1527.
L'Italia, da lungo tempo abbandonata ai guasti delle barbare nazioni, provava sempre nuove più grandi calamità. I suoi abitanti erano di già pervenuti al più alto grado d'incivilimento, avevano di già ottenuta tutta la gloria che le lettere, le arti, le scienze dovevano loro ottenere, conoscevano omai tutti i godimenti che la vita sociale può promettere, e trovavansi intanto immersi in un abisso di miserie, che dai progressi fatti fin allora erano rendute più dolorose. Pure tutti i precedenti mali erano piccola cosa a canto a quelli che apportare doveva l'anno 1527; anno di vergogna per coloro che gli oppressero, e di desolazione per loro; anno nel quale i flagelli della peste, della guerra, della fame si combinarono per istraziarli, e nel quale ognuno di loro venne aggravata da circostanze fin allora inaudite.
Quasi tutte le calamità che affliggono gli uomini s'addolciscono prolungandosi; le une sono rendute sopportabili dall'abitudine; l'esperienza insegna a prevenire le altre; gli sforzi riuniti di quelli che governano e di quelli che sono governati, ristabiliscono in breve tempo qualche ordine, anche dove tutto sembrava prima confusione ed anarchia. Ma la guerra si rende tanto più crudele per lo sventurato paese che n'è il teatro, quanto più lungamente dura. I bisogni sono i medesimi, la consumazione non diminuisce, mentre gli approvvigionamenti sono esauriti, e la riproduzione cessata. L'esazioni del precedente anno sembrano un titolo per cercarne altre simili; mentre appunto perchè si è molto pagato, mancano i mezzi di pagare ancora. Nello spirito de' soldati l'onore delle armi si va sempre più separando dalle antiche nozioni di giustizia, di morale, di umanità. Coloro che uscendo dalla casa paterna avrebbero ancora arrossito di ogni non necessaria violenza, di ogni attentato contro la proprietà, oltre a quelli che sono giustificati dalle leggi della guerra, si accostumano dopo alcune campagne a non riconoscere altra legislazione che la forza, a non curarsi del dolore e della miseria degli altri, e ad insuperbirsi della propria insensibilità. Spesso, senza che il cuor loro sia corrotto, adottano come spirito del loro stato lo spirito del più feroce loro commilitone, e l'opinione del loro corpo, invece di essere il sostegno della loro morale è un abisso nel quale vanno a cadere inavvertiti tutti i delitti. Allora essi distruggono per distruggere, maltrattano per godere degli altrui patimenti, ed il loro cuore, chiuso alla compassione, più non conserva alcuno di que' pietosi sentimenti che vi avevano fatti nascere gl'insegnamenti delle loro madri.
A tale stato di ferocia erano in allora giunti i soldati che divoravano l'Italia. Quelli che in Milano ubbidivano al Borbone avevano vissuto tutto un anno a discrezione presso gli sventurati abitanti abbandonati a tutti i loro cattivi trattamenti. Essi li tenevano legati nelle loro proprie case per istrappar loro coi tormenti tutto ciò che poteva soddisfare a' loro capricci. Facevansi giuoco di disonorare in loro presenza le consorti e le figlie: le loro orecchie eransi indurite alle disperate grida di quegli sventurati; e quando l'ospite prigioniero poteva fuggire dalle loro mani per precipitarsi da una finestra o gettarsi in un pozzo, onde mettere fine alla sua miseria, l'avaro castigliano se ne consolava, pensando che probabilmente non aveva più nulla da perdere, e prendeva un altro milanese per assoggettarlo ai medesimi tormenti.
I Tedeschi che Frundsberg conduceva in Italia, se per anco non si erano macchiati colle medesime crudeltà, erano per lo meno usciti dalla loro patria, allettati dal racconto che delle medesime era stato loro fatto. Si erano persuasi a formare un'armata non pagata, soltanto a condizione che verrebbero abbandonati alla loro discrezione i ricchi abitanti delle città. Essi conoscevano il disordine del loro imperatore, e la povertà del generale; ma si erano loro promessi i vini e le donne d'Italia, e toccava alle loro avide mani il procurarsi di per sè il pagamento de' loro servigi.
Pure questo soldo, che non era mai pagato, era loro dovuto: i mesi passavano, ed il debito riconosciuto dai loro generali si andava sempre ingrossando. Sapevano i soldati che mai non sarebbero pagati, ma non rinunciavano perciò alle loro pretese. Per lo contrario se ne formavano un diritto per iscuotere affatto il giogo di ogni disciplina. Se un capitano più umano voleva intromettersi in favore di qualche sventurato abitante, il soldato subito gli chiedeva il soldo arretrato; lo domandava pure se veniva destinato ad un servigio faticoso o disaggradevole; se riceveva ordine di uscire da un accantonamento di sua soddisfazione. Colla risposta, pagatemi, era sicuro di far tacere i suoi superiori, e cominciava di già a rendersi non meno formidabile ai suoi capi che a' suoi ospiti.
