La lentezza di Bonnivet aveva dato tempo agli alleati di adunare tutte le loro armate. Oltre le truppe spagnuole e tedesche che Prospero Colonna aveva in Milano, e quelle che Antonio di Leyva teneva sotto i suoi ordini a Pavia, il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, si avvicinava col marchese di Pescara, il quale aveva ripigliato il comando della fanteria spagnuola. Il marchese di Mantova, a richiesta di Prospero Colonna, si era avanzato fino a Pavia coll'armata della Chiesa, il Vitelli, che comandava tre mila fanti al soldo de' Fiorentini, copriva la strada di Genova, ed il duca d'Urbino coll'armata veneziana era giunto in riva all'Adda. Malgrado il loro avvicinamento Bonnivet si era ostinato a mantenere la sua posizione sotto Milano, per tenere dietro ad una trama ordita da alcuni soldati di Giovanni de' Medici, che promettevano di dargli una porta della città; ma quando seppe che questi erano stati scoperti e condannati alla pena di morte, fece proporre a Prospero Colonna un armistizio fino al mese di maggio, obbligandosi a cedere tutte le conquiste fatte oltre il Ticino. Ma i generali imperiali non volevano accettarla che a condizione che fosse evacuata tutta la Lombardia; e Bonnivet, senz'avere ottenuta una sospensione d'armi, fu costretto da abbondanti nevi a ritirarsi. Il 27 di novembre portò tutta la sua armata tra il Ticinello ed il Ticino ad Abbiategrasso ed a Rosate; e malgrado le istanze de' soldati, Prospero Colonna, fedele all'invariabile suo sistema di non fidare mai all'accidente ciò che ottenere poteva dall'ordinario corso delle cose, lasciò che tranquillamente si ritirasse[86].
A dir vero quest'era l'ultima prova che Prospero faceva della particolare sua tattica. Questo grande generale, che dava a vedere d'aver preso per modello Fabio Cunctatore, operò in certo qual modo una rivoluzione nell'arte della guerra. Fu egli il primo ad insegnare con quale arte, scegliendo le posizioni, ed eseguendo movimenti ben calcolati, un generale debole, o che diffida delle sue truppe, può stancheggiare l'attività de' suoi nemici, ammorzarne l'impeto e dissiparne le forze, senza lasciar loro il conforto di dare una sola battaglia. Ne' tempi in cui visse i suoi talenti erano appunto quelli che si richiedevano dal suo partito per ammorzare l'impeto de' Francesi, o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a difendere senza venire a giornata un paese che da trent'anni era sempre stato o guadagnato, o perduto in una sola battaglia. Pure in quest'epoca stessa veniva già da otto mesi divorato dalla malattia che lo portava al sepolcro. La gelosia che fin allora aveva sentita contro Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, dovette dar luogo all'eccesso del dolore. Chiamò egli stesso a Milano questo ministro dell'imperatore; ma il Lannoy non volle che i moribondi occhi del suo rivale vedessero il successore che tanto avevano temuto. Si avanzò lentamente, onde entrare in Milano col marchese di Pescara solamente quando Prospero Colonna agonizzante avesse perduti i sentimenti. Questo grand'uomo morì il 30 dicembre del 1523[87].
Bonnivet, avendo presi i suoi quartieri d'inverno, licenziò la fanteria francese levata nella Linguadocca e nel Delfinato, siccome quella che conosceva poco utile sebbene fosse molto dispendiosa. Calcolava d'avere in vece un corpo di fanteria svizzera, che faceva assoldare per l'imminente primavera. In pari tempo, per aprirsi una più facile comunicazione coi Cantoni, incaricò Renzo di Ceri di attaccare Arona sul lago Maggiore, dandogli per tale impresa sette mila fanti italiani. Ma Anchise Visconti, che difendeva questa fortezza con una guarnigione milanese, gli oppose una così ostinata resistenza, che Renzo di Ceri si vide costretto a levare l'assedio dopo avere battuta la fortezza trenta giorni, lanciandovi sei mila palle[88].
Era altresì giunto in Milano il contestabile di Borbone con un rinforzo di sei mila Landsknecht. L'imperatore, che voleva protrarre il matrimonio del Borbone con Eleonora di Portogallo, e che cercava pretesti perchè non avesse effetto, invece di permettere al contestabile di venire in Ispagna, gli aveva dato il supremo comando dell'armata d'Italia, incaricando il Pescara del comando della fanteria spagnuola, ed il Lannoy dell'amministrazione civile. Dal canto suo il duca d'Urbino aveva avuto ordine dal senato di Venezia di passare l'Adda, e di raggiugnere a Milano l'armata imperiale: onde era questa diventata più numerosa assai di quella di Bonnivet; ma era in preda al disastro che mai non abbandonava le armate dell'Austria; conciossiachè Carlo V non le mandava danaro. I soldi erano da molto tempo arretrati; i soldati saccheggiavano gli abitanti che loro davano l'alloggio; ed i varj stati dell'Italia venivano angariati dai generali, che da loro pretendevano enormi contribuzioni per supplire alle spese della guerra[89].
