Questi militari movimenti non erano rimasti affatto ignoti ai ministri del papa: pure non prevedevano ancora vicina veruna ostilità, quando la mattina del 20 di settembre seppero, che nella precedente notte i Colonna avevano occupata la porta di san Giovanni di Laterano, che si erano innoltrati in que' quartieri disabitati senza incontrare resistenza, e che finalmente erano giunti alla piazza dei santi Apostoli, ove trovasi il loro palazzo. Il cardinale Pompeo, Vespasiano, cui il papa aveva data tanta confidenza, ed Ascanio Colonna erano alla testa di sette in otto mila uomini armati, quasi tutti levati ne' loro feudi[233].
Si mandarono due cardinali ai Colonna per sapere il motivo di questa loro ostile venuta in Roma, e per riclamare che fosse mantenuta la pace conchiusa un mese prima; ma i Colonna non vollero ascoltarli. Due altri cardinali furono mandati al Campidoglio per chiamare il popolo romano alle armi ed alla difesa della santa sede; ma il popolo, che dava colpa al papa di tutti i disordini dell'amministrazione, si rallegrava, in vece di prendere le armi, della di lui disgrazia, ed apriva senza diffidenza le finestre e le porte delle botteghe per veder passare le truppe dei Colonna[234].
Queste attraversarono il più popolato quartiere della città per giugnere a Ponte Sisto; poi, dal quartiere di Transtevere, seguirono il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII voleva aspettarli nel suo palazzo e sul suo trono; voleva sperimentare se la sua presenza imprimerebbe qualche rispetto, od affrontare la morte di cui lo minacciavano le sacrileghe loro grida. All'ultimo le istanze de' suoi cardinali lo persuasero verso il mezzo giorno a ritirarsi in Castel sant'Angelo, quando i soldati di già occupavano il suo palazzo ed il tempio di san Pietro, e trattenevansi a saccheggiare i suoi mobili e gli ornamenti sacri. Per lo spazio di tre ore la chiesa metropolitana della Cristianità, ed il palazzo del sommo pontefice furono in preda alla loro rapacità. In appresso i soldati si sparsero per le case de' cardinali e de' cortigiani; saccheggiarono altresì il terzo press'a poco di Borgo Nuovo; ma l'artiglieria di Castel sant'Angelo non permise loro di andare più avanti[235].
A notte assai innoltrata i Colonna ritirarono le loro truppe cariche di preda verso il quartiere dove hanno i loro palazzi. Frattanto Clemente VII fece invitare don Ugo di Moncade, luogotenente generale dell'imperatore, e che pareva capo di questa spedizione, ad un colloquio in Castel sant'Angelo. Questi si fece prima dare per ostaggio due cardinali nipoti del papa. Egli era ben lontano dal credere che l'avarizia o la malversazione degli ufficiali pontificj fossero state tali, da non aver provveduto Castel sant'Angelo di viveri per ventiquattro ore; di modo che avrebbevi potuto prendere il papa a discrezione. Perciò si limitò a chiedere al papa una separata tregua di quattro mesi, che fu bentosto conchiusa. Clemente VII doveva immediatamente ritirare tutte le sue truppe sulla riva meridionale del Po, fare che Andrea Doria abbandonasse colle sue galere l'assedio di Genova, perdonare ai Colonna ed a tutti coloro che lo avevano offeso, e dare ostaggi per l'osservanza di queste condizioni[236].
Pompeo Colonna ed i suoi amici si disperarono, perchè il Moncade avesse fatto un trattato che non solo rovesciava le loro speranze, ma che in avvenire li lasciava in balìa del papa, malgrado tutte le guarenzie che gli si domandavano: ma il ministro imperiale aveva ottenuto il suo scopo, e la lega era disciolta. Il Guicciardini, trovandosi nel campo sotto Cremona, ricevette il 24 settembre la notizia della tregua; il marchese di Saluzzo con le cinquecento lance francesi da tanto tempo aspettate, e così crudelmente ritardate, doveva giugnere all'indomani. Il Guicciardini offrì di fingere per due o tre giorni di non avere avute notizie da Roma, se in questo tempo si poteva tentare qualche importante fatto sopra Milano; ma trovò la consueta irrisoluzione e timidità nei capi cui era associato, onde il 7 di ottobre ricondusse le sue truppe a Piacenza sull'opposta riva del Po[237]. Giovanni de' Medici non volle per altro seguirlo; e dichiarando d'essere al soldo del re di Francia, continuò a tenersi nel campo de' confederati con quattro mila fanti[238].
Malgrado la partenza del contingente pontificio, l'armata della lega conservavasi sempre assai superiore di numero a quella degl'imperiali. Il marchese di Saluzzo vi aveva condotte cinquecento lance e quattro mila fanti; vi si contavano inoltre quattro mila fanti italiani di Giovan de' Medici, quattro mila Svizzeri, due mila Grigioni, e la fanteria veneziana che credevasi non minore di dieci mila uomini, sebbene molto al di sotto del numero che avrebbe dovuto avere; ma il duca d'Urbino, che ne aveva il comando, pareva che andasse in traccia di pretesti per non venire alle mani. Se si fosse solamente fatto vedere avanti a Genova, sempre bloccata, e che soffriva crudeli privazioni di vettovaglie, l'avrebbe persuasa ad arrendersi; ma in vece egli si trattenne nel suo campo presso Cremona fino all'ultimo giorno di ottobre. Passò in appresso a Pioltello, ov'ebbe una gagliarda scaramuccia col duca di Borbone; e contava ancora di fortificare Monza, poi Marignano, e forse Abbiategrasso, prima d'avvicinarsi a Genova[239].
