Sembra cosa fuori di dubbio che questo timore del Ghiberti si verificasse. La duchessa d'Alenson, sorella di Francesco I erasi recata in Ispagna per negoziare un trattato di pace, una delle cui basi doveva essere il suo proprio matrimonio con Carlo V, e quello di Francesco I con Eleonora di Portogallo. È probabilissimo che a fine di meglio riuscire, la duchessa non temette di compromettere il segreto delle potenze italiane; almeno seppesi in Roma, verso la metà di settembre, che Carlo V aveva avuto avviso delle offerte fatte al marchese di Pescara, come pure di tutte le particolarità della negoziazione intavolata colla Francia. La corte di Roma sospettava successivamente tutti i suoi alleati, e tutti forse potevano a buon diritto esserle sospetti: aveva sentito a dire che il Moroni ed il Pescara non aveano mostrato d'entrare nella cospirazione, se non per mettere a prova i principi italiani; ma la corte di Roma comprendeva assai bene che il Pescara, onde conservarsi la confidenza dell'imperatore, e condurre a buon fine i suoi progetti, era stato egli medesimo costretto di dare alla sua corte quegli avvisi, che altri pure nel medesimo tempo le davano; e finchè tali avvisi erano confusi, finchè non erano seguiti da niuna misura di precauzione, si potevano assai bene conciliare colla condotta d'un cospiratore. La condotta tenuta dalla Francia era molto più sospetta; e il datario, in parecchie lettere dirette al vescovo di Bayeux, ne manifestò vivissimo risentimento[174].

Egli è impossibile di sapere se il Pescara siasi da principio impegnato di buona fede nella cospirazione italiana, oppure se, come lo asserì poscia egli medesimo, non vi entrasse che per isvelarla all'imperatore. Diversi avvenimenti, occorsi durante la negoziazione, furono causa forse che cangiasse divisamento; egli prese gran parte all'agitazione cagionata dalla repentina sparizione di Sigismondo Sanzio, e potè credere alcun tempo che le sue carte fossero venute alle mani di Antonio de Leiva; ebbe contezza dell'andata della duchessa d'Alenson a Madrid, e dei progetti della Francia: oltre a ciò fu avvisato forse delle prime rivelazioni fatte dalla duchessa, ed approfittò, per passare dalle parti di cospiratore a quelle di spia, delle confuse e mal certe informazioni, che, per sua propria sicurezza, aveva di già date all'imperatore. Finalmente circa alla medesima epoca Francesco Sforza infermò gravemente; e nel mentre che gli stati italiani chiedevano alla Francia di riporre in libertà Massimiliano, fratello di Francesco, e di assicurargli il possedimento del ducato di Milano, che voleano guarentire alla casa Sforza, il Pescara si lusingò forse d'ottenere egli medesimo dall'imperatore, in guiderdone di un eminente servigio, questa sovranità, che la morte allora toglieva al presente possessore. Egli è certo almeno che giunse a tanta bassezza, di eccitare alla ribellione, per poscia tradirli, coloro stessi che offrivano d'esporre gli averi e la persona per servirlo. Dopo avere comunicato all'imperatore, per mezzo del suo segretario Giovanbattista Castaldi, il segreto della congiura, egli continuò le sue conferenze col Moroni, coi ministri del papa e de' Veneziani, onde impegnare ciascuno de' socj a compromettersi separatamente[175].

Francesco II Sforza ricevette frattanto, nel mese d'agosto, l'investitura del ducato di Milano, spedita da Carlo V; ma vincolata ad onerosissime condizioni. Egli doveva versare nel primo anno cento mila ducati alla camera imperiale, ed obbligarsi a pagarne altri cinquecento mila a termini più lontani; oltre a che doveva costringere d'ora innanzi tutto il Milanese a provvedersi di sale alle saline dell'arciduca Ferdinando d'Austria, e ciò era un abbandonare a questo principe straniero la gabella più importante degli stati di Milano[176]. Francesco Sforza accettò questa investitura, e oltre alle somme enormi ch'egli aveva già consegnate ai generali imperiali, pagò ancora cinquanta mila ducati a conto di quella che gli era recentemente domandata; ma la sua malattia, che peggiorò molto in breve tempo, e manifestavasi con sintomi tali che davano assai da temere, ritardò tutte le misure degli alleati. Alla morte di Francesco Sforza, la quale era da tutti creduta imminente, il di lui feudo doveva cadere all'imperatore. Il Pescara mostrò ai congiurati, che, in vista di cotale avvenimento, egli non si potea dispensare dal raccorre le guarnigioni spagnuole sparse in Lombardia, e dal chiamarvi inoltre due mila landsknecht; per cui era forza d'abbandonare il pensiero di opprimere a un tratto l'armata imperiale. Il Moroni, cui erasi cercato di rendere sospetto il Pescara, aveva fino allora risposto, ch'egli sarebbe stato sempre padrone di arrestarlo nel castello di Milano con tutti i capitani imperiali, ove quel generale avesse voluto abbandonare la causa italiana[177].

