La vergognosa sconfitta dei Fiorentini forse in parte giustificava la risoluzione del duca d'Urbino di non avere confidenza nella fanteria italiana, e di evitare ogni battaglia. Parevagli che la lega avesse grandi mezzi pecuniari, mentre che i disordini delle finanze dell'imperatore esponevano sempre la di lui armata a disperdersi per mancamento di danaro. Pure avrebbe ancora dovuto pensare che per incoraggiare i popoli, attaccarli al suo partito e rannodare più strettamente i vincoli della lega, aveva bisogno di qualche luminoso fatto; che uno stato, che solo si difende contro molti, può salvarsi temporeggiando, perchè qualunque lentezza non può in esso eccitare la diffidenza; ma che le leghe, sempre esposte a sciogliersi, hanno altrettanti più rischj contro di loro, quanto è maggiore il tempo che richiedono le loro operazioni. Ogni rovescio può privarle di un confederato, e quando fanno conoscere la diffidenza nelle proprie forze, risvegliano ancora in oltre la diffidenza de' loro sudditi.
Infatti i confederati avevano di già gagliarde ragioni per diffidare gli uni degli altri, ed il papa particolarmente poteva a buon diritto lagnarsi d'essere abbandonato da que' medesimi pei quali era entrato nel pericolo. I re di Francia e d'Inghilterra si erano associati alla lega d'Italia, ma avevano lasciato passare più della metà del tempo opportuno ad entrare in campagna senza dare verun soccorso agl'Italiani. La corte di Roma ed il senato di Venezia non potevano omai più dubitare che tanta negligenza non ascondesse qualche segreto progetto. Il vescovo di Bayeux, ambasciatore di Francia a Venezia, scrisse egli stesso il 22 luglio al re Francesco I ed a sua madre, per domandare il suo richiamo, lasciando abbastanza chiaramente conoscere ch'egli credeva gl'Italiani traditi dalla corte di Francia, e che non voleva cooperare alla ruina della sua patria[222]. Giovan Battista Sanga, confidente del datario, ed uno de' più destri politici di Roma, fu mandato in Francia ed in Inghilterra, per far sentire a quelle due corti che il ritardo loro rendeva sicura la vittoria dell'imperatore, per iscandagliare e scoprire le segrete viste di quella di Francia, e per offrire a Francesco I il ducato di Milano, qualora fosse impossibile di farlo concorrere alla guerra disinteressatamente; imperciocchè se la corte di Roma ottenere non poteva il suo principale oggetto di cacciare i barbari fuori d'Italia, crederebbe non pertanto d'avere guadagnato qualche cosa, se faceva in modo che le forze loro vi fossero bilanciate[223].
La missione del Sanga in Francia convinse i confederati che il re era di buona fede, ma che per adesso aveva posto da banda ogni pensiero per rispetto all'Italia, e che sua madre ed i suoi consiglieri vivamente si opporrebbero a qualunque suo disegno di volervi nuovamente dominare: che l'inaudita lentezza de' tesorieri nel pagare il promesso danaro, de' generali per mettersi in marcia, de' marinai nel salpare, dipendevano dal disordinato gusto di Francesco I per i suoi piaceri, dalla sua non curanza e dall'estrema negligenza con cui era servito dai suoi ministri. Dopo avere con vivacità parlato intorno agli affari, il re ne rimetteva sempre la decisione al suo consiglio; questi faceva nuovamente consultare Francesco rispetto ad ogni articolo; ma il re si trovava alla caccia, o dava qualche festa, e perdevansi così sempre due o tre giorni per ogni articolo, intorno al quale avrebbe dovuto bastare una mezz'ora[224]. All'ultimo il Sanga ottenne che il marchese di Saluzzo si mettesse in viaggio per entrare in Piemonte con cinquecento lance francesi, mentre una flotta di sedici galere e quattro gallioni, sotto gli ordini di Pietro Navarro, salperebbe dai porti della Provenza per unirsi a quella degli alleati italiani[225].