Ma gl'imperiali non gli diedero abbastanza di tempo per condurre a termine così tardi progetti. Carlo V, a cui i confederati avevano denunciata la lega soltanto il 4 di settembre, dettandogli le condizioni sotto le quali avrebbe potuto esservi ammesso, le aveva rifiutate come vergognose. Continuava a far armare a Cartagena la flotta che doveva ricondurre il vicerè in Italia con sei mila fanti, e nello stesso tempo eccitava il fratello Ferdinando a mandargli soccorsi dalla Germania; ma perchè non gli mandava danaro, e Ferdinando era assai povero, oltrecchè la sconfitta degli Ungari a Mohacz apriva la Germania ai Turchi, questi ajuti avrebbero ancora potuto tardare lungamente. L'armata che difendeva il ducato di Milano, dopo avere consumato tutto il paese, sarebbe stata a vicenda distrutta dalla miseria, se lo stesso Giorgio Frundsberg, che aveva condotti i Tedeschi in soccorso di Pavia, non avesse supplito colle private sue sostanze e col suo credito a ciò che far non poteva Carlo V. Suo figliuolo Gaspare trovavasi allora chiuso in Milano, come lo era stato nel precedente anno in Pavia: Giorgio Frundsberg per liberarlo chiamò gli antichi suoi commilitoni; loro promise un nuovo ricchissimo bottino da farsi in quelle campagne d'Italia, che i generali più non proteggevano contro veruna depredazione; richiamò con vivi colori alla loro memoria quella licenziosa vita che avevano essi medesimi così lietamente menata, e che tuttavia gustavano i loro commilitoni; e li persuase a seguirlo con un solo scudo d'arrolamento, riponendo nella loro sola spada ogni speranza di più generosa paga, e d'abbondanti provvigioni ovunque si recherebbero. Adunò tra Bolzano e Marrano tredici in quattordici mila landsknecht, con cinquecento cavalli che gli erano stati regalati dall'arciduca Ferdinando, sotto gli ordini del capitano Zucker; ed in sul cominciare di novembre si pose in cammino per iscendere in Italia[240].
I Veneziani non seppero chiudere a Frundsberg la strada delle montagne: egli sboccò per Val Sabbia, Rocca d'Anfo e Salò, e giunse fino a Castiglione delle Stiviere nello stato di Mantova. Il duca d'Urbino, per chiudergli la via, aveva stabilito il suo quartiere a Vaprio sull'Adda, fra Trezzo e Cassano, di dove partì il 19 di novembre, non per attaccare i landsknecht, ma per istancheggiarli nella loro marcia con tutta la sua cavalleria leggiere, toglier loro le vittovaglie e far prigioni i soldati che si allontanavano dal corpo. Frundsberg pareva incerto nei suoi progetti, e non potevasi chiaramente argomentare, se voleva passare l'Adda e portarsi sopra Milano, o passare il Po e marciare alla volta di Modena e di Bologna. Quest'armata aveva di già sparso il terrore in Firenze ed in Roma, perciocchè si temeva, che, attirati dalle ricchezze di quelle capitali, i barbari che la componevano non andassero a saccheggiarle, sapendo che non troverebbero ostacoli. Il 24 di novembre Frundsberg si avvicinò a Borgo forte sul Po, ed entrò in quella doviziosa campagna, circondata di fiumi, che chiamasi il Serraglio di Mantova. Il duca d'Urbino lo seguì, e Giovanni de' Medici lo stringeva assai da vicino col suo consueto ardore. Questi, sapendo che i Tedeschi erano scesi in Italia senza artiglieria, credevasi al sicuro dal loro fuoco: ma il duca di Ferrara aveva loro prestati quattro falconetti, alla seconda carica de' quali Giovanni de' Medici perdette una coscia. Egli fu quindi trasportato in Mantova, ove morì il 30 di novembre[241]. Sebbene nella fresca età di trentanove anni, si era di già acquistata grandissima riputazione, ed era dagl'imperiali il più temuto di quanti capitani si trovavano nell'esercito del duca d'Urbino. Il suo valore, il suo impeto eransi comunicati a tutti i suoi soldati, che per la seconda volta continuarono a formare un corpo separato indicato col nome di bande nere, perchè di nuovo mutarono le loro bandiere di bianche in nere, in segno di dolore, come avevano fatto la prima volta in occasione della morte di Leon X[242].
Siccome vedevasi ogni giorno svilupparsi in Giovanni de' Medici la scienza militare, l'antiveggenza e la giustezza delle viste; siccome ogni giorno egli andava acquistando esperienza e maturità, gl'Italiani si lusingavano di vederlo superiore a tutti i generali del secolo, e da lui solo speravano di vedere restituite all'Italia l'antica gloria delle sue armi e la sua indipendenza. Il Macchiavelli mostravasi penetrato da tale speranza in una lettera scritta al Guicciardini il 15 marzo del 1525, per essere comunicata al papa. Avrebbe voluto che Clemente VII, invece di prendere parte direttamente in una guerra che tanto lo esponeva, e che gli riusciva così fatale, ajutasse segretamente Giovanni de' Medici a formare una compagnia di ventura, in sul fare di quelle del quattordicesimo secolo; e che il Medici, seguendo questa indipendente carriera, non contasse che sulla guerra per nutrire la guerra, e lavorasse all'espulsione dei barbari dall'Italia, onde formarne per sè medesimo una potente monarchia. Ma il papa troppo ardito giudicò questo progetto, e non volle adottarlo[243].