Ma sgraziatamente per l'Italia e pel riposo d'Europa i Veneziani avevano affidato il comando della loro armata a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e siccome il rango di questo generale era di lunga mano superiore a quello del conte Guido Rangoni, comandante delle truppe pontificie, il primo dirigeva solo tutte le operazioni degli alleati. Non mancavano al duca d'Urbino talenti militari, nè fors'anco valore personale; ma prendendo per suo modello Prospero Colonna, egli ne aveva esagerato il metodo. Egli riduceva tutta la tattica militare a prendere inattaccabili posizioni, schivando sempre di venire a battaglia, per quanto le sue forze fossero più numerose di quelle del nemico: veruna circostanza sembravagli tanto stringente da determinarlo ad un'ardita azione, ed ostinandosi a non volere arrischiar nulla, giugneva alla certezza di perdere ogni cosa. Egli dichiarò che non si avvicinerebbe ai nemici finchè non sarebbero arrivati alla sua armata gli Svizzeri che gli erano stati promessi.
Ma questi mai non arrivavano: i due negoziatori, che dovevano arrolarli, non godevano presso quella nazione di tutta l'opinione che avevano millantata; altronde un'inopportuna economia non aveva lasciato che il papa vi pensasse a tempo. Gian Giacopo de' Medici ad altro quasi non pensava che a svolgere in suo profitto una parte del danaro che gli era stata affidata per quest'oggetto, e Vespasiano Sforza, vescovo di Lodi, uomo prosontuoso, che aveva menato tanto rumore intorno alle sue aderenze cogli Svizzeri, era loro appena noto[207]. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto, conoscendo che sarebbero attaccati tostocchè arriverebbero gli Svizzeri, vollero in prevenzione assicurarsi dei Milanesi, comprimerli col terrore, e rompere il trattato ch'essi avevano conchiuso con loro. Avevano segretamente fatti entrare nuovi Spagnuoli in città, cui avevano fatto occupare i luoghi più forti: contemporaneamente tutta l'armata ebbe ordine d'avanzare; ed in allora, desiderando che si eccitasse una sollevazione, fecero, per avere un pretesto di punire il popolo, uccidere in faccia sua il 17 di giugno un borghese che aveva ommesso di salutarli, ed immediatamente dopo tre di lui amici, che essi avevano veduti compiangere la di lui sorte. Come lo previdero, il popolo diede subito mano alle armi: ma le loro genti distribuite nelle case provvedute di feritoje, e ne' luoghi forti che signoreggiavano le principali strade, fecero subito fuoco addosso alla moltitudine. Moltissimi Milanesi caddero uccisi senza quasi poter danneggiare i nemici. Però la zuffa mantenevasi ancora, quando si sparse la notizia che il rimanente dell'armata si trovava già presso alle porte; onde i Milanesi si dispersero vinti da subito spavento. D'altra parte il Leiva non voleva abbandonare al saccheggio la capitale della Lombardia, che destinava ad essere più lentamente, più crudelmente, più regolarmente spogliata. Si fece una nuova convenzione col popolo, il quale acconsentì a lasciarsi disarmare, ed all'esilio di tutti i suoi capitani della milizia e di tutti suoi magistrati[208].
Le violenze degl'imperiali non si ristringevano alla sola Milano, ma si rinnovavano in tutte le città, in tutte le borgate della Lombardia, ed ovunque eccitavano il medesimo risentimento. Fabrizio Maramaldo, ufficiale calabrese, era stato posto a Lodi da Antonio di Leiva con settecento fanti italiani al soldo dell'imperatore, ai quali si permetteva la più sfrenata licenza. Lodovico Vistarini, gentiluomo lodigiano, che pure serviva nell'armata imperiale, non potendo più lungamente sostenere quest'oppressione della sua patria, nella notte del 24 di giugno sorprese una piccola torre sopra un bastione di questa città, ove stavano soltanto sei uomini di guardia, che furono da lui uccisi. Padrone d'una pusterla, prima che niuno fosse ancora informato della sua intrapresa, uscì di città per andare incontro al duca d'Urbino, che aveva prevenuto del suo disegno. Malatesta Baglioni entrò prima degli altri in Lodi per questa pusterla con tre in quattro mila fanti veneziani, ed il duca d'Urbino lo seguì poche ore dopo. Maramaldo, sorpreso, ritirossi non pertanto in buon ordine nella fortezza, ove venne bentosto da Milano a raggiugnerlo con tre mila Spagnuoli il marchese del Guasto; ma dopo un sanguinoso combattimento gl'imperiali non avendo potuto ricuperare la città, risolvettero altresì di evacuare la fortezza, e ricondussero tutte le loro truppe a Milano[209].
