Non vi può essere sicurezza per una monarchia militare, quando non vi si riconosca come principio fondamentale, che un re cessa d'essere re nell'istante che vien fatto prigioniere; che il suo potere passa legittimamente nelle mani del suo successore, e che il nemico non tiene in cattività un sovrano, ma soltanto un uomo di elevato rango, la di cui taglia non dev'essere mai pagata col sagrificio degl'interessi della nazione. Se Francesco I si fosse affrettato d'invocare questo principio; se avesse riconosciuto che la sovrana autorità risiedeva sempre in Francia, e non nella sua persona; se, assoggettandosi alla sua prigionia, non si fosse mostrato premuroso d'uscirne o di fare la pace; Carlo V in vista di questa non curanza sarebbesi fatto premura di trattare con lui, gli avrebbe accordate più vantaggiose condizioni, e Francesco, ricuperando forse più presto la sua libertà, sarebbe risalito sul trono senza dover poscia arrossire di aver violato i suoi giuramenti.
Non era dunque vero che tutto fosse perduto, salvo l'onore, come Francesco I scriveva a sua madre, Luigia di Savoja; il solo monarca era perduto, e la monarchia non era altrimenti in pericolo, che per risguardo di lui. I soldati che avevano ottenuta la vittoria di Pavia, sebbene arricchiti da un immenso bottino, non volevano rinunciare ai loro soldi arretrati; anzi li chiedevano più risolutamente che mai, protestando che non tornerebbero in campagna finchè non ricevessero tutti i loro arretrati. In quest'intervallo moltissimi di loro andavano ogni giorno disertando per depositare la loro preda in seno alle proprie famiglie; gli altri, consumando in continue feste e stravizj quanto avevano guadagnato, disprezzavano ogni militare disciplina. Giammai l'armata imperiale era stata meno subordinata ai suoi generali, giammai era stato più difficile di farla tener dietro ai vantaggi che di già aveva ottenuti. La guarnigione di Pavia erasi portata all'eccesso d'impadronirsi de' cannoni della piazza, di fortificarvisi, e di dichiarare che più non ubbidirebbe ai suoi ufficiali finchè non fosse pagata; il rimanente dell'armata pareva disposto a seguire quest'esempio, ed ogni giorno scoppiavano parziali ammutinamenti[145].
La penuria dell'imperatore, il quale possedeva la Spagna, i Paesi Bassi, l'America e gran parte dell'Italia, che inoltre disponeva a voglia sua delle forze e delle entrate di suo fratello, l'arciduca d'Austria, e degli stati dell'impero, è un fenomeno che non può spiegarsi che pei disordini della sua amministrazione. Senza dubbio tra le province suddite molte godevano grandi privilegj, e spesso gli ricusavano i tesori ch'egli dissipava con mano così prodiga. In tempo della spedizione di Francia, le cortes di Castiglia gli avevano rifiutata una sovvenzione straordinaria di quattrocento mila ducati, ch'egli aveva loro domandata; ma le ordinarie entrate de' paesi i più ricchi, i più industriosi dell'Europa, avrebbero dovuto bastare per sostenere le spese di una guerra trattata con così piccole armate, quali erano le sue. I re di Castiglia, di Arragona, di Granata, di Navarra, di Sicilia, di Napoli; i sovrani de' Paesi Bassi e quelli dell'Austria, avevano tutti in diverse circostanze mantenute armate egualmente numerose, e sostenute spese tanto considerabili quanto quelle ond'era caricato l'imperatore, sovrano di tutti questi diversi stati. Altronde fra questi stati molti non avevano costituzione, nè assemblea rappresentativa; ed il regno di Napoli e il ducato di Milano dovevano assoggettarsi a tutti i carichi che il vicerè o il duca Sforza loro imponevano per conto dell'imperatore; e così la maggior parte de' più piccoli stati, sebbene indipendenti di nome, non potevano rifiutarsi di pagare continue contribuzioni di guerra. Ma in tutte le province sulle quali stendevasi l'autorità di Carlo V, si vedeva stabilire un sistema distruttore di ogni economia politica. I monopolj si moltiplicavano, la giustizia era subordinata ad un'autorità arbitraria e capricciosa; il commercio vincolato, le proprietà incatenate dai fedecommessi, l'ozio risguardato come onorevole, l'industria come una macchia; e gli stati, poc'anzi più floridi, trovavansi in breve ridotti all'ultima miseria.
I generali imperiali sentivano l'impossibilità di condurre in Francia un'armata insubordinata; diedero quindi alla reggente ed a' suoi consiglieri tutto il tempo di provvedere alla difesa del regno, di cercare l'alleanza dell'Inghilterra, di assicurarsi degli Svizzeri, e di concertarsi cogli stati d'Italia; ma Francesco I non supponeva nè pure che si potesse resistere al nemico, dov'egli non si trovava; e dopo la sua prigionia egli risguardava la Francia come assolutamente perduta; di già internamente rinunciava a tutti i suoi progetti sull'Italia, e non riponeva le sue speranze di terminare la guerra che nella lealtà e nella generosità del suo vincitore. Perciò affrettossi di accordare al commendatore Pennalosa, che portava in Ispagna all'imperatore la relazione della battaglia di Pavia, un passaporto per attraversare la Francia, onde più sicuramente e più presto arrivasse a quella corte; lo stesso motivo gli fece in appresso dare orecchio alle proposizioni del signore di Lannoy, che voleva condurlo in Ispagna, promettendogli che al primo abboccarsi con Carlo V terminerebbero le sue pene[146].