La venuta di Frundsberg faceva sperare ai generali imperiali di potere approfittare per qualche strepitoso fatto d'un'armata così formidabile come la loro, ed il proprio interesse più ancora che la compassione loro faceva desiderare di metter fine ai patimenti de' Milanesi. Ma gli Spagnuoli non vollero uscire da una città ove si erano trovati così bene, e domandavano ad alte grida i loro soldi arretrati; e volevano che i generali qualora non li potessero pagare cacciassero fuori di Milano tutti gli abitanti, che, secondo loro, gli affamavano, non ritenendo in città che le donne ed i domestici per servirli. Nello stesso tempo accorsero affollati alle chiese ed ai luoghi fin allora rispettati, e li saccheggiarono[252]. Non vi volle meno di tutta l'arte del Borbone, e di tutto il credito d'Antonio di Leiva e del marchese del Guasto per far partire alla volta di Pavia, uno dopo l'altro, i battaglioni cui potevansi pagare cinque mesi di soldo arretrato. Le tratte sopra Genova che Carlo V aveva mandate, i tributi estorti all'Italia, le somme prese a prestito o esatte sul credito di tutti i generali, tutto fu impiegato nel pagare questi cinque mesi di soldo; e il 30 di gennajo le truppe condotte da Borbone passarono il Po. Ma nell'atto che intraprendevasi questa spedizione niente rimaneva nella cassa militare nè per le spese necessarie de' trasporti, nè per pagare le truppe di Frundsberg, cui si dovevano unire quelle di Borbone[253].
Quando i due corpi d'armata si furono uniti in riva alla Trebbia, il duca di Borbone trovò d'avere sotto i suoi ordini tredici in quattordici mila Tedeschi condotti da Frundsberg, cinque mila Spagnuoli, due mila Italiani, cinquecento uomini d'armi, e circa il doppio numero di cavaleggieri[254]. La prima città che incontravano sulla strada era Piacenza. Il Borbone si trattenne in quelle vicinanze una ventina di giorni, forse sperando che gliene fossero aperte le porte dalla viltà delle truppe pontificie; o forse perch'era ancora incerto su ciò che dovesse fare. Frattanto stringeva Alfonso d'Este, duca di Ferrara, colle più calde istanze a voler dimostrare il suo attaccamento alla causa imperiale, nella quale aveva preso parte, somministrandogli artiglieria e danaro. Alfonso non temeva forse meno la vicinanza di così formidabile truppa amica, che se fosse stato in guerra coll'imperatore. Si sforzò dunque di persuadere al Borbone, che il solo partito che gli restava a prendere era quello di andare avanti, di sorprendere i suoi nemici nel centro della loro potenza o a Firenze o a Roma, e di alimentare le sue truppe in un paese sempre nuovo. Gli rappresentò che quando ancora gli riuscisse di prendere Piacenza, i vantaggi di questa conquista non sarebbero una sufficiente ricompensa del danaro, della gente e del tempo perduto per acquistarla. Il Borbone sentì l'importanza di questo consiglio, e siccome veniva accompagnato da una sovvenzione somministrata dal duca di Ferrara, il Borbone con questo danaro pagò due scudi ad ogni Tedesco di Frundsberg: questo era il primo pagamento che ricevevano i Tedeschi dopo essere entrati in Italia[255].
Il Borbone s'avviò alla volta di Bologna ma assai lentamente. La sua situazione era pericolosissima, perchè non avendo danaro per far condurre le vittovaglie, e pochissima cavalleria per procurarsene a qualche distanza, era costretto di distribuire la sua truppa sopra una vasta estensione di paese perchè potesse alimentarsi con quello che trovava. Ma il Borbone aveva che fare con un generale troppo lento e troppo cauto per temere qualche sorpresa. Il duca d'Urbino, dopo essersi lungamente consigliato se passerebbe il Po coll'armata veneziana, aveva in ultimo adottato il bizzarro progetto di tenere continuamente il duca di Borbone fra due armate, che sempre ricuserebbero di venire a battaglia. L'una davanti anderebbe sempre rinculando di mano in mano che il Borbone avanzerebbe, lasciando guarnigione in tutte le città, presso alle quali doveva passare il Borbone; e quest'armata comandata dal marchese di Saluzzo era composta di Francesi, di Svizzeri e di soldati della Chiesa. L'altra, alle spalle, comandata dal duca d'Urbino, doveva essere formata da tutte le truppe veneziane, e tenere dietro agl'imperiali a trenta miglia di distanza per inquietarli nella loro marcia, tagliar loro le comunicazioni, ed impedir loro di ricevere rinforzi[256].
Un tale progetto non era altrimenti fatto per mettere coraggio ai paesi minacciati dal Borbone, ed in particolare alla Toscana e allo stato del papa[257]. Imperciocchè l'armata del marchese di Saluzzo doveva ogni giorno indebolirsi per le guarnigioni che lascerebbe nelle città, e conoscevansi abbastanza il duca d'Urbino ed i Veneziani, onde tenere per certo, che il primo non si allontanerebbe troppo da' confini della repubblica. Ma il duca d'Urbino fermo nel suo sistema di non venire mai a battaglia, per conservarsi la riputazione d'invincibile, non era troppo facile a persuadere. Altronde aspettava per sè medesimo qualche vantaggio dallo spavento di Clemente VII e de' Fiorentini; era per lui un mezzo di ottenere la restituzione di san Leo e della contea di Montefeltro; e pretestò una leggiere febbre che lo assalì il 3 di gennajo a Parma, per farsi portare a Casal Maggiore, indi a Gazzuolo, ove si trattenne fino alla metà di marzo, lasciando libero il campo agli imperiali[258].