Terribile fu questa carica degli uomini d'armi: giammai nelle guerre d'Italia non erasi combattuto con maggiore accanimento; nè mai infatti non furono attaccati alla sorte d'una sola battaglia più grandi destini. Si fu in quest'urto che Ferdinando Castriotto, marchese di sant'Angelo, ultimo discendente di Scanderbeg, fu ucciso, per quanto si disse, dallo stesso Francesco I. Gli uomini d'armi borgognoni, giunti di fresco dalla Germania col contestabile di Borbone furono posti in fuga; e già parevano dover presto cedere anche gli squadroni di Lannoy e di Borbone, allorchè ottocento fucilieri spagnuoli diretti dal Pescara si sparsero sui fianchi degli uomini d'armi francesi, ed uccisero tanti cavalieri che gli altri dovettero separarsi. Quando gli uomini d'armi tornavano poi ad unirsi per dar addosso ai fucilieri, questi disperdevansi egualmente, e colla loro agilità si sottraevano sempre ad un nemico che non cessavano di molestare. Frattanto il marchese del Vasto, approfittando del disordine della cavalleria francese, aveva attaccata l'ala destra composta di Svizzeri comandati da Montmorencì. Questi non sostennero l'antica loro riputazione, malgrado gli sforzi del Montmorencì e del maresciallo di Fleuranges, che furono ambidue fatti prigionieri; essi vilmente fuggirono. Giovanni di Diesbach, il primo de' loro capitani, piuttosto che partecipare al loro disonore, non avendo potuto trattenerli, si gettò a corpo perduto fra i nemici e si fece uccidere. I Landsknecht della banda nera resistettero soli da questo lato all'attacco degl'imperiali; ma, chiusi da un accorto movimento di Frundsberg in mezzo a tre battaglioni, furono quasi tutti uccisi. Colà perirono con Longman d'Ausburgo, loro comandante, Riccardo di Suffolck della Rosa Bianca, pretendente al trono d'Inghilterra, Francesco di Lorena, fratello del duca regnante, Wirtemberg di Lauffen, e Teodorico di Schomberg, fratello del primo segretario di Clemente VII. La Palisse scavalcato, e di già fatto prigioniere, fu ucciso da un soldato spagnuolo; La Tremouille cadde morto presso al re per un colpo d'archibugio; Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, che cercava di trattenere i fuggitivi, fu pure ucciso in sugli occhi del re. L'ammiraglio Bonnivet, dopo aver inutilmente tentato di riordinare gli Svizzeri, e non volendo sopravvivere ad una sconfitta di cui sentivasi colpevole, corse a visiera alzata ove i nemici erano più fitti, e cadde ferito da più colpi di spada nel volto. Il re, avendo di già perduta la maggior parte de' suoi commilitoni, si andava valorosamente difendendo colla sua spada; ma mentre spingeva il suo cavallo verso il ponte della Vernacula, questo cavallo, ferito in più luoghi, cadde presso Diego Abila e Giovanni d'Urbieta, che senza conoscere Francesco vollero farlo prigioniero. La Mothe Hennuyer, che lo riconobbe sebbene ferito nel viso, gli propose di arrendersi al duca di Borbone; ma Francesco domandò il vicerè signore di Lannoy, ed a lui solo acconsentì di consegnare la spada[139].
