L'occupazione del ducato di Milano sbigottì tutti i consiglj delle potenze d'Italia; le pratiche loro col Moroni erano palesi, ed esponevanli a tutta la vendetta dell'imperatore, nel tempo ch'essi non erano ancora apparecchiati a fargli la guerra. A quest'epoca il protonotaro Caraccioli, ambasciatore di Carlo V a Venezia, offriva di accettare, sotto condizione che la repubblica rientrasse nell'alleanza imperiale, gli ottanta mila ducati che il senato erasi mostrato disposto di pagare in compenso di que' sussidj che la repubblica medesima avrebbe dovuto somministrare nell'ultima guerra. Ma per grande che fosse il pericolo in cui trovavasi la repubblica di Venezia, ella non si potè risolvere a fabbricarsi in tal modo da se stessa le proprie catene, e il senato ricusò di sottoscrivere, infino a tanto che il ducato di Milano sarebbe occupato dagl'Imperiali; conciossiachè, soggiugneva esso, era appunto per impedire la riunione di questo ducato agli stati di un altro sovrano, già padrone del regno di Napoli, che s'era impegnato per trent'anni continui in tante guerre diverse. La malattia del Pescara, che andava peggiorando ogni giorno, impedì che le ostilità tenessero dietro a questo rifiuto[183].

Nel medesimo tempo due uomini che aveano macchiati coi tradimenti i più rari talenti e un carattere che non era privo di nobile grandezza, conobbero a prova che il favore dei principi non è sufficiente risarcimento alla perdita della pubblica stima sagrificata per compiacer loro. Il contestabile di Borbone era giunto a Toledo il 14 novembre presso all'imperatore. Egli era stato accolto da lui colle maggiori dimostrazioni di stima e d'amicizia, ed onorato siccome quegli che doveva sposare la sorella del monarca ed ascendere un giorno sul trono; ma quanto erano grandi e molte le carezze che Carlo V prodigavagli, altrettanto era umiliante il dispregio in cui i nobili castigliani mostravano di tenerlo. Quest'uomo, che aveva venduto agli stranieri il proprio suo re e la sua patria, non pareva loro potere con nessuna virtù con niuno servigio cancellare cotanta infamia; e quando Carlo V dimandò al marchese di Villena che volesse prestare il suo palazzo al contestabile, questi rispose che non poteva ricusar nulla al suo sovrano, ma che, appena partito il Borbone, egli incendierebbe colle sue proprie mani il palazzo, siccome quello che sarebbe stato infamato dalla presenza di un traditore[184].

Dall'altro canto il Pescara, che, per conciliarsi più sicuramente il favore di Carlo V, erasi avvilito a ciò che v'ha di più abjetto nella condotta d'una spia, a corrompere egli medesimo coloro che voleva denunciare, era divenuto bersaglio dell'orrore e del disprezzo di tutti gl'Italiani che aveva traditi. Nato nel casato catalano d'Avalos, già venuto nel regno di Napoli e domiciliatovisi con Alfonso I, egli aveva cominciato i suoi primi fatti d'armi alla battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero. D'allora in poi erasi trovato presente a tutte le guerre d'Italia, e benchè non oltrepassasse i trentasei anni, aveva acquistata grandissima esperienza; erasi distinto col suo ingegno inventore, la sua attività, il suo coraggio, i suoi stratagemmi; avea saputo rendersi caro all'infanteria spagnuola, cui comandò lungo tempo, e soleva dire che gli rincresceva di non essere nato piuttosto in Ispagna che in Italia. In quell'epoca medesima egli era oppresso da una malattia che non aveva diligentemente curata, e morì in Milano il 30 di novembre, nel mentre che Vittoria Colonna, sua moglie, celebre nella letteratura, era partita in tutta fretta da Napoli per venirlo ad assistere, e non aveva ancora oltrepassato Viterbo[185].

La morte del Pescara accrebbe il coraggio de' Veneziani, e di tutti coloro che in Italia volevano assicurare coll'armi la propria indipendenza: supponevano che l'armata imperiale fosse tanto più indebolita da una perdita così grande, che il contestabile di Borbone e il vicerè Lannoy erano assenti entrambi; perciò sollecitavano il papa di sottoscrivere, mentre Francesco Sforza era ancora padrone del castello di Milano, una lega necessaria per salvare l'Italia dall'assoluta schiavitù che la minacciava. La reggente di Francia prometteva di sovvenir loro cinquecento lance francesi e quaranta mila ducati al mese, i quali bastavano ad assoldare diecimila Svizzeri; e nel medesimo tempo doveva cominciare la guerra sulle frontiere della Spagna per impedire a Carlo V di mandare soccorsi in Italia. Enrico VIII, che verso il finire di agosto aveva sottoscritta colla reggente un'alleanza difensiva, e che aveavi messa per condizione ch'ella non abbandonerebbe nessuna provincia del regno per riscattare suo figliuolo, facevasi mallevadore delle promesse cui si obbligava il governo francese. Il papa e i Veneziani, de' quali il primo trattava anche a nome de' Fiorentini, ed i secondi a nome anche del duca di Ferrara, dovevano somministrare a spese comuni mille ottocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e venti mila fanti; la flotta veneziana, unita alla francese, doveva attaccare contemporaneamente Genova o il regno di Napoli[186].