Lo stesso nunzio ottenne ancora meno in Inghilterra, ove Enrico VIII ed il suo favorito, il cardinale Wolsey, ricusarono per quest'anno di prendere veruna parte negli affari d'Italia, e si ristrinsero a vane promesse di soccorrere il papa nel seguente anno, qualora l'ambizione dell'imperatore lo mettesse in reale pericolo[226]. Questo pericolo di già esisteva. Carlo V faceva armare nei porti della Catalogna una flotta di venticinque navi, destinate a ricondurre in Italia il signore di Lannoy, vicerè di Napoli, con sette in otto mila uomini di truppe veterane. Non poteva ancora sapersi con precisione nè quando il vicerè farebbe vela, nè dove contava di approdare sulle coste d'Italia. Ad ogni modo la lega, e particolarmente la corte del papa vedevano con estrema inquietudine che gl'imperiali avessero a loro disposizione i porti di Genova e quelli dello stato di Siena; perchè sbarcando ne' primi, mettevano in pericolo l'armata italiana di Lombardia, e scendendo ne' secondi minacciavano Firenze e Roma. Perciò il nunzio del papa e l'ambasciatore veneto affrettavano Pietro Navarro a mettersi in mare colla flotta francese, ed a unirsi alla loro, non solo per opporsi al passaggio del vicerè, ma ancora per assediare Genova e mutarne il governo[227].
L'attacco di Genova, cui di già si apparecchiava Andrea Doria con undici galere pontificie, e tredici veneziane, non poteva riuscire senz'essere secondato dall'armata di terra. Il duca d'Urbino, che non aveva voluto attaccare gli Spagnuoli a Milano, poteva ancora prendere questo partito per ristabilire la riputazione della sua armata; ed il Guicciardini mandò presso di lui il Macchiavelli per persuadernelo[228]. L'armata del duca era stata ingrossata da cinque mila Svizzeri, ed un mese più tardi, dopo infiniti indugi, erano arrivati ancora quelli promessi dal re di Francia, di modo che ne contava nel suo campo tredici mila. Ogni pretesto sarebbegli mancato per restarsene inattivo; ma invece di accingersi ad un'impresa veramente utile, il 6 agosto prese ad assediare Cremona. E quest'assedio fu pure condotto coll'ordinaria sua lentezza e timidità; il duca vi si ostinò malgrado le rimostranze del papa e del commissario generale Guicciardini, ed in tale maniera rese la sua armata inutile alla lega fino al 23 di settembre in cui Cremona capitolò[229].
Intanto le tre flotte della lega si erano finalmente riunite a Livorno, ed il 29 d'agosto Pietro Navarro assediò Genova dalla banda del mare. Le galere francesi avevano un sicuro rifugio in Savona, quelle del papa e de' Veneziani a Porto Fino; e perchè avevano ridotte sotto la loro ubbidienza la maggior parte delle due riviere, impedivano il commercio de' Genovesi, e facevano di già provare alla città grandissima penuria di vittovaglie, era a credersi che Genova non tarderebbe a capitolare, quando fosse attaccata ancora dall'armata di terra[230].
Ma in tale circostanza si potè pure comprendere quanto sia dannoso ad una lega il perdere il tempo, conciossiachè resta così esposta agli accidenti che possono separatamente sopraggiugnere all'uno o all'altro alleato. Il papa scoraggiato dai cattivi successi avuti in Toscana ed in Lombardia, e spaventato dai reclutamenti di soldati che don Ugo di Moncade ed il duca di Sessa andavano facendo ne' feudi dei Colonna, diede orecchio alle proposizioni d'accomodamento, che Vespasiano, figlio di Prospero Colonna, nel quale Clemente fidava assai, venne a fargli a nome di tutta la sua famiglia. Il ventidue agosto fu tra di loro sottoscritto un trattato, in forza del quale i Colonna si obbligavano ad evacuare Anagni ed a ritirare tutti i loro soldati nel regno di Napoli, che si riservavano espressamente di potere difendere contro qualunque potenza; il papa in contraccambio loro prometteva il perdono d'ogni offesa, e sopprimeva il monitorio pubblicato contro il cardinale Pompeo Colonna. Dopo la soscrizione di questi articoli, Clemente VII, che sempre pensava a moderare le sue spese, si affrettò di licenziare tutti gli uomini d'armi, e quasi tutti i pedoni che aveva levati per la propria difesa[231].
Ma Pompeo Colonna, che nudriva contro il papa un implacabile odio non aveva fatta intavolare con lui questa negoziazione che per sorprenderlo più sicuramente. Don Ugo di Moncade, degno allievo di Cesare Borgia, gli aveva consigliato questo tradimento, assicurandolo che Carlo V desiderava di far perire Clemente VII, o per lo meno di farlo deporre da un concilio; e che tutto il partito imperiale si adoprerebbe poscia perchè la tiara passasse sul capo del Colonna. Il duca di Sessa, ambasciatore ordinario dell'imperatore, era allora morto a Marino: Moncade ne faceva le veci; era l'anima di tutti gl'intrighi dei Colonna, e favoreggiava gli adunamenti di truppe che questi facevano ne' loro feudi intorno al lago Albano[232].