A tali condizioni Francesco I fu rilasciato in cambio de' suoi due figliuoli, il giorno 18 marzo 1526, in una barca legata nel mezzo del fiume Andaye, il quale divide Fontarabia da Bajonna. L'Italia, consapevole delle clausole e dell'esecuzione di questo trattato, stette tutta tremante in aspettazione delle prime operazioni del re di Francia, onde vedere se egli aveva in animo di osservare le sue promesse, e di condannarla così a perpetua schiavitù[192].

CAPITOLO CXVII.

Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono abbandonati dalla Francia, e mal serviti dal duca d'Urbino; crudeltà degl'Imperiali in Lombardia. Clemente VII sorpreso nel Vaticano dai Colonna è forzato di acconsentire ad una tregua, che poi viene da lui violata.

1526.

L'Italia mai non erasi mostrata tanto disposta ad armarsi per la propria indipendenza come nell'istante in cui le fu noto il trattato di Madrid. L'espulsione dei barbari era il voto di tutti gli stati, di tutte le province, di tutte le condizioni: e di questo nome di barbari, che gl'Italiani davano allora ad una voce agli oltremontani, non eransi giammai in altri tempi renduti più meritevoli tutti i popoli che guastarono la bella Italia ne' trent'anni che precedettero quest'epoca. La civiltà aveva, a dir vero, fatti progressi nelle corti e nelle capitali dei principi oltremontani; ma la barbarie regnava tuttavia tra la generalità dei popoli, ed in particolare nelle armate. Giammai tanta cupidigia, tanta crudeltà, tanta perfidia non eransi a gara mostrate dalle diverse nazioni. Giammai le città non erano state più frequentemente e più inumanamente saccheggiate; giammai i contadini ridotti a tale eccesso di disperazione. Dall'una all'altra estremità d'Italia, ogni provincia aveva più d'una volta sperimentata l'asprezza de' comandanti stranieri, l'insolenza e la rapacità dei soldati. La Sicilia, la di cui antica costituzione non veniva più rispettata, dacchè il suo monarca regnava sopra la metà dell'Europa, era così insofferente del giogo spagnuolo, che il timore de' supplicj non bastava a frenare i cospiratori, tenuti ubbidienti soltanto dalla continua forza che gli opprimeva. Il regno di Napoli, dopo avere lungo tempo sofferto il giogo francese, era ridotto a desiderarlo, dacchè i soldati spagnuoli, accantonati senza paga nelle loro campagne, rifacevansi sugl'infelici contadini delle ruberie dei tesorieri reali; dacchè i vicerè opprimevano il commercio coi monopolj, moltiplicavano gli asili accordati ai facinorosi, e non si prendevano verun pensiero della giustizia. Lo stato della Chiesa, ruinato dall'inquieto carattere di tre pontefici che si erano succeduti con eguale ambizione, piagneva tuttavia le perfidie di Alessandro VI, quando Giulio II e Leon X vi chiamarono nuovi sciami di stranieri. La lunga guerra di Pisa aveva lasciata nella desolazione metà della Toscana; e nel sacco di Prato quest'industriosa contrada aveva imparato a conoscere l'avarizia e la crudeltà degli Spagnuoli. In tutta l'estensione degli stati veneziani non si trovava un piccolo distretto che non avesse avuto triste esperimento della brutalità de' Tedeschi, e che nelle guerre eccitate dalla lega di Cambrai non fosse stato più volte saccheggiato. Genova era stata di fresco abbandonata al sacco degli Spagnuoli dal marchese di Pescara. Gli stati di Ferrara, che sì lungo tempo aveano tentata l'ambizione di Giulio II e di Leone X, erano stati irrigati di sangue, e quelli di Mantova esposti ai medesimi guasti. Più sventurata di tutte le altre province, la Lombardia non aveva mai cessato d'essere il teatro della guerra dopo la prima spedizione di Carlo VIII; presa più volte e ripresa dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Tedeschi, dagli Svizzeri, non sapeva quale di questi barbari popoli dovesse più abborrire. Il Piemonte ed il Monferrato, senz'essere in guerra per proprio conto, n'erano ogni anno il teatro, e gli sventurati loro abitanti venivano puniti da un partito per essere stati esposti alle violenze di un altro. In questo universale stato di patimenti, di cui nulla presagiva il fine, gl'Italiani, poichè non potevano sperar pace, invocavano almeno una guerra nazionale, una guerra nella quale combattessero e soffrissero per la loro libertà, per la loro indipendenza, per un governo scelto da loro, e non per passare dalle mani di un padrone che detestavano a quelle di un altro egualmente abborrito.