Un altro avvenimento ancora teneva sospesi i congiurati; seppesi bentosto che Francesco I, cruciato oltremodo di non avere potuto nel corso di due mesi ottenere un abboccamento con Carlo V, era caduto gravemente ammalato nel castello di Madrid, e pareva, anche a dire dei medici, non dovere ormai vivere che pochi giorni. La di lui morte avrebbe privato a un tratto Carlo V di tutti i vantaggi ch'egli avea creduto ritrarre dalla battaglia di Pavia; perciò l'imperatore, temendo per la vita del suo prigioniero, erasi affrettato di visitarlo, aveagli dato le più lusinghiere speranze, e s'era mostrato vicinissimo a riconciliarsi con lui. Da un momento all'altro un trattato di pace poteva essere sottoscritto fra questi due monarchi, e desso avrebbe rotte tutte le precauzioni della lega, ponendo, per quanto era da supporsi, l'Italia nell'assoluta dipendenza dell'imperatore[178].

Ma i due ammalati, della vita de' quali omai disperavano tutti, risanarono; ed il Pescara fu assalito dalla malattia che dovea prima di due mesi strascinarlo al sepolcro. Egli però non volle aspettare più tardi a levarsi la maschera dal volto; la sua lentezza e la sua apparente irresoluzione aveano di già inquietato non poco gli alleati italiani[179]. Dal canto loro gli ufficiali spagnuoli s'erano accorti delle pratiche che si andavano maneggiando intorno a loro; e Antonio di Leyva aveva pubblicamente minacciato di fare uccidere il Moroni, che i suoi compatriotti odiavano a morte[180].

Il 14 d'ottobre, il marchese di Pescara, che sentivasi già oppresso da grave malattia, invitò il cancelliere Moroni a venirlo a trovare nel castello di Novara, dove risiedeva. Il Moroni, tenuto da tutti pel più astuto, pel più diffidente, pel più doppio degli Italiani, non istimava il marchese, ed avealo più volte rappresentato come il più perfido e crudele fra gli uomini: diceva che qualora avesse dovuto arrestarlo, avrebbe approfittato dell'istante in cui questo generale visitava il duca ammalato nel castello di Milano; pure si lasciò prendere egli medesimo in simigliante insidia. Venne al marchese, che giaceva ammalato nel castello di Novara; entrò di bel nuovo in tutte le particolarità del suo progetto per disperdere i soldati spagnuoli, sorprenderli, svaligiarli o assassinarli. Il Pescara, che lo interpellava, aveva fatto nascondere Antonio di Leyva dietro una tappezzeria, onde potesse udire la loro conversazione. Quando il Moroni uscì dalla stanza, fu arrestato e condotto nel castello di Pavia, ove si recò in breve anche il Pescara per interrogarlo come giudice intorno ad una cospirazione, nella quale era fino allora egli medesimo entrato come complice[181].

Il Pescara, coll'arrestare il Moroni e col cominciare con pubblicità il di lui processo, aveva soprattutto in vista di compromettere il duca di Milano, e di somministrare occasione all'imperatore di dichiararlo scaduto dal suo feudo. Egli aveva di già guarnigione in Lodi ed in Pavia; ma, onde porre in sicurezza l'armata ch'egli comandava, chiese ancora al duca la consegna di Cremona, di Trezzo, di Lecco e di Pizzighettone. Il duca, gravemente ammalato, e che aveva perduto col suo grande cancelliere Moroni il più fermo appoggio del suo carattere, e tutta la prudenza del suo consiglio, cedette senza resistenza. Il Pescara, dopo essersi fatte consegnare queste piazze, dimandò ancora che gli fosse data in mano la fortezza di Cremona, e che il duca, al quale concedeva per abitazione la fortezza di Milano, non gl'impedisse di circondare la medesima con opportuni trinceramenti, e di cominciare tutte le fortificazioni necessarie a metterlo in grado di eseguire senza ritardo gli ordini che riceverebbe dall'imperatore. Francesco Sforza ricusò queste nuove domande, e non volle nè anche dare in consegna al Pescara nè il suo proprio segretario, Giannangelo Ricci, nè Poliziano, segretario del Moroni. Non aveva avuto tempo di raccorre se non che pochi viveri nel castello di Milano; nulla meno vi si rinchiuse coraggiosamente con ottocento fanti scelti, e quando gli Spagnuoli cominciarono ad aprire le trincee per assediarlo, fece fuoco sopra i lavoratori[182].