L'armata imperiale, a motivo de' prosperi risultamenti della precedente campagna, era piena di confidenza; scoraggiata per lo contrario era quella de' Francesi; e que' medesimi capitani, che fin allora erano stati i favoriti della fortuna, cominciavano a provarla contraria. Il cavaliere Bajardo era stato incaricato di difendere Robecco coi signori di Mezieres e di San-Mesmes con dugento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e la fanteria del signore di Lorges: ma egli vi si lasciò sorprendere una notte del mese di febbrajo dal Pescara e da Giovanni de' Medici. Tre mila Spagnuoli, che per riconoscersi portavano sopra le armi una camicia bianca, cinsero da ogni banda la borgata, ed attaccarono i Francesi mentre dormivano; questi, quasi senza difendersi, furono in gran parte uccisi e fatti prigionieri; furono presi quasi tutti i loro cavalli; e Bajardo stesso si salvò a stento combattendo[90].
Bonnivet aspettava in primavera potenti soccorsi che gli dovevan giugnere dalla Svizzera. Egli aveva bruciato il borgo di Rosate per riunire tutte le sue truppe in Abbiategrasso; ed avendo il Ticino alle spalle, poteva tirare dal paese coperto da quel fiume abbondanti provvigioni, che dovevano porlo in istato d'aspettare tranquillamente nel suo campo fortificato la nuova stagione. Attaccandolo in tale posizione i nemici non potevano lusingarsi di felice riuscita; ma il marchese di Pescara propose l'ardito movimento di portare l'armata imperiale al di là del Ticino per porre Bonnivet tra quest'armata e Milano. Calcolò che i Francesi scoraggiati non oserebbero d'attaccare la capitale della Lombardia; ad ogni modo vi mandò il duca Francesco Sforza e Giovanni de' Medici con sei mila uomini; ed il 2 di marzo l'armata imperiale passò sopra tre ponti il Ticino, e venne ad accamparsi a Gambalò[91].
Temendo il Bonnivet d'essere circondato, e di perdere ogni comunicazione col Piemonte, di dove riceveva le vittovaglie, passò ancor esso il Ticino, dopo avere lasciata una grossa guarnigione ad Abbiategrasso, e venne ad accamparsi a Vigevano sulla diritta del fiume. Intanto il duca d'Urbino avea attaccato e preso d'assalto Garlasco, terra assai forte tra l'armata imperiale e Pavia, che trovavasi occupata da' Francesi; questi in ogni scaramuccia avevano perduti molti soldati e cavalli, onde Bonnivet, piuttosto che vedere così consumarsi la sua armata, presentò, sebbene più debole, due giorni di seguito la battaglia agl'imperiali. Ma Lannoy ed il contestabile di Borbone avevano determinato di non esporre all'incertezza di una battaglia generale i vantaggi che loro non potevano venir meno, preferendo di sorprendere alla spicciolata le posizioni del nemico. Attaccarono successivamente ed occuparono san Giorgio e Sartirana; persuasero la città di Vercelli a dichiararsi per loro; e prendendo una vantaggiosa posizione all'Arco di Mario, tra Vercelli e Novara, di già si lusingavano di costringere Bonnivet, che si era chiuso in Novara, a capitolare[92].
Ma il generale francese aveva avviso che da ogni banda si avanzavano truppe in suo soccorso. Claudio di Longueville, duca di Rothelin, gli conduceva pel monte Ginevra quattrocento uomini d'armi, i quali erano di già arrivati a Susa. Attraversando il san Bernardo erano giunti a Gattinara, al di là della Sesia, dieci mila Svizzeri; e cinque mila Grigioni, assoldati nel loro paese da Renzo di Ceri, erano entrati nel Bergamasco, e stavano per unirsi a Federico da Bozzolo, che gli aspettava a Lodi con un grosso corpo di fanteria italiana. Ma Giovanni de' Medici si affrettò di passare nel territorio di Bergamo con dugento cavalli e quattro mila fanti, ed unitovisi ad alcune truppe veneziane, chiuse la strada ai Grigioni; indi attaccandoli ogni giorno colla cavalleria o coll'infanteria leggiere, loro intercettando i convoglj, sorprendendo i loro distaccamenti, gli stancheggiò in maniera, che dopo tre giorni li forzò a ritirarsi ne' loro paesi[93].
Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de' Medici prese Caravaggio, e ravvicinatosi al Ticino ruppe a colpi di cannone il ponte di Boffalora, che serviva di comunicazione tra il quartiere generale di Bonnivet a Novara ed Abbiategrasso dove teneva molti magazzini. Il duca Francesco Sforza risolse di sforzare il napolitano Caraccioli che comandava mille fanti in Abbiategrasso; onde andò a raggiugnere Giovanni de' Medici sotto le mura di questa piazza colla milizia milanese, e dopo un vivo cannonamento la prese d'assalto. Vero è che i Milanesi pagarono assai caro questo vantaggio. La lunga dimora dell'armata francese in quella terra, i patimenti, la miseria, la sudiceria vi avevan generata la peste. I soldati saccheggiando Abbiategrasso contrassero essi medesimi il contagio; lo portarono a Milano col loro bottino, e questo flagello rapì in quella estate cinquanta mila abitanti alla capitale della Lombardia[94].