Non pertanto i Veneziani ed il papa erano le sole potenze che ancora conservassero in Italia il sentimento della loro indipendenza; e loro toccava il dirigere l'ultimo sforzo a pro della libertà italiana. Essi lo sentivano, e non abbandonarono i progetti formati in tempo della cattività di Francesco I; e quando lo seppero tornato ne' suoi stati, si affrettarono di spedire a Parigi i loro ambasciatori sotto colore di felicitarlo, ma in sostanza per iscandagliare le sue disposizioni, dissuaderlo dall'osservanza del trattato di Madrid, e piuttosto consigliarlo ad entrare con loro in una lega, che porrebbe limiti all'ambizione ed alle usurpazioni dell'imperatore[194].
Gli ambasciatori del papa e di Venezia non tardarono a conoscere le disposizioni del re. Lagnavasi egli altamente della violenza che gli si era fatta per costringerlo a sottoscrivere il trattato di Madrid, e dell'estrema durezza usata a suo riguardo. Andava replicando che il giuramento a cui era stato astretto, era meno valido assai e meno solenne che non quello della sua consacrazione, col quale erasi obbligato verso i suoi sudditi a non ismembrare la Francia. Sua madre e sua sorella, madama d'Alenson, le di cui negoziazioni in Ispagna erano tornate vane, professavano i medesimi principj. I grandi, non meno che il popolo, sembravano impazienti di lavare l'affronto ricevuto dal loro re; ed in pari tempo i ministri francesi si affrettavano di dichiarare agli ambasciatori italiani, che, rinunciando oramai ad un'ambizione ch'era riuscita fatale alla Francia, essi più non muovevano pretese nè sopra Milano, nè sopra Napoli, e soltanto desideravano che quelle province non ingrandissero i possedimenti d'un monarca rivale, ma che l'Italia tutta fosse libera e scuotesse ogni giogo straniero[195].
Queste assicurazioni sembravano proprie ad affrettare la conclusione della lega italiana, che, secondo i desiderj di Francesco I, trattavasi in Francia, affinchè gli ambasciatori inglesi vi potessero più facilmente intervenire: ma coloro che meglio penetravano nell'animo del re avrebbero potuto avvedersi che il suo coraggio, la confidenza nella propria fortuna e la sua ambizione erano stati domati dalla sventura: che oramai non desiderava che la pace; che si affretterebbe di ricuperare a qualunque altissimo prezzo i figliuoli dati in ostaggio; e che, quando Carlo V non gli chiedesse lo smembramento della Francia, e rinunciasse a privarlo della Borgogna, Francesco dal canto suo non farebbe difficoltà di sagrificare l'indipendenza d'Italia; di modo che quando stringeva gl'Italiani ad associarsi a lui, non facevalo che per potere trattare egli stesso poscia con maggior suo vantaggio, e vendere a più caro prezzo l'abbandono de' suoi alleati[196].
Francesco I aveva adunati a Cognacco i principi ed i notabili del regno; gli aveva consultati intorno al trattato che aveva sottoscritto, e ricevuta la loro dichiarazione, ch'egli non aveva il diritto di alienare la Borgogna. Gli stati di questa provincia avevano protestato contro la loro separazione dal regno; e Francesco, da che trovavasi in libertà, avea rifiutato al signore di Lannoi, vicerè di Napoli, che l'aveva seguito, di ratificare il trattato di Madrid. Poco dopo questo rifiuto, il 22 di maggio del 1526, sottoscrisse un trattato d'alleanza con Clemente VII, i Veneziani e Francesco Sforza, il quale trattato, per essere il papa capo della confederazione, fu chiamato la santa lega[197].
Lo scopo di questa lega era quello di far mettere in libertà i figli di Francesco I contro il pagamento di una taglia; di far restituire il ducato di Milano a Francesco Sforza, e la contea d'Asti colla sovranità abituale di Genova al re di Francia. Se Carlo V ricusava queste condizioni, i confederati, per costringerlo ad accettarle, obbligavansi ad unire in Italia a spese comuni un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri e trenta mila fanti, mentre due armate francesi penetrerebbero, una in Lombardia e l'altra in Ispagna. Nello stesso tempo i confederati dovevano attaccare il regno di Napoli con una flotta di ventotto galere veneziane e pontificie. Dopo averne cacciati gli Spagnuoli, il papa doveva disporre di questo regno a favore di un principe italiano, il quale pagherebbe al re di Francia, in tacitazione de' suoi diritti, un annuo canone di settantacinque mila fiorini[198].
