Dopo terminate le guerre eccitate dalla lega di Cambrai, i Veneziani, spossati dalle spese enormi che avevano sostenute per difendersi, dalla ruina delle loro più industri e fertili province, dalla nuova direzione che le scoperte de' Portoghesi avevano fatto prendere al commercio, e dalla diminuzione delle pubbliche entrate cagionata da questi diversi motivi, sforzavansi di riparare in silenzio alle loro perdite; evitavano di compromettersi, per non dare la misura delle loro forze; e si coprivano sotto il manto dell'antica riputazione. Per altro un segreto disordine aveva viziate le più nobili parti dello stato. In tempo della passata disastrosa guerra, il senato per far danaro aveva dovuto vendere le magistrature, i governi delle città, gl'impieghi di giudicatura e la nobiltà che dava il diritto di entrare nel sovrano consiglio. Per tali pratiche il potere erasi trovato spesse volte affidato a mani indegne di esercitarlo. Molti privilegj commerciali, monopolj, esenzioni di tasse avevano avuta la medesima origine, ed il commercio e le finanze dello stato ne provavano i funesti effetti. I Veneziani cercavano di non essere in vista, di non essere nominati, di non parere attivi in verun affare, perchè effettivamente lo stato loro altro non era omai che l'ombra dell'antica potenza, onde temevano di venire ad una singolare lotta nella quale il loro avversario avrebbe sentito che non combatteva che con una fantasma senza corpo.

Secondo in potenza dopo i Veneziani era lo stato della chiesa, il quale poteva egualmente considerarsi come una repubblica; ed inoltre ravvisavansi diversi esterni rapporti di forma tra l'un governo e l'altro. A Venezia un doge elettivo presiedeva ad un collegio di nobili, siccome a Roma un pontefice elettivo presiedeva ad un collegio di preti. Nell'uno e nell'altro stato la suprema potenza veniva rappresentata da un monarca a vita; era nell'uno e nell'altro limitata da un'aristocrazia, senza che il popolo avesse la più piccola parte nell'uno o nell'altro governo.

Ma l'aristocrazia veneziana era composta di uomini che, consacratisi dalla loro fanciullezza a' pubblici affari, facevano del governo lo studio della loro vita, e non potevano sperare di guadagnare la stima de' loro compatriotti, e di ottenere i loro suffragj nelle elezioni, che in ragione dei talenti che mostravano nella carriera degl'impieghi. Per lo contrario lo stato della chiesa veniva governato da uomini essenzialmente e costantemente inesperti degli affari che dovevano decidere. Non era già per abuso o a caso che il papa ed i cardinali ignoravano affatto l'arte della guerra, dell'amministrazione civile e della politica; anzi era soltanto per abuso che talvolta si trovavano in istato di soddisfare alle loro funzioni. Quanto più santamente avevano corsa la carriera della loro professione, quanto più dovevano la loro elevazione alle sole virtù del loro stato, tanto più per dovere e per coscienza dovevano tenersi lontani dagl'interessi mondani. La monarchia elettiva e costituzionale della chiesa è probabilmente l'unico stato al mondo, in cui l'essenziale condizione dell'elegibilità pel primo magistrato, sia quella di essersi in tutta la sua vita tenuto affatto lontano dalle funzioni cui viene chiamato ad assumere.

Perciò il governo di Venezia, nel lungo corso di quattordici secoli, s'illustrò colla sua prudenza; ed il governo della chiesa, in un periodo poco meno lungo, diede continue prove d'inesperienza e d'incapacità. Molti papi, molti cardinali mostrarono sommi talenti nella politica esterna, nell'arte delle negoziazioni e degli intrighi, in cui più d'una volta avevano avuta occasione d'istruirsi ne' capitoli dei conventi. A quest'abilità la chiesa andò debitrice delle sue conquiste e del suo progressivo ingrandimento. Ma forse non si trovò un solo papa che fosse buon amministratore, un solo che prosperar facesse l'agricoltura, l'industria, il commercio, la popolazione negli stati da lui dipendenti, un solo che vi stabilisse savie leggi, o vi mantenesse una buona giustizia. Perciò di mano in mano che un nuovo stato veniva sottomesso al dominio della chiesa, svanivano tutte le prerogative che l'avevano fin allora distinto, desso cessava in certo qual modo di esistere per l'Italia, conciossiachè perdeva la propria indipendenza, e non pertanto nulla aggiugneva alla potenza dei papi.

Clemente VII, che allora regnava, sentiva più che veruno de' suoi predecessori la propria debolezza, la propria impotenza. Egli ne poteva incolpare in parte ciò ch'era stato fatto prima del suo pontificato, ed in parte i suoi proprj difetti. Le insensate prodigalità di Leon X avevano anticipatamente dissipate tutte le entrate della chiesa. Leone s'era valso de' suoi capitali e delle sue entrate come colui che non aveva nè famiglia, nè successori; non aveva pensato che al presente; erasi compiaciuto nell'accarezzare progetti giganteschi, senza tenersi i modi di eseguirli; ed era morto opportunamente nel momento in cui aveva terminato di consumare gli ultimi suoi mezzi.

