Dopo la morte di Giovanni de' Medici il duca d'Urbino cessò di seguire e d'inquietare i Tedeschi. Questi passarono il Po il 28 di novembre, e sparsero un grandissimo terrore a Modena, a Bologna e fino in Toscana. Ma il Frundsberg, dopo alcuni giorni d'incertezza, cominciò a rimontare a piccole giornate lungo le rive del Po, saccheggiando i territorj di Modena, di Reggio, di Parma e di Piacenza. Il Guicciardini, che a nome della Chiesa comandava in queste province, pregava invano il duca d'Urbino ad accorrere in suo ajuto; questi, dopo averlo lusingato alcuni giorni, si fece dare un ordine dal senato di Venezia di non passare il Po[244].

Frundsberg non attaccava veruna terra fortificata, ma invitava il contestabile di Borbone a venire ad unirsi a lui tra Piacenza ed Alessandria; ed infatti l'ultimo giorno dell'anno stabilì il suo campo tra la Nura e la Trebbia, mentre che il Borbone faceva vani sforzi per trarre fuori di Milano la sua armata. I suoi soldati, cui l'imperatore doveva immensi arretrati, non volevano, senz'essere pagati, lasciare una città abbandonata a tutte le loro esazioni, a tutti i loro capriccj. Il Borbone, per cavare qualche danaro dai Milanesi, adoperò nuove minacce e nuovi supplicj; fece condannare Girolamo Moroni a pena capitale; ma nello stesso giorno destinato all'esecuzione, gli vendette per venti mila ducati la libertà e la vita. Il Moroni, che dopo quest'avvenimento si trattenne presso il Borbone, non tardò ad acquistarsi, colla destrezza del suo spirito, e colle estese sue cognizioni, presso di lui grandissimo credito, e di prigioniero diventò il suo più intimo consigliere e l'arbitro di tutti i suoi movimenti[245].

Il papa aveva osservato, che nel trattato datogli il 21 di settembre in Castel sant'Angelo dal Moncade erano stati sagrificati gl'interessi dei Colonna a quelli dell'imperatore; egli suppose che sarebbero egualmente abbandonati anche in seguito. Sebbene avesse richiamata la sua armata dalla Lombardia, e la sua flotta dai mari di Genova in esecuzione di quella forzata convenzione, non differì che pochi giorni a manifestare la sua collera contro i Colonna. Aveva richiamato a Roma Vitello Vitelli con alcune centinaja di cavalli, due mila Svizzeri e tre mila fanti italiani[246]. Quand'ebbe adunata questa piccola armata, la mandò ne' feudi dei Colonna, con ordine di bruciare e distruggere tutti i loro villaggi. I ridenti colli che circondano il lago d'Albano, e tutto il paese che di là stendesi fino ai confini dell'Abruzzo, vennero allora ruinati così barbaramente, che se ne potrebbero ravvisare le tracce anche al presente. Furono bruciati Marino e Montefortino, spianati Gallicano e Zagarolo, saccheggiati o distrutti altri quattordici villaggi, onde tutto lo stato romano fu inondato da una moltitudine di vecchi, di fanciulli e di donne, costretti ad accattare il pane. In pari tempo un monitorio privò il cardinale Colonna della sua dignità, e condannò tutta la sua famiglia, come colpevole di ribellione e di tradimento. Subiaco, che era il castello favorito di Pompeo Colonna venne trattato con eccessiva crudeltà; e si usò alquanto meno di rigore verso Ghinazzano, ove Prospero Colonna aveva fabbricato un magnifico palazzo. La fortezza di Montefortino e di Rocca di Papa furono le sole che resistessero a tutti gli attacchi delle truppe della Chiesa[247].

Nello stesso tempo la flotta di Cartagena, di cui erasi temuto tanto tempo l'arrivo, uscì allora dal porto, col vicerè Lannoy, trecento cavalli, due mila cinquecento Tedeschi e tre in quattro mila Spagnuoli. Clemente VII ordinò tosto ad Andrea Doria di riprendere il mare colla flotta alleata, per disputare il passo agli Spagnuoli. Ma Luigi Armero, ammiraglio de' Veneziani, era entrato a Porto Venere colla metà delle sue galere: Pietro Navarro era stazionato avanti al promontorio di san Fruttuoso, che divide il seno di Genova da quello di Porto Fino, e non aveva con sè che diciassette galere, quando, avanti il tempo ch'egli credeva, vide comparire nel mese di novembre la flotta del vicerè composta di trentasei galere. Egli non lasciò d'attaccarla, chiamando a sè Luigi Armero; ma il mare burrascoso non permise a questi d'uscire dal porto, e sottrasse bentosto la flotta spagnuola agli attacchi del Navarro e di Andrea Doria; questa per altro perdè due galere, e n'ebbe altre tre così maltrattate, che poca speranza lasciavano di poter essere salvate[248].

Il vicerè andò a ripararsi dalla tempesta e dalla persecuzione de' suoi nemici nel porto di santo Stefano nello stato di Siena. Se colà avesse sbarcata la sua truppa, e presa la strada di Roma, vi avrebbe trovata poca resistenza, e la corte del papa aveva di già perduta ogni speranza[249]. Ma il Lannoy, che giugneva allora in Italia, non sapeva con precisione quale fosse lo stato degli alleati: aveva incontrata molta resistenza per mare, e poteva aspettarne un'eguale per terra; onde giudicò più conveniente di proseguire il suo viaggio alla volta di Gaeta, ove sbarcò le sue truppe. Colà il papa gli mandò il generale dei Francescani per entrare con lui in trattato; ed il Lannoy mostrossi assai inclinato a dare orecchio alle proposizioni del papa. Dall'altro canto Francesco Guicciardini negoziava a nome del papa col duca di Ferrara; gli offriva la restituzione di Modena e di Reggio contro il pagamento di dugento mila ducati, e nello stesso tempo il comando dell'esercito della lega; ma queste proposizioni si fecero troppo tardi, ed Alfonso d'Este, che lungo tempo era rimasto dubbioso a quale delle due parti si dovesse appigliare, si era di fresco aggiustato coll'imperatore[250].

Sembrava nuovamente risplendere la speranza d'una pace generale: pareva che l'imperatore declinasse dalle sue più alte pretese, e gli alleati erano stanchi di vedere i loro sforzi seguiti da avvenimenti di così piccola importanza. Ma sebbene sembrassero d'accordo rispetto a molti punti, la complicazione degl'interessi e la lontananza de' potentati, ritardavano e contrariavano le negoziazioni. Mentre che si andavano chiedendo istruzioni a Parigi, a Madrid ed a Londra per un trattato che si negoziava in Roma, gli avvenimenti succedevansi con rapidità: e colui che aveva avuto qualche vantaggio, si affrettava di ritirare ciò che prima aveva accordato. Così passava il tempo senza ottenere verun risultamento, e l'anno 1526, ch'era stato notato da tanti patimenti e miserie, lasciava, terminando, prevedere pel susseguente maggiori mali e disastri[251].

CAPITOLO CXVIII.

Il contestabile di Borbone conduce l'armata imperiale verso la Toscana: Clemente VII, dopo avere riportato qualche vantaggio nel regno di Napoli, tratta col vicerè. Presa e sacco di Roma, Firenze torna in libertà.