I confederati sentivano la necessità di non perdere tempo a far avanzare le loro truppe in soccorso dell'infelice duca di Milano, che, assediato nel castello della sua capitale, aveva dichiarato di non avere vittovaglie per tutto il mese di giugno[199]. Le violenze esercitate in Milano dalle truppe spagnuole vi avevano eccitata una sollevazione; ma sebbene il duca ne approfittasse per fare una sortita, non aveva trovati apparecchiati nè soccorsi, nè munizioni, ed era stato forzato a rientrare nel castello senza avere ottenuto verun vantaggio. Dal canto suo il popolaccio si era trattenuto a saccheggiare la corte vecchia in cui risiedeva il tribunale criminale, e dato così tempo agli Spagnuoli di porsi sulle difese. Non pertanto Antonio di Leiva, che li comandava di concerto con Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, e cugino del Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, promise ai Milanesi per calmarli, che farebbe uscire di città tutte le truppe strettamente non necessarie all'assedio del castello[200]. Intanto altri Spagnuoli taglieggiavano gli stati di Parma e di Piacenza, e la stessa autorità del pontefice veniva o disprezzata o attaccata dagli agenti dell'imperatore[201].
In fatti il papa ed i Veneziani si affrettarono, anche prima che si conchiudesse la lega, di porsi in istato di agire. Il duca d'Urbino, generale dei Veneziani, si avanzò sull'Adda con tutti i suoi uomini d'armi, e sei mila fanti italiani; Guido Rangoni, generale del papa, si portò dal canto suo fino a Piacenza con altri sei mila fanti. Per rendere più formidabili queste due armate, sentivasi il bisogno di unirvi gli Svizzeri. L'istante era giunto di strignere le negoziazioni intavolate già da un anno coi cantoni dal vescovo di Veruli; ma gli si era così strettamente ordinato di non prendere verun positivo impegno, di non lasciar penetrare il segreto, di non compromettere il papa, che non potè far marciare gli Svizzeri colla desiderata prestezza. Gian Giacomo de' Medici, Milanese, che veniva contraddistinto col titolo di castellano di Musso, dal nome di un castello di cui si era impadronito in vicinanza de' Grigioni[202], e che cominciava a farsi nome colle armi e cogl'intrighi, promise al papa di assoldare sei mila Svizzeri ad un mezzo ducato l'uno d'arrolamento: Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, che pretendeva pure di avere grandissimo credito presso i cantoni, promise di levarne un egual numero pei Veneziani: ed i confederati si riposarono sulle promesse di questi raggiratori, cui affidarono il loro danaro in principio di giugno, raccomandando loro estrema diligenza[203].
Ma in questo tempo il re di Francia era entrato in nuove negoziazioni con Carlo V, cui aveva offerti due milioni di scudi d'oro per la taglia de' suoi figliuoli, purchè a tale prezzo potesse conservare la Borgogna; minacciandolo in pari tempo colla lega che si stava formando contro di lui. Per guadagnare tempo intanto coi confederati, ricusava di sottoscrivere il trattato di Cognacco, finchè non avesse ricevute le ratifiche del papa e dei Veneziani; e con tale pretesto non pagava i quaranta mila scudi promessi ogni mese per levare gli Svizzeri, nè faceva avanzare le sue truppe[204].
Gli alleati italiani avevano ordinato di cominciare le ostilità; mandavano ogni giorno rinforzi all'armata; Vitello Vitelli era giunto a quella del papa colle truppe fiorentine; vi si era recato ancora Giovanni de' Medici, dichiarato capitano della fanteria italiana, mentre che lo storico Guicciardini era stato nominato luogotenente del papa in tutti gli stati della Chiesa, ed era partito da Roma il giorno 7 di giugno per recarsi all'armata con una quasi illimitata autorità[205].
Ma in mezzo agli apparecchj di guerra si continuavano le negoziazioni. Ugo di Moncade, che vantavasi d'essersi formato alla scuola di Cesare Borgia, era stato mandato da Carlo V prima al re di Francia, poi a Milano, indi a Roma, per cercare di sciogliere la lega, e per trattare separatamente o cogl'Italiani, o coi Francesi. Il Moncade aveva rifiutati i due milioni offerti dal re in cambio della Borgogna. Aveva date buone speranze al duca di Milano; ma giudicando che questi non potrebbe lungamente difendersi, non aveva voluto far sospendere l'assedio del castello. Giunto presso Clemente VII, gli aveva press'a poco offerto tutto ciò che poteva desiderare per l'Italia, a condizione che egli ed i Veneziani rinuncierebbero al trattato col re di Francia. Clemente per onore e per politica aveva risposto che oramai vi si era obbligato, e che più accettare non poteva condizioni, che in addietro aveva inutilmente domandate all'imperatore. Tutto adunque disponevasi per la guerra, ed i capitani imperiali, che si trovavano in Milano con pochissime truppe, in mezzo ad una popolazione ridotta a disperazione dai loro cattivi trattamenti, e tra nemici più forti, risguardavano omai come pericolosissima la loro situazione[206].