Tostocchè le truppe furono pagate, i generali imperiali cercarono di riandare i contratti, in forza de' quali avevano ottenuto il danaro. Riclamarono da' Fiorentini venticinque mila fiorini oltre i promessi. Invece di ritirare le loro guarnigioni dallo stato della Chiesa, spedirono altri soldati nel Piacentino per vivere a discrezione presso gli abitanti; avevano prese contraddittorie obbligazioni col papa e coi duchi di Ferrara e di Milano. Avevano promesso al primo la restituzione di Reggio e di Rubbiera, di cui avevano guarentito il possedimento al secondo; e dopo avere con quest'esca tratto Clemente VII ad alienarsi un principe, la cui alleanza poteva riuscirgli vantaggiosissima a motivo della posizione dei di lui stati, della di lui ricchezza e della di lui potente artiglieria, ricusarono poi di sagrificarglielo. Avevano pure promesso al papa, che in avvenire il ducato di Milano consumerebbe il sale delle saline di Cervia; ma in seguito ricusarono d'accordare questa specie di gabella nel ducato di Milano agli intraprenditori delle saline della Chiesa. Frattanto, dopo avere dichiarato che l'imperatore ricusava di approvare questi due articoli, non vollero restituire al papa il danaro che aveva loro pagato in corrispettivo di tali vantaggi[154].
Nè Carlo V mostravasi di migliore buona fede, nè dopo la vittoria mostravasi più moderato de' suoi generali. Vero è che nel primo istante in cui ricevette il 10 di marzo a Madrid la notizia della battaglia di Pavia ed una lettera scritta di proprio pugno da Francesco I, vietò con ipocrita umiltà di festeggiare un così straordinario avvenimento con tripudj e con fuochi di gioja, dichiarando che questi segni d'allegrezza dovevano riservarsi per le vittorie contro gl'infedeli. Nello stesso tempo aveva manifestato il suo ardente desiderio di ristabilire la pace nella Cristianità, ed aveva protestato, che ciò che più lo lusingava in questa vittoria accordatagli era la certezza di fare bentosto cessare lo spargimento del sangue cristiano[155].
Ma d'altra parte le proposizioni che Carlo V fece fare da Buren, signore di Roeux a Francesco I, mentre che questi era tuttavia tenuto in Pizzighettone, mostravano l'assoluta mancanza di generosità, di compassione o di moderazione pel suo rivale. Domandava non solo la rinuncia di tutte le pretese del re sull'Italia e su la Fiandra, ma inoltre la cessione della Borgogna alla casa d'Austria, e quella della Provenza e del Delfinato al duca di Borbone, per farne, coi feudi che di già aveva, un regno indipendente. Per quanto Francesco I fosse ansioso di uscire di prigionia, rispose di essere contento di rimanervi finchè vivesse, piuttosto che acconsentire allo smembramento della Francia[156].
In pari tempo Carlo V cessò di mostrare al cardinale di Wolsey i riguardi che gli aveva fin allora usati. E per tal modo si alienò quest'orgoglioso ecclesiastico, che non tardò ad accrescere in Enrico VIII una gelosia, che la grandezza di Carlo V aveva di già fatta nascere nel di lui animo. Dall'altro canto i generali imperiali insistevano presso i Veneziani per avere da loro cento mila ducati in compenso de' sussidj cui si erano obbligati per la difesa del ducato di Milano, e che non avevano pagati nella precedente guerra. I Veneziani ne avevano offerti ottanta mila; ma perchè l'offerta loro non fu accettata, ed ebbero più sicuri indizj del malcontento del re d'Inghilterra, si troncò la negoziazione, e le due parti rimasero in libertà[157].
Quando il duca d'Albanì conobbe il trattato di Clemente VII coll'imperatore, giudicò inutile il trattenersi più lungamente negli stati della Chiesa. Coll'assenso del vicerè si fece prestare le galere del papa, e vi si imbarcò per passare in Francia con Renzo di Ceri, coll'artiglieria che si era fatta dare da' Sienesi e dai Lucchesi, con quattrocento cavalli, mille Landsknecht e pochi Italiani, essendosi sbandato il restante della sua armata[158]. Ma nello stesso tempo erasi pure indebolita assai l'armata del marchese di Pescara. A misura che questi aveva pagati i Landsknecht, gli aveva quasi tutti licenziati; e perchè in Italia più non aveva nemici da combattere, e non si sentiva abbastanza forte per tentare un'invasione in Francia, aveva voluto sollevare il tesoro imperiale da uno, quanto esorbitante, altrettanto inutile dispendio[159].