Ma un progetto così difficile e così pericoloso da eseguirsi avrebbe incusso timore anche ad un uomo di carattere più fermo e deciso, che non lo era Clemente VII. Questi, dacchè era salito sul trono, avea delusa l'aspettazione di tutti coloro che credevano conoscerlo; e dava allora a divedere che se l'amministrazione sua era stata gloriosa durante il regno di suo cugino Leon X, ciò doveasi attribuire molto più alla fermezza e risoluzione di Leone, che all'abilità sua nel servirlo. Sempre indeciso, e pronto a disdirsi, sbigottito sempre dagli ostacoli quando s'appigliava ad una risoluzione, e dimenticandosi allora di tutti quelli per cui aveva abbandonata la risoluzione contraria, egli fluttuava sempre fra partiti estremi, lasciava passare il momento d'agire, e quand'era poi costretto a decidersi, ora si abbandonava da disperato a ciò che riguardava come una fatalità, ora cedeva alle sollecitazioni dei suoi ministri, senza essere per altro persuaso di quelle ragioni che per avventura gli allegavano. Questa irrisoluzione veniva accresciuta ancora dalla scissione manifestatasi nel suo più intimo consiglio. Erano confidenti di Clemente VII frate Nicola di Schomberg, dominicano tedesco, creato dal papa arcivescovo di Capoa, e Giovan Matteo Ghiberti, che occupava la carica di datario apostolico; Clemente operava il più delle volte dietro i consiglj di costoro. Ma il Schomberg aveva abbracciato con zelo il partito dell'imperatore; e il Ghiberti, quantunque riponendo poca fiducia nella Francia, ed amaramente lagnandosi del difetto di discrezione e di fede di questa corte, voleva unirsi a lei per difendere l'indipendenza italiana; costoro non temevano di dare la maggiore pubblicità alle loro contese, e le loro alternative vittorie scemavano il credito del papa. Questi erasi finalmente risolto a sottoscrivere la lega proposta; tutti gli articoli erano già convenuti, ed era pure giunto il giorno fissato alla conclusione, quando sentendo egli arrivato a Genova il commendatore Errera con muove proposizioni dell'imperatore, sospese ogni cosa per sentirle[187].

Questi articoli erano tali da lusingare Clemente, e ciò s'era procurato a bella posta per distorlo da un'alleanza che Carlo V temeva. Gli si promettevano la restituzione di Reggio e Rubbiera, il mantenimento di Francesco Sforza nel ducato di Milano, ed ove questi morisse senza eredi, la cessione del ducato medesimo al contestabile di Borbone, che Clemente VII aveva imprudentemente proposto egli stesso, sebbene poscia si fosse di leggieri avveduto che questo ducato non sarebbe meno dipendente dall'imperatore, qualora venisse tra le mani del Borbone, di quello che lo sarebbe se governato fosse da un vicerè; ma presto si potè conoscere che questa proposizione artificiosa era un'insidia tesa al papa. Benchè Carlo V avesse avuto avviso già da due giorni dell'arresto del Moroni e della spogliazione del duca di Milano, egli però non ne faceva alcun cenno negli articoli che presentava, onde aver campo di potere dichiarare in seguito, che tali avvenimenti, venuti posteriormente alla sua saputa, cambiavano lo stato degli affari, e che il prevaricamento del duca di Milano, dovendo essere dietro le leggi imperiali punito almeno colla morte civile, lasciava aperta la successione del duca, e piena libertà all'imperatore d'investirne immediatamente il duca di Borbone[188].