La conquista di Lodi poteva essere per la lega della più grande importanza; con ciò si assicurava il passaggio dell'Adda, era tolto ogni ostacolo all'unione dell'armata pontificia con quella di Venezia, e rotta la comunicazione tra Milano e Cremona, sicchè niente più impediva all'armata degli alleati di portarsi fin sotto le mura di Milano, dove il popolo invocava un liberatore, e dove lo sventurato Sforza, assediato nel castello, avendo consumate tutte le munizioni, sforzavasi non pertanto di tenersi fino all'arrivo degli alleati. Non contansi più di venti miglia da Lodi a Milano, ed altrettante da Lodi a Pavia: di modo che, essendo minacciata ancora questa seconda città, gl'imperiali, per difenderla, dovevano dividere le loro forze. L'armata alleata aveva più di venti mila fanti, una buona artiglieria, uomini d'armi e cavaleggieri in grosso numero, mentre che gl'imperiali non avevano che tre mila tedeschi, pochissimi cavalli, pochissime vittovaglie, ed erano affatto senza danaro[210].
Ma il duca d'Urbino, alla sua esagerata prudenza e ad una soverchia diffidenza delle truppe italiane, aggiugneva un segreto desiderio di vedere umiliato Clemente VII con tutta quella famiglia de' Medici, la di cui nimicizia gli era stata tanto funesta. Egli non volle mai piegarsi alle calde istanze che Francesco Guicciardini ed i capitani della Chiesa, che lo avevano raggiunto il 26 di giugno, gli facevano, di marciare rapidamente sopra Milano. Sarebbe un'imperdonabile imprudenza, egli loro diceva, il venire a battaglia cogl'imperiali prima d'avere ricevuti i soccorsi degli Svizzeri; e tutto quanto acconsentì di fare per compiacerli, fu di accostarsi lentamente a Milano facendo tre o quattro miglia un giorno e consumando l'altro nel campo per dar tempo agli Svizzeri di arrivarlo. Infatti il 6 di luglio giunse al suo campo a san Martino, lontano tre miglia da Milano, un corpo avanzato di cinquecento Svizzeri; ma le sue lentezze avevano dato tempo al duca di Borbone di arrivare da Genova a Milano con circa ottocento fanti spagnuoli, e cento mila scudi che recava di Spagna per pagare le truppe[211].
Malgrado questo rinforzo, estremamente pericolosa era la situazione dell'armata imperiale in Milano. Con meno truppe assai de' nemici, doveva continuare l'assedio del castello, contenere il popolo, in ogni luogo disposto a ribellarsi, e difendere o il troppo vasto ricinto de' sobborghi, o, abbandonandoli, quello della città che presentava infinite difficoltà. Per ciò i capitani della lega non dubitavano che l'armata imperiale non si ritirasse innanzi a loro. Lo stesso duca d'Urbino ebbe un giorno la stessa credenza, ed il 7 di luglio fece avanzare la sua armata fino ad un tiro di fucile, e fece tirare alcune cannonate contro le porte; ma scoraggiato nel trovare qualche resistenza, fece in principio di sera chiamare i capitani della Chiesa, e loro dichiarando d'avere ordinato alle truppe veneziane di ritirarsi, li consigliò di fare lo stesso se volevano evitare una sconfitta. I comandanti delle truppe della Chiesa, ed in particolare il Guicciardini, vivamente pregarono il duca a rivocare quest'ordine, non sapendo essi ravvisare verun pericolo nella loro posizione; ma il duca trattava il Guicciardini con affettato disprezzo, siccome uomo forense che non poteva comprendere le operazioni militari. Egli fu inflessibile, e la precipitosa ritirata della sua armata, nel cuore della notte, ebbe quasi un'apparenza di fuga; e se può darsi fede alle notizie che ricevette la corte di Roma, quando il duca d'Urbino prese così pusillanime risoluzione, i generali imperiali avevano di già ordinato d'abbandonare Milano[212].
Lo stesso giorno di questa vergognosa ritirata, l'otto di luglio, era stato prescelto dagli alleati per pubblicare solennemente la loro confederazione a Roma, a Venezia ed in tutta la Francia. E la notizia di questa ritirata, che tenne subito dietro a quella dell'alleanza, fu dal popolo risguardata come un cattivo augurio per la continuazione della guerra[213].