Pareva infatti che confermasse l'espressione proverbiale degl'Italiani, che le armi de' Veneziani e quelle della Chiesa non tagliavano. La diffidenza, che è cagione della ruina di quasi tutte le leghe, cominciava di già a manifestarsi in questa. Il re di Francia non aveva ancora fatto nulla, preferendo d'appoggiarsi piuttosto agli sforzi de' suoi confederati che ai proprj; e si appigliava a dispute di parole intorno agli articoli del trattato, onde protrarre la sua cooperazione. Pareva che il duca d'Urbino si fosse proposto soltanto di compromettere il papa, senza esporre l'armata veneziana da lui comandata; e Clemente VII, che lasciavasi ributtare da ogni difficoltà, spaventare da ogni pericolo e da ogni spesa, cominciava di già a lagnarsi amaramente d'essere entrato in questa guerra. Una piccola guarnigione spagnuola, che occupava Carpi, arrestava i corrieri nello stato di Parma e di Piacenza, e faceva poco sicuro quel paese. I Colonna ne' loro castelli, il duca di Sessa ed Ugo di Moncade ai confini del regno di Napoli minacciavano Roma e lo stato della Chiesa, e di già il danaro che il papa avrebbe dovuto apparecchiare per una lunga guerra, mancava nelle prime mosse delle armate[214].
Ma il dolore che la ritirata dell'armata cagionò a tutti i confederati non era in verun modo paragonabile a quello che provarono gli sventurati abitanti di Milano. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto li credevano abbastanza avviliti per non dover più nulla temere da loro, e se avevano ancora avuto qualche riguardo, qualche ombra di disciplina o di giustizia, vi rinunciarono affatto dopo quest'epoca. Essi non ricevevano danaro per pagare la truppa, e conoscevano abbastanza Carlo V per sapere che non dovevano da lui sperarne; ma Milano poteva ancora lungamente mantenere la loro armata, dacchè si arrogavano il diritto di disporre di tutte le ricchezze che aveva la città. Dopo avere diligentemente disarmati gli abitanti, di già ridotti a piccolo numero dall'ultima peste e dalla continua emigrazione, essi acquartierarono i loro soldati in ogni casa, obbligando gli abitanti a somministrar loro non solo i più dilicati cibi, ma tutto ciò che sapevano desiderare, o tutto il danaro che chiedevano per soddisfare ai loro desiderj. Tutte le botteghe erano chiuse, tutte le officine senza lavoratori, vuoti tutti i magazzini. I proprietarj avevano procurato di nascondere le loro merci, ma i soldati frugando in ogni luogo, sotto pretesto di cercar armi, prendevano a discrezione tutto quanto trovavano. Le donne ed i fanciulli erano sempre esposti alla loro libidine; e quando uno Spagnuolo aveva tutto consumato, e più non trovava cosa che gli convenisse nella casa del suo ospite, lo forzava con prolungati tormenti a provvedere nuovamente a' suoi bisogni. Molti di loro tenevano il principale della casa sotto custodia, e legato per essere sicuri di trovarlo qualunque volta avessero qualche nuova inchiesta da fargli. Una severa guardia impediva, alle porte della città, che gli abitanti fuggissero abbandonando ogni loro proprietà; perciò, sebbene il suicidio sia sempre stato presso gl'Italiani rarissimo, ogni giorno si sentiva che qualche sciagurato erasi precipitato ne' pozzi o strozzato, per sottrarsi a così atroce tirannide[215].
Quando giunse a Milano il duca di Borbone, lusingaronsi gli abitanti che sarebbe meno barbaro che gli altri capitani imperiali, in paesi, di cui dicevasi che Carlo V gli aveva promessa l'investitura. I gentiluomini milanesi gli mandarono una deputazione per ricordargli tutte le testimonianze di attaccamento date dalla nobiltà all'impero. Lo stesso Borbone n'era stato testimonio; sapeva che dalla mano dell'imperatore avevano ricevuto quel principe, al quale loro si rimproverava d'essere fedeli, mentre i supplicj che loro s'infliggevano per punirneli, sorpassavano in crudeltà quelli che le leggi riservavano ai più odiosi delinquenti[216]. Il Borbone parve compassionarli, scusò i suoi commilitoni a cagione della necessità de' tempi e dei bisogni dell'armata, e nello stesso tempo promise, che quando i Milanesi potessero dargli trenta mila ducati, onde saziare in parte l'avidità de' soldati, li farebbe uscire tutti di città. Invocò sul proprio capo tutte le vendette del cielo se mancava a questa promessa, ed i suoi giuramenti ottennero fede; ma nello stato di totale esaurimento in cui era caduta una così doviziosa città, trenta mila ducati diventavano un'enorme somma. Ad ogni modo tutti cercarono di contribuire, privandosi delle ultime monete che loro rimanevano; ed il Borbone, quand'ebbe ricevuto il danaro, mancando impudentemente alla parola, non ritirò i soldati dalla città, nè diede veruna salvaguardia agli abitanti[217].
Lo sventurato Sforza, chiuso nel castello di Milano, vedeva finalmente avvicinarsi l'istante in cui la mancanza di vittovaglie lo sforzerebbe a capitolare. Per risparmiare le poche munizioni che ancora gli restavano, risolse di far sortire trecento di coloro che si erano con lui chiusi in castello e non erano capaci di difenderlo. Siccome gli assedianti non vi si opposero, questi infelici attraversarono, nella notte del 17 luglio, le trincee che li circondavano, le quali avevano così poca profondità, che sebbene fossero tutti o vecchi, o donne, o fanciulli, le passarono senza difficoltà. Questi fuggiaschi, giunti al campo di Marignano, rappresentarono ai generali della lega, da un canto l'estremità cui era ridotto il duca di Milano, dall'altro la facilità di soccorrerlo, tenendo la medesima strada che essi avevano battuta[218].