Poichè i Francesi intesero la prigionia del re, più non fecero resistenza, e più non cercarono che di salvare la propria vita; ma i vincitori si mostrarono senza pietà, ed in particolare quelli della guarnigione di Pavia, che non ebbero parte nella battaglia che quando i nemici erano in fuga, uccidendo barbaramente coloro che i loro commilitoni avevano vinti. Molti Svizzeri, per sottrarsi al furore degli Imperiali, gettaronsi nel Ticino, in cui, non sapendo la maggior parte nuotare, miseramente perirono. Bussì d'Amboise ricondusse sul campo di battaglia la truppa che gli era stata data per la guardia del campo, ma fu dispersa da' Tedeschi di Frundsberg, ed egli medesimo ucciso. Contaronsi tra i morti Giacomo di Chabanes, Lescuns, maresciallo di Foix, Aubignì, il conte di Tonnerre, una ventina de' più grandi signori di Francia, e circa otto mila soldati. Trovavansi tra i prigionieri il re di Navarra, il bastardo di Savoja, Anna di Montmorencì, Francesco di Borbone, conte di san Paolo, Filippo di Chabot, Laval, Chandieu, Ambricourt, Fleuranges, Federico da Bozzolo, due Visconti, e moltissimi altri signori. Gl'imperiali non avevano perduti che settecento uomini[140].
Il duca d'Alenson, cognato del re, che aveva il comando della retroguardia, abbandonò i suoi equipaggi, e si ritirò nel Piemonte con una celerità che fece grandissimo torto alla sua riputazione, onde egli morì bentosto accorato di dolore e di vergogna. Il conte di Clermont, che comandava nell'isola del Ticino, passò il Gravellone, si fece tagliare i ponti alle spalle, e ritirossi in buon ordine. Teodoro Trivulzio, alla prima notizia dell'infelice fine della battaglia, evacuò immediatamente Milano, e ritirossi per il lago Maggiore senz'essere inquietato da' nemici. Prima che terminasse il giorno in cui si diede la battaglia, i Francesi marciavano già da tutte le parti per uscire dal ducato di Milano, senza che gl'imperiali pensassero ad inseguirli. Questi adunavano il ricchissimo bottino che fu per loro il frutto della vittoria, e pensavano a porre in luogo sicuro il loro prigioniere, che deposero sotto una stretta guardia nel castello di Pizzighettone, prodigandogli per altro la testimonianza del loro rispetto e della loro compassione[141].
CAPITOLO CXVI.
Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto di una lega fra di loro per difesa della propria indipendenza; vi si associa il Pescara, poi li tradisce, e spoglia de' suoi stati il duca di Milano. — Francesco I ricupera la libertà in conseguenza del trattato di Madrid.
1525 = 1526.
La battaglia di Pavia e la prigionia di Francesco I atterrirono le potenze italiane. Fin allora avevano queste creduto di contare qualche cosa di per sè, e di potere farsi rispettare o temere, senza aver bisogno di nulla esporre nel terribile giuoco della guerra. Fidando nella loro politica abilità e nell'antica loro riputazione, si erano persuase che i due principi rivali s'indebolirebbero vicendevolmente in una lunga guerra, e che giugnerebbe l'istante in cui esse si porrebbero tra di loro colle proprie forze ancora intere, e gli obbligherebbero ad evacuare l'Italia. Tutt'ad un tratto s'accorsero, per la sconfitta di Francesco I, che si trovavano in balìa del vincitore, e che il di lui spossamento medesimo, gl'infiniti debiti ond'era caricato, il disordine delle di lui finanze e l'indisciplina delle di lui truppe che chiedevano invano i soldi arretrati, non facevano che accrescere il loro pericolo. Esse si trovarono disarmate, con ai loro confini una numerosa armata, vittoriosa, affamata, e che non aveva che troppo contratta l'abitudine di conculcare tutti i diritti delle genti, e di non avere rispetto alcuno nè per i nemici nè per gli amici.
I più vicini al pericolo erano i Veneziani; ma non per questo i più esposti, perchè erano i soli che in Italia avessero tenuta in piedi un'armata ben pagata, ben disciplinata ed in istato di farsi rispettare. Avevano mille uomini d'armi, seicento cavaleggieri e dieci mila fanti[142]. Vero è che la timida politica del senato, non meno che il carattere del suo generale il duca d'Urbino, teneva sempre quest'armata lontana dalle battaglie. A qualunque partito fosse associato, il duca non faceva che marciare e prendere nuove posizioni, ma non giugneva mai al tempo della battaglia.