Gli ambasciatori imperiali promettevano di far correggere quest'ommissione, e stipulare la guarenzia del ducato di Milano in que' termini stessi che il papa vorrebbe dettare; ma chiedevano due mesi di tempo per ricevere risposta dalla Spagna, e volevano che fino a quell'epoca Clemente VII non s'impegnasse in nessun modo coi loro nemici. Il papa comprese di leggieri non esser altro cotale dimanda se non che un'astuzia diretta a guadagnar tempo; ma dimostrò a' suoi consiglieri che poteva accordare senza nulla perdere il termine richiesto. Egli giudicava con molta accortezza che un trattato, da lui sottoscritto prima che il re di Francia fosse posto in libertà, non sarebbe che uno spauracchio di cui la reggente approfitterebbe per ottenere dall'imperatore la libertà di suo figliuolo, e ch'ella porrebbe sempre fra le sue prime offerte l'abbandono de' suoi nuovi alleati d'Italia. Ma s'egli invece lasciava che la reggente trattasse come potrebbe coll'imperatore, non eravi quasi più dubbio che le condizioni di questi non fossero intollerabili, e non fossero in conseguenza quasi immediatamente violate. Dall'abuso della vittoria doveva necessariamente nascere una nuova guerra; e tornava assai più conto agl'Italiani trattare con Francesco impaziente di vendicarsi, anzi che con Francesco mercanteggiante ancora per la propria libertà[189].

Tale era lo stato delle negoziazioni al principio del 1526. Carlo V poteva a sua scelta o, trattando con moderazione Francesco I, obbligarselo coi benefizj, e lasciandogli la Francia intatta, persuaderlo ad abbandonare l'Italia alle armi imperiali; o al contrario, accontentando gli stati italiani, tranquillandoli intorno ai suoi progetti di monarchia universale, e sciogliendo così la loro lega, ed assicurandosi dell'amicizia loro, spingere poscia i suoi vantaggi contro la corona di Francia e spogliarla di alcune province. Ognuno di questi progetti era suggerito ed appoggiato da alcuno de' consiglieri di Carlo: ma egli, che per più capi somigliava al suo avo Massimiliano, che, siccome usava quest'ultimo, non misurava giammai i suoi progetti colle sue forze, e dimenticavasi che il denaro gli veniva meno quasi sempre nel primo mese di ogni campagna, s'appigliò egli solo a un terzo partito più gigantesco degli altri due: ciò era di stendere contemporaneamente il suo scettro sull'Italia e sulla Francia, di assicurarsi del ducato di Milano, di ridurre all'ubbidienza il papa e i Veneziani, chiusi entrambi allora nei suoi stati, e di strappare nel medesimo tempo di mano a Francesco I alcuna delle migliori province del di lui regno[190].

Formato cotale divisamento, l'imperatore, a malgrado dell'opposizione costante del suo gran cancelliere Mercurio Gattinara, dettò al suo prigioniero il trattato di Madrid, che fu sottoscritto il 14 di gennajo del 1526. Il re, impaziente della sua cattività, e riguardandosi a cagione della violenza che gli si faceva, sciolto da quegli impegni cui si obbligava, acconsentì a quasi tutto ciò che gli venne dimandato. Abbandonò all'imperatore il ducato di Borgogna, il contado di Charolois, le signorie di Noyers e di Castel-Chinone, il viscontado d'Ausonna e la terra di san Lorenzo; rinunciò alla signoria della Francia sui contadi di Fiandra e d'Artois; s'obbligò pure a rendere al duca di Borbone, e a tutti i ribelli che lo avevano seguito, le loro terre, i loro feudi e le signorie loro. Nel mentre ch'egli sagrificava in questo modo diritti così importanti della corona di Francia, abbandonava anche i suoi alleati alla cupidigia dell'imperatore. Prometteva di ridurre Enrico d'Albretto, fatto ancor egli prigioniere alla battaglia di Pavia, ma sottrattosi poscia alla cattività in grazia dell'ardimento del suo paggio, a rinunciare al nome e alle armi di re di Navarra; cedeva all'imperatore tutte le sue pretese sul regno di Napoli, il ducato di Milano, Genova ed Asti, e prometteva di somministrargli truppe di terra e di mare, che l'accompagnassero in Italia, quando andrebbe a pigliare la corona imperiale; con che esprimeva chiaramente che lo ajuterebbe a soggiogare il papa, i Veneziani, i Fiorentini, i duchi di Milano e di Ferrara, nuovi alleati del re, che soli potevano, colla resistenza che avessero per avventura voluto opporre, far nascere il bisogno di un'armata imperiale in Italia all'istante dell'incoronazione. A guarenzia di questo trattato Francesco I doveva sposare Eleonora, regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, e il Delfino sposare Maria, figliuola di Carlo V. Ad onta però di questa unione delle due famiglie, il re dovea consegnare come ostaggi all'imperatore due de' suoi figliuoli, onde assicurare l'osservazione del trattato, che egli medesimo oltre a ciò era tenuto di ratificare, tostocchè sarebbe libero, nella prima città del suo regno[191].