Erano di già arrivati al campo del duca d'Urbino cinque mila Svizzeri con Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e sebbene il duca volesse sempre aspettare le truppe della stessa nazione che doveva somministrare il re di Francia, ma che mai non giugnevano, si lasciò strascinare dalle importunità di tutti i suoi luogotenenti, e si avanzò fino a due miglia da Milano; soltanto impiegò quattro giorni in un viaggio che un pedone fa in tre ore, ed andò ad accamparsi il 22 luglio tra l'abbadìa di Casaretto ed il Navilio. Fortissima era la posizione del suo campo, ma per liberare una guarnigione assediata trattavasi di attaccare, non già di difendersi. Tutti gli ufficiali del duca d'Urbino lo supplicavano di condurli alle trincee; il castellano di Musso e gli Svizzeri glielo chiedevano per l'onor loro; ma il duca differiva sempre d'uno in altro giorno, e stava ancora deliberando il 24 di luglio, quand'ebbe avviso che Francesco Sforza, non avendo più viveri, aveva capitolato. A tale notizia il duca d'Urbino disse in pieno consiglio, che ciò lo alleggeriva d'un gran peso, poichè il desiderio di soccorrere un alleato era in procinto di strascinarlo a commettere un'imprudenza[219].
Lo Sforza aveva resistito fino all'ultima estremità, e quando più non poteva tenere che alcune ore, aveva ancora ottenuta dal Borbone un'onorevole capitolazione, tanta era l'inquietudine che dava a questo l'assedio del castello di Milano in vicinanza di un'armata più numerosa della sua. Lo Sforza e tutti coloro ch'erano stati con lui assediati, potevano liberamente ritirarsi ovunque loro piacesse; i diritti del primo vennero conservati nella loro integrità, ed il Borbone gli promise di dargli il possesso della città di Como, che gli fu assegnata per sua residenza. Ma quando vi si recò, dopo aver fatto visita agli alleati nel loro campo, la guarnigione spagnuola di Como ricusò d'evacuare la città; e Francesco Sforza non volle porsi tra le mani degli imperiali. Egli tornò al campo degli alleati, ratificò la lega dal papa e dai Veneziani conchiusa in suo nome col re di Francia, e gli fu dato il possesso della città di Lodi, affinchè una piccola parte almeno del ducato di Milano riconoscesse la sua autorità[220].
Gli affari della lega non procedevano più felicemente in Toscana, dove il papa aveva trovato necessario di mutare il governo di Siena, perchè questo piccolo stato essendo solo che si fosse dichiarato pel partito imperiale, posto tra Firenze e Roma, poteva servire ai nemici della casa de' Medici per attaccare Clemente nell'una o nell'altra delle suddette città. Da principio il papa aveva tenuta qualche pratica con alcuni emigrati sienesi per tentare di sorprendere la loro patria; ma questi movimenti essendo stati scoperti e puniti, aveva poi voluto ricondurre quegli emigrati a forza aperta ne' loro focolari. Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, Luigi, conte di Pitigliano, Gentile Baglione ed altri capitani furono incaricati di adunare una piccola armata sulle rive dell'Arbia. Questi si presentarono il 17 di giugno sotto le mura di Siena con nove pezzi d'artiglieria, mille dugento cavalli e più di otto mila fanti; ma una parte di questi erano contadini adunati nello stato fiorentino, che non erano abituati alla guerra, e mancavano di disciplina e di coraggio. Erasi l'armata imprudentemente accampata in un lungo sobborgo, che non aveva veruna uscita laterale: ed i commissarj avevano permesso, che i vivandieri imbarazzassero coi loro banchi la sola strada che loro serviva di sfogo, di modo che non restavano a questa quindici piedi di larghezza. Tanto disordine regnava nell'armata, ed i soldati, de' quali molti disertavano ogni giorno, mostravansi così indisciplinati e vili, che Clemente, non potendo ripromettersi nulla di buono da questa spedizione, ordinò di ritirare l'artiglieria e di allontanarsi. Quest'ordine doveva eseguirsi il 26 di luglio, ma il 25 a due ore dopo mezzo giorno quattrocento soldati usciti di Siena vennero ad attaccare la guardia che copriva l'artiglieria, composta per la maggior parte di Corsi venuti col conte dell'Anguillara; questi si diedero subito alla fuga, e quando i vivandieri li videro ritirarsi sopra di loro, si fecero a raccogliere i loro effetti, ed ingombrarono talmente l'unica strada per cui i fuggitivi dovevano passare, con bestie da soma cariche di attrezzi e di barili, che più non restò luogo nè per combattere, nè per fuggire. La confusione accrebbe il terror panico: verun soldato più non ascoltò la voce de' capitani; pedoni, cavallieri, capitani e vivandieri più non formarono che un solo ammasso, il di cui terrore pareva andar crescendo a misura che si andavano allontanando dal pericolo. Otto mila uomini vennero disfatti da quattrocento soldati, e fuggirono per dieci miglia fino a Castellina, sebbene i Sienesi non gli avessero inseguiti più d'un miglio fuori della città; abbandonarono dieci cannoni dei Fiorentini e sette dei Perugini, che furono trasportati in trionfo a Siena con tutti i loro equipaggi: finalmente, giunti alla Castellina, sebbene a tanta distanza dai nemici, fecero chiudere le porte, come se fossero tuttavia esposti a vicino pericolo[221].