Mentre che il Borbone si andava lentamente avanzando verso Bologna, altre armate combattevano ne' contorni di Roma, e Clemente VII a seconda de' loro progressi regolava tali negoziazioni che ammorzavano il coraggio de' suoi generali. Il re di Francia, che incoraggiava sempre il papa colle più splendide promesse, non s'adoperava però mai perchè giugnessero in tempo nè i soldati nè i sussidj da lui promessi. Renzo di Ceri, che si era fatto un illustre nome nell'armata francese colla difesa di Marsiglia, era giunto il primo di dicembre del precedente anno a Savona con due galere francesi, e tre giorni dopo era stato raggiunto dal restante della flotta francese, ch'erasi subito portata sotto Genova colle galere del papa e di Venezia per ricominciare il blocco di quella città[259]. Renzo era poscia giunto a Roma col conte di Vaudemont, cui pensavasi ad assicurare il regno di Napoli, facendogli sposare Catarina de' Medici, nipote del papa, ch'ebbe poi sì gran nome come regina di Francia[260]. Il conte di Vaudemont era fratello del duca di Lorena, e perchè Francesco primo rinunciava ai suoi diritti alla corona di Napoli, si pensava a far rivivere nella casa di Lorena gli antichi diritti trasmessile dalla casa d'Angiò.

L'arrivo di un principe francese all'armata destinata a far l'impresa di Napoli, fece supporre al papa che il re manterrebbe finalmente le sue promesse tante volte rinnovate, e che i pattuiti sussidj, gli Svizzeri, gli uomini d'armi francesi, tutto finalmente arriverebbe. Infatti gli si diceva, che il danaro ch'egli aspettava gli sarebbe a giorni portato da messere Martino di Bellay, signore di Langei, quello che ci lasciò le più accurate memorie francesi di quest'epoca[261]. A ciò fidandosi il papa, l'armata della Chiesa sotto gli ordini di Agostino Trivulzio e di Vitello Vitelli si adunò a Ferentino, mentre che il vicerè trovavasi a Cepperano con quella di Napoli[262].

Quest'ultimo aveva raccolti circa dodici mila uomini; ma appena la metà di questo numero era di truppe di linea venute con lui dalla Spagna; le altre erano milizie del regno di Napoli, delle quali facevasi poco conto. In sul finir del precedente anno, egli le aveva condotte all'assedio di Frusolone, borgata senza mura, ma posta in una situazione naturalmente forte. Il Lannoi vi si lasciò sorprendere l'ultimo giorno di gennajo, e fu costretto di rientrare entro i confini del regno dopo avere perduta molta gente[263].

Questo vantaggio, e le istanze e le promesse dell'ambasciatore di Francia, e le speranze che dava Russel, ambasciatore d'Inghilterra, mossero Clemente VII a tentare la conquista del regno di Napoli. Renzo di Ceri con sei mila uomini doveva entrare negli Abruzzi, ravvivare il partito del conte di Montorio, ed occupare l'Aquila, che infatti gli aprì le porte: l'armata principale doveva portarsi dalla banda di san Germano sopra Napoli; e la flotta alleata, sotto gli ordini di Pietro Navarro, cui il papa fece abbandonare il blocco di Genova, doveva minacciare le coste della Campania[264].

Queste diverse spedizioni si cominciarono contemporaneamente a metà di febbrajo con non infelice successo: il vicerè, poco fidandosi de' suoi mezzi di difesa, ritirossi a Gaeta e don Ugo di Moncade a Napoli. La flotta saccheggiò Molo di Gaeta, prese Castellamare, Stabbia, Torre del Greco, Sorrento, e Salerno; Renzo di Ceri non ebbe dal canto suo minori vantaggi nell'Abruzzo, ove occupò Siciliano e Tagliacozzo[265]. Se la guerra si fosse continuata collo stesso vigore con cui fu cominciata, avrebbe potuto avere un felice fine. Ma bastava che i soldati sapessero di ubbidire a prelati, perchè pretendessero assai più che le truppe degli altri potentati, e rendessero molto minori servigi. Niun'altra armata era tanto incomoda ne' paesi amici; niun'era meno ubbidiente ai suoi capi o meno disciplinata; niuna consumava tante munizioni, o più facilmente saccheggiava i proprj convoglj; niuna era meno disposta a combattere; niuna rifiutavasi con maggiore ostinazione alla fatica ed al pericolo, nè aveva l'orgoglio di volere che i suoi capi credessero che tuttociò ch'era difficile fosse impossibile. Dall'altro canto il papa non poteva vincere nè la sua avarizia nè la sua irrisolutezza. Atterrito dalle grandi spese cui doveva supplire, lasciava che l'armata principale mancasse di vittovaglie e di danaro; ed essa per ciò nei primi giorni di marzo di già cominciava a sbandarsi. In pari tempo egli era sempre apparecchiato ad ascoltare le proposizioni di accomodamento che gli si facevano; onde l'imperatore ed il vicerè tenevano sempre alcuni loro negoziatori presso di lui. La flotta s'indeboliva a cagione delle guarnigioni che doveva lasciare nelle città che aveva occupate. Il cardinale Trivulzio ed il Vitelli, mancando di viveri e spaventati dall'insubordinazione dell'armata, si ritirarono da san Germano sopra Piperno; e Renzo di Ceri, abbandonato da una parte de' suoi soldati, lasciò gli Abruzzi per tornare a Roma. Così alla metà di marzo, la spedizione di Napoli che aveva avuto così prospero principio, non lasciava più sperare nessun felice fine[266].

