loro sperar non lasciava troppo prosperi avvenimenti. Malgrado le istanze di Bonnivet, non vollero passare la Sesia ingrossata da continue piogge; e ricusando di recarsi al suo campo, lo costrinsero a raggiugnerli dove si trovavano[95].

Partì dunque Bonnivet da Novara una notte in sul cominciare di maggio, onde nascondere la sua ritirata ai nemici, e prese la strada di Romagnano, terra quasi in faccia di Gattinara. Sebbene il marchese di Pescara fosse avvisato della di lui partenza, ed avesse progettato di prevenirlo, prendendo una più breve via di cui era padrone, l'armata francese arrivò a Romagnano alcune ore prima dei nemici, ed ebbe tempo di gettare un ponte sulla Sesia. Gli Spagnuoli, che l'avevano inseguito troppo precipitosamente, e che, respinti in alcune scaramucce, avevano prese pericolose posizioni, sarebbero stati facilmente sconfitti, se Bonnivet avesse potuto ridurre gli Svizzeri, arrivati presso Gattinara, a passare essi medesimi la Sesia ed a piombare con lui sopra i nemici che lo avevano inseguito: ma invano egli ne fece loro calde istanze; e quando vide di non poterli persuadere a ricominciare la guerra, passò nella stessa notte la Sesia con tutta la sua armata, per unirsi a loro[96].

Fin qui la ritirata di Bonnivet erasi eseguita abbastanza felicemente, sebbene egli avesse lasciati sette cannoni sulla riva sinistra della Sesia. Aveva trovate le truppe fresche degli Svizzeri, le quali avevano ricevuto in mezzo alle loro schiere i suoi equipaggi e le sue truppe affaticate, ed allo spuntare del giorno prendeva con loro il cammino d'Ivrea per tornare in Francia pel Basso Valese. Aveva collocata sulla riva del fiume una batteria per impedire agl'imperiali di passarlo, e ne aveva affidata la guardia a due battaglioni di Corsi e di Provenzali. Ma il marchese di Pescara ed il duca di Borbone, avendo trovato un luogo guadabile, cominciarono ancor essi a passare la Sesia; onde i Corsi spaventati abbandonarono i loro cannoni. Bonnivet per ricuperarli condusse egli medesimo un corpo di cavalleria col signore di Vandenesse, fratello di La Palisse. Bonnivet, ferito da una palla nel braccio sinistro, dovette ritirarsi dalla zuffa, e Vandenesse, ferito più gravemente in una spalla, morì dopo tre giorni[97].

Bonnivet, trovandosi incapace di supplire più a lungo alle funzioni di comandante, affidò la condotta dell'armata al cavaliere Bajardo, il quale si pose coi suoi uomini d'armi nell'ultima linea, onde coprire la ritirata della fanteria. Aveva appena presa questa posizione che vedendosi stringere dagli archibugeri spagnuoli, li caricò colla sua cavalleria per respingerli. «Ma, come Dio volle, fu tirato un colpo d'archibugio, la di cui pietra venne a ferirlo a traverso alle reni, e gli ruppe tutto il grosso osso della schiena. Quando sentì il colpo, si fece a gridare, Gesù! Poi soggiunse: Ah! mio Dio, io sono morto! Prese la sua spada per l'impugnatura, e baciò l'elsa come segno della croce, dicendo ad alta voce, miserere mei Domine![98]»

«Frattanto Bajardo si fece levare da cavallo dal suo maestro di casa, che mai non l'abbandonò, e si fece porre a piè d'un albero col viso rivolto verso il nemico, ove il duca di Borbone, che inseguiva il nostro campo, venne a trovarlo, e disse al detto Bajardo che sentiva molta compassione di lui, vedendolo in quello stato per essere così virtuoso cavaliere. Cui il capitano Bajardo rispose, signore, voi non dovete compiangere me che muojo da uomo onorato, ma bensì io compiango voi, vedendovi servire contro il vostro principe, la vostra patria, il vostro giuramento. E poco dopo il detto Bajardo spirò, e fu rilasciato un salvacondotto al di lui maestro di casa per portare il di lui corpo nel Delfinato, dove aveva avuti i natali[99]

Gl'imperiali continuarono ad inseguire l'armata che si ritirava; ma l'ultimo corpo svizzero, più soffrire non potendo tanta molestia, si gettò su di loro con tanto furore a piena corsa, che li ruppe e li pese in fuga. Questo corpo di quattrocento uomini, che si era troppo slontanato dal corpo d'armata, fu in appresso, a dir vero, avviluppato ed interamente distrutto; ma la sua ostinata resistenza, ed il ritardo dell'artiglieria imperiale, diedero tempo a Bonnivet di eseguire la sua ritirata sopra Ivrea, ove i nemici cessarono d'inseguirlo. Lasciò ancora nella valle d'Aosta, nel forte di Bar, venti cannoni, disperando di poterli condurre a traverso al san Bernardo, e ricondusse pel Valese la sua armata in Francia[100].

Il duca di Longueville, sentendo a Susa che Bonnivet si era ritirato, riprese il cammino del monte Ginevra senza avere veduto il nemico. Novara si arrese a Giovanni de' Medici: Boisì e Giulio di Sanseverino, che comandavano in Alessandria, consegnarono questa città al marchese di Pescara, e Federico da Bozzolo abbandonò Lodi al duca d'Urbino. In poche settimane più non rimase un solo francese in Italia; anzi al contrario Bozzolo e Sanseverino avevano condotti nella Provenza e nel Delfinato circa cinque mila Italiani al soldo della Francia[101].

L'Italia era omai liberata dall'invasione francese, ed erasi ottenuto lo scopo delle due leghe contratte dall'imperatore sia coi Veneziani, sia col papa e coi piccoli stati d'Italia. Tutti gl'Italiani, oppressi dalle spese e dagli sforzi di una ruinosa guerra, altro omai non bramavano che la pace; il papa lusingavasi di far guarentire lo stato attuale dell'Italia dal re d'Inghilterra che aveva contribuito alla vittoria, e dagli Svizzeri che coprivano i confini, e che in addietro si erano così vivamente adoperati per l'indipendenza della Lombardia. Clemente VII ordinava al suo nunzio in Inghilterra d'invocare i buoni ufficj d'Enrico VIII, per porre un termine all'arroganza ed alle vessazioni de' ministri dell'imperatore in Italia, per far rispettare la santa sede, cessare le contribuzioni straordinarie ricevute ogni mese dai Fiorentini, ristabilire il duca di Milano in un'assoluta indipendenza, e far godere ai Veneziani i vantaggi che si erano riservati in forza del loro trattato. Insomma trattavasi di far vedere se l'Italia aveva combattuto per iscuotere un giogo straniero, o soltanto per mutare il padrone; e dal tuono della lettera del datario apostolico scorgevasi che Clemente VII si era di già accorto che i frutti della vittoria non erano gran fatto meno amari di quelli della guerra[102].