Frattanto tutta l'Italia fermentava; l'armata imperiale sì sbandava, e forse avvicinavasi l'istante in cui un vigoroso sforzo de' partigiani della Francia poteva mettere Francesco I in libertà. Ma il vicerè di Napoli, signore di Lannoi, che aveva saputo acquistarsi la confidenza di Francesco, voleva approfittarne per condurlo in Ispagna, sperando di attribuirsi in tal maniera l'onore principale della vittoria di Pavia. Fece sentire al re che le esorbitanti condizioni presentategli da Adriano di Buren erano state concertate per accontentare il contestabile di Borbone; ma che se Francesco poteva direttamente trattare coll'Imperatore lontano dal suo proprio suddito ribelle, troverebbe in Carlo quella stessa generosità, ch'egli medesimo avrebbegli mostrata, se Carlo si fosse trovato nella presente sua condizione. Accrebbe così il di lui desiderio d'avere un abboccamento coll'imperatore, e lo persuase a tenere il progetto affatto segreto. Il Lannoi ottenne il consentimento de' suoi due colleghi, perchè Francesco I fosse tradotto a Napoli; e a questo fine Francesco medesimo somministrò sei galere francesi per trasportarvelo. Il 7 di giugno Lannoi s'imbarcò col re a Porto Fino presso di Genova, ed otto giorni dopo lo sbarcò a Roses sulle coste della Catalogna, senza che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avessero nemmeno sospettato che si volesse sottrarre alla loro dipendenza il prigioniere, che agli occhi stessi dell'armata era il pegno delle sperate ricompense[160].
Quando gli stati d'Italia seppero che Francesco I era stato condotto in Ispagna, e che aveva egli stesso desiderato di andarvi, ben conobbero che nuovi pericoli minacciavano la loro indipendenza. Il re di Francia, con tanta premura di recarsi presso il suo rivale, mostrava l'estremo suo desiderio di trattare con lui. Bentosto si seppe quali condizioni aveva fatte proporre a Carlo V dal signore di Buren. Offriva di sposare la regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, accontentandosi per dote de' diritti che Carlo V poteva avere sopra la Borgogna. Voleva in contraccambio dare la propria sua sorella, la duchessa d'Alenson, a Carlo, e con questa tutti i suoi diritti sul regno di Napoli e sul ducato di Milano. Dicevasi apparecchiato a pagare al re d'Inghilterra enormi somme per farlo rinunciare alle proprie pretese, ed a Carlo, per sua taglia, la stessa somma che aveva pagata il re Giovanni prigioniere degl'Inglesi; finalmente offriva di far accompagnare l'imperatore da una flotta e da una possente armata francese, allorchè questi andrebbe a Roma a prendere la corona dell'impero; ciò che in altri termini tornava lo stesso che promettergli d'ajutarlo ad assicurarsi la sovranità d'Italia[161].
Non eravi un solo principe in Italia, il quale, dopo avere provata l'insolenza e le vessazioni de' ministri imperiali, potesse contemplare senza terrore il giogo sotto cui stava per cadere la comune patria. Giunto era l'istante di fare un estremo sforzo per l'indipendenza italiana, che più non potrebbesi salvare quando i due monarchi avessero riunite a di lei danno le loro forze. Ma prima che il re di Francia avesse trattato, pareva facil cosa il far sentire a lui, alla reggente, ed ai principi che con lei governavano, che tornava meglio impiegare tutti i tesori del regno per liberare il re colla forza delle armi, di concerto con tutti gli stati d'Italia, gli Svizzeri ed il re d'Inghilterra, che prodigare quei medesimi tesori a titolo di taglia al più costante nemico della Francia, e somministrargli così i mezzi d'incatenarli tutti quanti. Il papa e la repubblica di Venezia, a nome di tutti gli stati italiani, invitarono adunque la reggente a mostrare fermezza ai negoziatori di Carlo V, ed a rifiutare ogni vergognosa condizione, accertandola che in breve l'unione di tutta l'Europa basterebbe forse, senza venire all'esperimento delle armi, per costringere Carlo V a porre il di lui figlio in libertà, purchè dal canto suo ella volesse riconoscere e garantire la libertà dell'Italia[162].