Dalla banda della Lombardia i generali della Chiesa erano costretti a seguire i piani del duca d'Urbino, sebbene in lui non avessero veruna fiducia. Gli Spagnuoli del duca di Borbone, essendosi ammutinati il 17 di febbrajo in occasione di domandare il loro soldo, uccisero il loro sergente maggiore (ufficiale di un grado assai più elevato che non lo è a' dì nostri), perchè cercava di calmarli. Non pertanto il Borbone aveva potuto ricondurli all'ubbidienza, facendo loro comprendere che non avevano altri mezzi di trovare danaro che quello di continuare a seguirlo. Il 22 di febbrajo alloggiarono a san Donnino, che fu da loro saccheggiato; ed il giorno susseguente, il marchese di Saluzzo, il Guicciardini e Niccolò Macchiavelli, inviato dai Fiorentini presso al secondo, si ritirarono da Parma sopra Modena con undici in dodici mila uomini, che formavano l'armata della Chiesa[267].

Il Borbone tenne dietro all'armata che si ritirava; e come aveva attraversato lo stato parmigiano senz'entrare in veruna città, attraversò ancora i territorj di Reggio e di Modena; e di già stava per entrare nello stato di Bologna, quando l'armata veneziana passò il Po il 5 di marzo per trovarsi alle spalle de' nemici. Il duca d'Urbino non raggiunse i suoi soldati che il giorno 18 di marzo, dopo avere assicurato il senato veneto del più felice esito. Egli appoggiavasi non al valore della sua armata, di cui non voleva fare pericoloso esperimento, ma bensì all'imbarazzo de' suoi avversarj. Infatti il 14 di marzo era scoppiata una nuova sedizione fra i Tedeschi dell'armata di Borbone. Avevano tentato di ucciderlo; ed egli non si era sottratto al loro furore che col darsi ad una pronta fuga, mentre essi uccidevano un suo gentiluomo, saccheggiavano i suoi equipaggi. Il Marchese del Guasto calmò i sediziosi con qualche danaro che fece loro dare dal duca di Ferrara. Tre giorni dopo Giorgio Frundsberg, colpito da apoplessia, abbandonò l'armata[268]. Credevasi che i soldati ch'egli aveva adunati col suo credito, e che non vedevano effettuarsi le sue promesse, si disperderebbero, ma si mantennero fedeli ai loro stendardi[269].

Clemente VII trovavasi estremamente angustiato dalle difficoltà della sua posizione. Francesco I l'aveva spinto alla guerra colle più magnifiche promesse; ma non avevane attenuta una sola. Da principio non aveva mandate all'armata della lega le cinquecento lance, ed i quaranta mila ducati al mese, che si era obbligato di somministrare. Non aveva pure mandati i ventimila ducati di più al mese per la guerra di Napoli. Il papa aveva sostenuto solo per tre mesi tutto il peso di questa guerra, ed il primo pagamento mensile non era ancora terminato. Il danaro, che sapevasi trovarsi per istrada, non giugneva mai, e niuna delle tante promesse fatte si verificava. La flotta francese, incaricata di secondare l'impresa di Napoli, non era mai portata a numero. Dodici galere leggieri eransi unite alla flotta pontificia, ma erano assai male approvvigionate anche queste e senza truppe da sbarco. Tra le grosse navi che dovevano raggiugnere la flotta, le une mai non abbandonarono le coste della Provenza, altre non si avanzarono oltre Savona. Eppure tra gli alleati del papa, non trovavasene un altro che meritasse maggiore confidenza. I soccorsi dell'Inghilterra erano troppo incerti e troppo tardi; pareva che i Veneziani non pensassero che a sè medesimi; ed il duca d'Urbino non voleva adottare veruna misura che potesse salvare gli stati di Roma o di Firenze. Il Borbone omai toccava i confini della Toscana. Siena era zelante pel partito imperiale; Firenze, stanca di soffrire il giogo de' Medici, desiderava una rivoluzione. Vero è che nel regno di Napoli la lega da principio aveva ottenuti alcuni vantaggi; ma il papa più non aveva danaro per continuare una così disastrosa guerra, ed opponeva uno scrupolo di coscienza sconosciuto dai suoi predecessori alla proposizione fattagli più volte di vendere alcuni cappelli di cardinale. Il suo datario Ghiberti rispondeva il 17 di dicembre al vescovo di Bayeux, che, senza entrare in disamina intorno a ciò che vi era di vergognoso in questo mezzo, si era assicurato che non basterebbe, potendosene tutt'al più ricavare cento cinquanta mila ducati, che sarebbero bentosto consumati[270].