Adriano VI non aveva, in tempo della sua breve amministrazione, arrecato verun riparo ai disordini del predecessore, e Clemente VII le cui province erano ruinate e il tesoro esausto, trovavasi in su le spalle una dispendiosa guerra. Cercò di apportare qualche rimedio a tanto disordine con una talvolta sordida economia, piuttosto che con una buona amministrazione. Non corresse gli abusi, non impedì i rubamenti, non soppresse i monopolj; ma sottrasse tutto il danaro destinato ai pubblici lavori, abolì le pensioni, ristrinse gli assegnamenti de' funzionarj dello stato, il numero de' soldati ed il loro soldo. Ridusse questo a così piccola cosa, che gli uomini d'armi non potevano alimentare i loro cavalli, erano ridotti a miserissimo stato, e tutti coloro che servivano il papa erano apparecchiati ad abbandonarlo tosto che loro si presenterebbe un altro padrone. Spesso quell'avarizia onde i sovrani vengono accusati dai loro cortigiani, forma la felicità de' popoli; ma quella di Clemente VII era la ripugnanza di un usurajo a privarsi di uno scudo, non il prudente calcolo di un padre di famiglia. I preti erano stati aggravati da insolite decime; erano state soppresse le mercedi de' professori delle arti liberali, e chiuse le borse de' collegj per i poveri scolari. Il prezzo del frumento e del pane era stato tre volte aumentato, non a motivo del cattivo raccolto, ma per accrescere i profitti della camera apostolica, che ne appaltava il monopolio. Erano state atterrate molte case sotto lo specioso pretesto di abbellire le strade di Roma; ma invece d'indennizzare i proprietarj di quelle, il papa gli aveva lasciati esposti all'insolenza, ai capricci, alle ruberie degl'ispettori di que' lavori[143].

Clemente VII era accusato come il solo autore de' patimenti del popolo, e non pertanto questi erano in gran parte dipendenti dalle prodigalità di Leon X; ma gli uomini non erano abbastanza giusti per risalire alle cause del disordine: benedivano la memoria di un papa che aveva goduto e fatto godere dissipando le pubbliche finanze, e detestavano il successore che voleva con poca accortezza riparare un male non fatto da lui. Pochi papi erano stati odiati tanto dal popolo quanto Clemente VII; egli fu tanto più severamente giudicato, che maggiori erano state le speranze che si erano concepite della bontà del suo governo. La sua prudenza, che gli aveva procurata l'universale considerazione, non parve in pratica che astuzia e raffinamento; e inutile gli si rese la sua conoscenza del mondo e degli affari, perchè mancavano al suo carattere decisione per appigliarsi ad una risoluzione, e fermezza per mantenerla.

La repubblica fiorentina, che altro più non era che una provincia sottomessa alla casa de' Medici, parve da principio affezionarsi al governo di Clemente VII, a cagione del vantaggioso confronto con quello di Lorenzo, duca d'Urbino, che lo aveva preceduto; ma bentosto i difetti di Clemente si erano renduti più sensibili, e le di lui buone qualità erano scomparse: la memoria dell'antica libertà, quella dell'amministrazione del Savonarola e di Pietro Soderini si andavano ravvivando nel cuore dei Fiorentini, ed i cittadini, senza poter prevedere gli avvenimenti, senza rendersi conto di ciò che desideravano, si andavano rallegrando di tutti gl'imbarazzi, di tutte le calamità che opprimevano il capo dello stato, sperando di vedere alla fine scossa la di lui autorità[144].

I Veneziani ed il papa deploravano egualmente la propria sventura d'avere affidate le loro speranze, e tutte le eventualità d'indipendenza per l'Italia, non ad una nazione, ma ad un uomo; di modo che la contraria fortuna di quest'individuo decideva della loro esistenza, e, sto per dire, di quella dell'Europa. Infatti non era stata battuta a Pavia la nazione francese, ma il re; se Francesco I non fosse caduto prigioniere, o se, venuto in mano ai nemici, non fosse stato risguardato come comprendente in sè solo tutto lo stato, la sconfitta di Pavia non avrebbe avuta cosa alcuna che la diversificasse da tant'altre battaglie guadagnate o perdute, nel corso de' trent'anni precedenti, senza che decidessero in verun modo della sorte degl'imperj. Era stata sconfitta un'armata di circa ventimila uomini, e la perdita, stando ai più alti calcoli, ammontava ad otto mila; ma questi, ad eccezione di mille, o mille dugento uomini d'armi, non erano Francesi; erano per lo più Svizzeri, Italiani o della Bassa Germania. Eransi perduti ricchi equipaggi, e bellissime artiglierie; ma la Francia non era in verun modo esausta, i suoi confini non erano violati, ed erano ovunque coperti dalle naturali loro fortificazioni o da quelle innalzate dall'arte.