Effettivamente non era la libertà dei soli stati che dicevansi tuttavia indipendenti, ma quella di tutta l'Italia che i ministri di Clemente VII, di concerto col senato di Venezia, lusingavansi di far riconoscere. Tutta l'Italia abborriva egualmente il giogo di coloro che chiamava barbari; tutta l'Italia sentivasi oramai legata da un medesimo interesse, e pareva disposta a fare unanimi sforzi per la propria indipendenza. Francesco II Sforza, a nome del quale era stato conquistato il ducato di Milano, non aveva altro raccolto dal sovrano potere che il triste privilegio d'ascoltare il primo le lagnanze de' suoi popoli, al quali egli non poteva in verun modo apportare rimedio. Gli sgraziati Lombardi, abbandonati a tutta la licenza militare, dovevano a vicenda pagare enormi contribuzioni, e ricevere a discrezione nelle proprie case i soldati spagnuoli, il di cui carattere avaro, dissimulato, orgoglioso, era loro in particolar modo antipatico. Ricorrevano al loro duca, di cui avevano così ardentemente desiderato il ritorno; ma questi, ben lungi dall'esercitare l'autorità di un sovrano, era il primo schiavo de' ministri e de' generali dell'imperatore[163].

Sapeva Francesco Sforza che l'imperatore, non abbastanza pago di averlo ridotto al rango di semplice governatore di provincia, aveva più volte posto in deliberazione, se non dovesse levargli il ducato di Milano per farne un dono a suo fratello, l'arciduca Ferdinando d'Austria, il quale desiderava di unire questo stato ai suoi possedimenti di Germania. Sapeva che questo progetto era senza dubbio in cagione dell'affettata dilazione che apportavasi nella corte di Madrid alla spedizione dell'investitura del suo ducato; e perchè trovavasi di già infermiccio, e non aveva figliuoli, sembrava che, se l'imperatore permettevagli di regnare, egli era soltanto perchè sperava di raccogliere in breve, dopo la sua morte, l'eredità. Quindi tosto che il duca di Milano ed il suo confidente e principale ministro, il cancelliere Moroni, si furono assicurati che la reggente rinuncierebbe a nome di suo figliuolo alle sue pretese sulla Lombardia, che riconoscerebbe la casa Sforza, e si obbligherebbe a mantenerla nella sua sovranità, il duca entrò nella lega italiana, ed il suo cancelliere ne diventò uno dei più caldi promotori[164].

Infatti fu Girolamo Moroni che s'incaricò di una difficile e dilicata negoziazione, che doveva guadagnare alla lega italiana un possente difensore. Egli era stato testimonio dell'indignazione con cui il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avevano ricevuta la notizia della soperchieria di Lannoi; egli conosceva la loro gelosia verso questo favorito ministro di Carlo V, e gli aveva uditi accusare con impeto il loro padrone d'ingratitudine e d'ingiustizia. Il Borbone si era affrettato di andare in Ispagna per contrastare al vicerè il merito della vittoria, che pareva volersi attribuire[165], ed il Pescara era rimasto solo in Italia, incaricato del supremo comando. Sebbene avesse questi adottati i costumi ed i pregiudizj spagnuoli, che quasi sempre parlasse castigliano, e si dolesse frequentemente di non essere nato in Castiglia, il Pescara era Italiano. La sua famiglia, quella degli d'Avalos, erasi stabilita nel regno di Napoli da quasi un secolo; perciò il Moroni suppose che avesse conservati i sentimenti d'un Italiano, il desiderio di vedere la sua patria indipendente, e che tale desiderio si risveglierebbe in lui, se al risentimento, che di già provava, vi si aggiugnesse un'offerta così luminosa da superare d'assai tutte le sue più ambiziose speranze[166].

Il Moroni, dopo avere incoraggiato il Pescara ad esalare tutta la sua indignazione contro l'imperatore, gli fece travedere che non dipendeva che da lui di dare compimento al voto, da tanto tempo formato da tutta l'Italia, di cacciare tutti i barbari dalla penisola; e che, in ricompensa della sua cooperazione, il papa ed i Veneziani erano pronti ad unirsi per porre sul suo capo la corona di Napoli. Il Pescara era violentemente irritato, smisurata era la sua ambizione, il suo carattere artificioso e non facilmente accessibile agli scrupoli: egli accolse con ardore le proposizioni del Moroni, o perchè si abbandonasse alla speranza che gli si presentava, o perchè avesse di già in animo di farsi un merito presso l'imperatore col tradire i suoi socj. Chiese schiarimenti intorno alla trama in cui volevasi farlo entrare, ed il Moroni, con una confidenza contro la quale Giovan Matteo Ghiberti, datario apostolico, l'aveva invano posto in guardia, comunicò al Pescara tutti i progetti de' congiurati[167].

L'armata imperiale, che occupava la Lombardia, era pochissimo numerosa; tutti i Tedeschi erano stati licenziati; degli Spagnuoli molti si erano dispersi per porre in luogo sicuro la preda fatta nell'ultima campagna; altri avevano seguito in Ispagna il vicerè, ed altri vi avevano accompagnato il contestabile di Borbone. Altre truppe non restavano in Italia che quelle d'infanteria spagnuola comandate da Antonio di Leiva, e pochi fanti italiani. Il marchese di Pescara, supremo comandante dell'armata imperiale, poteva facilmente acquartierarla, in modo che riuscisse facile il sorprendere separatamente tutti que' soldati di cui crederebbe di non potersi fidare, e disarmarli o disfarsi di loro. Quando avrebbe esclusi così gli stranieri dalla penisola, dovevano bastare le forze d'Italia per chiuder loro per sempre le porte: pure non si sarebbero adoperate queste sole, perchè la Francia e l'Inghilterra si dichiaravano garanti della di lei indipendenza, e la Svizzera aveva promessi i suoi soldati per difenderla[168].