L'armata che il duca d'Albanì aveva condotta verso il mezzogiorno dell'Italia, era tuttavia intatta, e non aveva passati i confini del regno, quando il duca ricevette, presso Velletri, la notizia della battaglia di Pavia e della prigionia del re. Risolse all'istante di ritirarsi verso Bracciano, onde porre la sua armata in luogo sicuro, ne' feudi, ed in mezzo alle fortezze degli Orsini affezionati alla Francia. Ma i Colonna, che apertamente si mostravano partigiani dell'imperatore, attaccarono un corpo di truppe italiane che andava a raggiugnere il duca d'Albanì in vicinanze delle Tre Fontane, a non molta distanza da Roma; lo inseguirono fino entro Roma, ed uccisero i soldati degli Orsini nel Campo di Fiore, facendo in tal modo sentire al papa quanto la sua autorità fosse poco rispettata, e come la sua stessa persona poteva, quando che fosse, facilmente cadere nelle mani dell'uno o dell'altro partito. Frattanto il duca d'Albanì continuò la sua ritirata verso Bracciano, senza provare altri danni, e la sua armata conservavasi sempre in istato di farsi temere[147].
In mezzo al turbamento che dava a Clemente VII il disastro di Francesco I, ed il sapere caduta in mano degl'imperiali nel campo francese la sua corrispondenza con quel re, la quale mostrava apertamente la sua parzialità per il medesimo[148], le minacce de' generali imperiali e le loro esorbitanti inchieste di sussidj per l'armata, finalmente l'audacia dei Colonna, il papa ripigliò un poco di coraggio quando i Veneziani, che sentivano egualmente i loro pericoli, gli proposero di collegarsi per la comune sicurezza; di farvi entrare il duca di Ferrara, i di cui stati facevano che quelli della chiesa comunicassero direttamente con quelli della repubblica; di prendere in comune al loro soldo dieci mila Svizzeri, e d'invitare la reggente di Francia ad aggiugnere alla loro armata il duca d'Albanì, e le quattrocento lance che il duca d'Alenson aveva ricondotte da Pavia. Gli rappresentavano i Veneziani, che i generali imperiali, non meno poveri che prima della battaglia, e sprovveduti d'artiglieria di munizioni e di carriaggi, non potevano essere gran fatto formidabili, se le potenze d'Italia si mettevano subito in situazione di opporre loro una valida resistenza; che se per lo contrario si dava loro tempo, i più deboli potentati farebbero la pace pagando contribuzioni, e somministrando col danaro italiano il mezzo di soggiogare l'Italia[149].
Ma mentre il papa dava orecchio a queste proposizioni, e che di già occupavasi di far entrare nella stessa lega il re d'Inghilterra, ch'egli conosceva geloso di Carlo V[150], Niccolò di Schomberg, suo segretario e consigliere, che aveva mandato in Ispagna, tornò presso di lui con proposizioni del vicerè di Napoli. I generali imperiali, che volevano cavare danaro da Clemente VII e da' Fiorentini, avevano poste le loro truppe ai quartieri d'inverno negli stati di Parma e di Piacenza, abbandonando que' vassalli della Chiesa a tutte le vessazioni d'una sfrenata soldatesca. Mentre che i deputati di Piacenza imploravano la protezione del papa, il vicerè offriva la sua alleanza e la garanzia dell'imperatore per la casa de' Medici contro una somma di danaro. Clemente VII, sempre irresoluto, sempre privo di vigore, accettò queste proposizioni che lo liberavano da una difficoltà presente, e sospendevano il pericolo. Il 1.º di aprile segnò in Roma, senza l'intervento de' Veneziani, un'alleanza tra l'imperatore ed il duca di Milano da una parte, e la Chiesa ed i Fiorentini dall'altra, per la quale i Fiorentini dovevano pagare cento mila ducati ai generali dell'imperatore, ed altrettanti il papa, ma quest'ultimo soltanto dopo che sarebbe rimesso in possesso di Reggio e di Rubbiera, che il duca di Ferrara aveva rioccupate in tempo dell'interregno[151].
Tostocchè il papa si fu ricomperato a prezzo d'oro, la predizione de' Veneziani si trovò giustificata. I generali imperiali, più non temendo gl'Italiani riuniti, pretesero da cadauno stato spaventose contribuzioni per pagare la loro armata. Domandarono cinquanta mila ducati al duca di Ferrara, quindici mila al marchese di Monferrato, dieci mila ai Lucchesi, quindici mila ai Sienesi, ma in cambio autorizzavano questi ultimi a scuotere la tirannide del monte de' Nove e della famiglia Petrucci: mentre ancora numeravasi il danaro, Girolamo Severini, uno de' capi del partito della libertà, ch'era stato mandato ambasciatore presso il vicerè, uccise Alessandro Bichi, capo dell'ordine de' Nove, che il papa aveva indicato per presiedere al governo[152]. Verso lo stesso tempo arrivarono per mano dei banchieri genovesi ai generali imperiali dugento mila ducati da lungo tempo promessi; e l'armata fu pagata, perchè tuttociò che mancava per saldare gli arretrati venne somministrato dal duca di Milano[153].