Le circostanze presenti non sembravano meno favorevoli alla liberazione dell'Italia di quel che lo fosse questa generale disposizione degli spiriti. Lo spogliamento di Francesco Sforza aveva disvelata l'insaziabile ambizione di Carlo V e corrucciati tutti i sudditi di questo sventurato principe, allora assediato nel castello di Milano; e non ve n'era un solo che non si credesse chiamato ad impugnare le armi per difendere un sovrano riconosciuto da tutta l'Europa, ed in favore del quale erano stati conchiusi tanti trattati. In fatti universale era il fermento e le insurrezioni anche in Milano giornaliere, mentre l'armata dell'imperatore, indebolita dalle diserzioni, mancante di munizioni, mal pagata, e per le continue sue vessazioni diventata l'oggetto dell'odio universale, lungi dal poter resistere ad un attacco straniero, non sembrava pure in istato di potersi sostenere contro gli abitanti del paese.

Di quest'epoca Carlo V aveva sposata Isabella di Portogallo, che gli aveva recata in dote la prodigiosa somma di novecento mila ducati; vale a dire quanto abbisognava per mantenere un anno un'armata di venti mila uomini di milizia svizzera, che di tutte era la più dispendiosa; ma tale era il disordine delle finanze dell'imperatore, che anche in tale circostanza aveva trovata la maniera di essere senza danaro. La ribellione dei contadini che aveva cominciato nella Svevia, e che minacciava tutto l'impero, aveva acceso il fuoco nella Germania. La Spagna non si era per anco riavuta dall'ultima sua guerra civile, nè ancora mostravasi prontamente ed interamente ubbidiente al monarca. L'Ungheria, che ne' due precedenti secoli aveva presa tanta parte nelle cose dell'Italia, più non poteva abbadarvi, essendo costretta a sostenere sola, per la difesa della Cristianità, il terribile peso della guerra de' Turchi; ed il giovane Lodovico II, re d'Ungheria e di Boemia, diede il 29 di agosto di questo stesso anno la fatale battaglia di Mohacz, in cui perì colla maggior parte della sua nobiltà, porgendo così occasione a Ferdinando, fratello di Carlo V, di raccogliere quelle due corone, ma nello stesso tempo richiamando tutta la sua attenzione verso i confini de' Turchi[193]. Gli altri, potentati posti in guardia dall'ambizione di Carlo V, vedendolo nello stesso tempo minacciare col trattato di Madrid l'Italia e la Francia, desideravano che gl'Italiani si rendessero indipendenti, ed erano disposti a soccorrerli. Il re di Francia rinunciava a' suoi pretesi diritti sul Milanese e sul regno di Napoli; ed il re d'Inghilterra eccitava il papa a farsi capo di una lega, che assicurasse colla libertà del suo paese quella dell'Europa.

Ma perchè un paese possa liberarsi dal giogo degli stranieri, d'uopo è che i suoi popoli si accostumino alla milizia, e che i suoi capi non manchino di risolutezza: e queste due qualità mancavano agl'Italiani. La fanteria comune levata nel paese era universalmente riconosciuta inferiore alla tedesca, alla spagnuola, alla svizzera. Non è perciò che non si fossero veduti particolari corpi, formati da buoni capitani, uguagliare in valore le migliori truppe d'Europa: Federico da Bozzolo, Renzo di Ceri e Giovanni de' Medici, avevano dato alle loro bande italiane una riputazione confessata da tutte le nazioni; ma la maggior parte de' fanti, assoldati mensilmente e licenziati alla fine d'ogni campagna non potevano pareggiarsi a quelle truppe scelte. Altronde il carattere de' soldati non indicava quello della massa del popolo. Le persone di mala vita, i vagabondi, gli assassini, erano quasi i soli che si lasciassero persuadere ad entrare nelle armate; i contadini non avevano veruna abitudine al servizio, ed i borghesi erano ancora più timidi. Quasi in ogni luogo i sudditi dello stato erano disarmati; e se qualche governo aveva avuto la saviezza d'arrolare e d'esercitare le sue milizie, mancando lo spirito militare nei capi, non poteva diffondersi nella massa del popolo. Per tal modo l'ordinanza de' Fiorentini, ch'era forse la milizia d'Italia e la meglio organizzata, era diventata un continuo oggetto di ridicolo a cagione della sua viltà.

Ma più che il coraggio militare alle truppe, mancava il coraggio di spirito ai governi. Quello che in addietro animava i consiglj della repubblica fiorentina, più non trovavasi in veruna parte d'Italia. I Veneziani erano famosi per conto della loro prudenza, ma il loro sistema riducevasi a salvare il presente a spese dell'avvenire, a sottrarsi con destrezza alle difficoltà, e ad aspettare soccorso dal tempo. Dopo avere lungo tempo fatta buona prova, doveva all'ultimo necessariamente produrre disastri. Clemente VII, la di cui profonda politica era stata lungamente ammirata quando era consigliere di Leon X, e quando credevasi ch'egli avesse tutto calcolato e tutto preveduto, mancava essenzialmente di risoluzione. Nè egli sapeva prendere opportunamente un partito, nè sostenerlo con costanza; scioccamente sagrificava per avarizia i suoi mezzi di difesa; e quand'erasi in tal modo dato in mano de' nemici, era solito d'entrare per pusillanimità in impegni contrarj ai suoi interessi.