A questi progetti il Pescara oppose alcuni scrupoli, mostrandosi desideroso di vederli dissipati. Come feudatario del regno di Napoli, riconosceva, diss'egli, che il papa era il supremo suo signore, e che l'imperatore non era che il suo signore diretto; tuttavolta bramava d'essere assicurato dall'autorità de' canonisti e de' giureconsulti, se gli ordini di chi aveva la suprema signoria bastavano a dispensarlo dall'ubbidienza al signore diretto; e se il papa lo poteva sciogliere da un giuramento militare, come da un ordinario giuramento di vassallaggio; per ultimo se il suo onore sarebbe in salvo, ed in riposo la sua coscienza, quando avesse preso parte alla trama che gli veniva proposta contro il suo padrone. Per avere tali schiarimenti spedì a Roma il genovese Domenico Sauli, uno de' più caldi partigiani dell'indipendenza italiana, incaricandolo di abboccarsi col papa e col suo datario. La corte di Roma sapeva con quanta facilità poteva dissipare gli scrupoli del Pescara; ma stava ancora dubbiosa sul conto della di lui buona fede; onde gli mandò il romano Menteboni, uno de' confidenti del Datario, per iscandagliarlo ancora, mentre il cardinale Accolti ed il giureconsulto Angelo Cesi scrivevano a nome del papa dei trattati per tranquillizzare la coscienza del generale[169].

Nello stesso tempo gli agenti della corte di Roma lavoravano in ogni parte per dare esecuzione ad un progetto così bene concertato. Enrico VIII, re d'Inghilterra, aveva fatte a Carlo V le più esorbitanti domande dopo la battaglia di Pavia: egli ne voleva per sè quasi tutti i frutti, e chiedeva che gli si dessero la maggior parte delle province di quella Francia di cui i suoi predecessori, dopo Enrico V, chiamavansi re. Queste esagerate domande non si facevano da Enrico VIII, che per ottenere un rifiuto dall'imperatore, e aver così un pretesto di corrucciarsi con lui[170]. In fatti egli aveva di già accolte le proposizioni della corte di Roma, che voleva ravvicinarlo alla Francia, e renderlo favorevole alla indipendenza italiana; egli era entrato ne' progetti comunicatigli da Girolamo Ghinucci, auditore apostolico, e nunzio alla sua corte: aveva mandato a Roma il vescovo di Bath ed il cavaliere di Casale, per trattare col papa; onde i confederati tenevansi sicuri del di lui appoggio[171].

Il vescovo di Veruli, Ennio Filonardo, nunzio del papa nella Svizzera, fino dall'undici giugno, ma più apertamente il primo di luglio, fu incaricato di scandagliare la dieta elvetica, ed ogni cantone in particolare intorno all'universale desiderio degl'Italiani di armarsi per la propria indipendenza; di far sentire agli Svizzeri in quale pericolo si troverebbero essi medesimi, se la casa d'Austria, venendo a stabilirsi in Lombardia, circondasse quasi da ogni lato i loro confini; di esortarli a non perdere l'occasione di riparare il loro onore militare, crudelmente compromesso dalla cattiva condotta delle loro truppe nelle quattro ultime campagne; finalmente di porsi in istato, di potere, quando ne avrebbe l'ordine, far entrare otto o dieci mila Svizzeri in Lombardia, col patto di portarsi, ove il bisogno lo richiedesse, anche nel regno di Napoli[172].

Finalmente Luigia di Savoja, reggente di Francia, fece dichiarare a Venezia, il 24 di giugno, per bocca di Lorenzo Toscano, suo inviato segreto, che riconosceva Francesco Sforza come duca di Milano; che somministrerebbe all'Italia possenti ajuti, ove questa si determinasse a scuotere il giogo; e che pagherebbe agli alleati, come sussidio, quaranta mila scudi al mese fin che durerebbe la guerra. A fine di proseguire queste negoziazioni, ella mandò ambasciatore a Venezia il conte Luigi di Canossa, vescovo di Bayeux, uno de' più destri diplomatici fra gl'Italiani ch'erano allora ai servigj della Francia, e presso la santa sede, Alberto Pio, conte di Carpi, fratello del conte di Canossa. Nè l'uno nè l'altro di questi negoziatori erano muniti di pieni poteri onde conchiudere, e per più settimane minuziose difficoltà impedirono la soscrizione degli articoli convenuti. Sigismondo Sanzio, segretario del conte di Carpi, fu spedito in poste a Parigi con tutti i trattati, onde farli approvare dalla corte; ma Sanzio venne assassinato da alcuni ladri, mentre, attraversando il territorio di Brescia, si dirigeva per la Svizzera alla volta della Francia. Non ricevendo da lui nessuna notizia, la corte di Roma credette alcun tempo che gli Spagnuoli, fattolo arrestare, non si fossero impadroniti di tutta la sua corrispondenza, e ne fu altamente atterrita; ciò per altro non era la sola causa de' suoi timori. Il Ghiberti temeva molto più ancora di essere tradito dalla reggente; rincrescevagli oltremodo che le fosse stato confidato il segreto della cooperazione del Pescara, e pensava che questa madre, impaziente di ridonare la libertà a suo figliuolo, facilmente potrebbe minacciare gli Spagnuoli di una insurrezione generale dell'Italia, far loro conoscere quanto vicino fosse il momento dell'esplosione, ed ottenere da loro, in vista di cotale imminente pericolo, che suo figliuolo, il quale era già apparecchiato di far loro grandissimi sagrifizj, venisse riposto in libertà sotto moderate condizioni[173].