In tanta perplessità Clemente VII acconsentì all'ultimo alle proposizioni di accomodamento che gli aveva più volte fatte il vicerè; e malgrado il pericolo di separarsi da' suoi alleati, e di mettersi in balìa de' suoi nemici, il 15 marzo sottoscrisse con Cesare Fieramosca e Sernone, ministri del vicerè, una tregua di otto mesi, per prezzo della quale doveva pagare agli imperiali sessanta mila ducati, destinati per l'armata del duca di Borbone; oltre a che dovevano essere restituite le conquiste fatte dalle due parti, abolite le censure fulminate contro i Colonna, il cardinale Pompeo ristabilito nella sua dignità, ed il vicerè doveva venire a Roma per meglio guarentire il papa contro l'armata del contestabile. Se i Veneziani ed il re di Francia accettavano la tregua, durante la quale speravasi di negoziare un trattato di pace, tutte le truppe tedesche dovevano abbandonare l'Italia; se la rifiutavano, queste dovevano ritirarsi solamente dallo stato della Chiesa[271].

Clemente VII abbandonato dai suoi alleati quando la più formidabile armata si avanzava contro di lui, era, non v'ha dubbio, in pieno diritto di provvedere alla sua salvezza con un parziale trattato. Ma sembra che nè il papa, nè il datario Ghiberti, suo principale consigliere, nè altra persona della sua corte, abbia saputo apprezzare il pericolo dell'avvicinamento del Borbone; essendosi Clemente ridotto a trattare piuttosto per l'impazienza che gli cagionava la cattiva condotta delle sue truppe, e per l'imbarazzo delle sue finanze, che per timore degli imperiali. Da principio erasi in Roma dubitato che il Borbone non fosse per accettare la tregua sottoscritta dal vicerè, e seppesi poco dopo, che infatti l'aveva rifiutata. Pure il papa non volle ravvisare in questo rifiuto che una millanteria militare, o uno stratagemma per avere una maggior somma[272]. Avrebbe dovuto meglio conoscere la disordinata truppa con cui aveva che fare, composta di soldati non pagati, disubbidienti, indisciplinati, i quali parevano piuttosto condurre i loro generali che essere condotti da loro. Egli sapeva non meno che tutta l'Italia quale fosse stata pel corso di un anno la loro tirannia in Milano; doveva sapere che Giorgio Frundsberg detestava le superstizioni della Chiesa romana con un odio avvelenato dalle controversie religiose della Germania, e che portava in seno una funicella dorata, destinata, siccom'egli diceva, ad appiccare il papa colle sue mani[273]; non doveva ignorare che una parte de' di lui soldati era stata strascinata sotto le di lui bandiere non meno dal fanatismo della riforma che dall'amore della licenza militare; che gli Spagnuoli, fatti più avidi dalle rapine loro permesse a Milano, aspiravano a mettere la mano sulle ricchezze della più commerciante città d'Italia, e che solevano giurare pel glorioso sacco di Firenze[274]. Fu dunque improvvidissimo consiglio quello di disarmarsi nell'istante in cui fu sottoscritta la tregua e scrivere al cardinale Trivulzio che licenziasse la maggior parte de' suoi soldati; di rallegrarsi perchè quelli di Renzo di Ceri si erano dissipati spontaneamente; e di non ritenere per sua difesa che cento cavaleggieri, e circa due mila fanti delle bande nere formate da Giovanni de' Medici[275].

Il papa ed il vicerè avevano trattato di buona fede, e l'uno e l'altro soddisfecero alle reciproche convenzioni; ma il Borbone, forse non voleva, e certamente non poteva trattenere la sua armata. Dava non pertanto a credere che accetterebbe l'armistizio, se gli veniva assicurata una più ragguardevole somma di danaro da distribuirsi ai suoi soldati in pagamento di due mesi di soldo; e perchè a tale effetto ricominciavano le negoziazioni, negli ultimi otto giorni di marzo fece alcuni lavori intorno a Bologna, come se avesse voluto assediarla. Ma il 31 di marzo dichiarò al Guicciardini che non poteva più oltre contenere i suoi soldati, ed andò ad accamparsi a Ponte a Reno. Un messo del vicerè, che veniva ad intimargli l'ordine d'osservare la tregua, corse pericolo di essere ucciso dai Landsknecht, e dovette salvarsi con una pronta fuga; ed il marchese del Guasto, che si era separato dal duca di Borbone per non disubbidire al vicerè, ed aveva presa la strada di Napoli, fu con una militare sentenza bandito dall'armata[276].

Per altro i progetti del Borbone sembravano tuttavia difficilmente eseguibili: la primavera era assai tarda, ed era caduta molta neve sugli Appennini che l'armata imperiale doveva attraversare per entrare nella Toscana. Dessa trovavasi accampata tra Ferrara e Bologna in terreni fangosi e quasi affatto inondati. Per mancanza d'artiglierie e di munizioni non aveva potuto prendere veruna città, ond'era sempre sprovveduta di magazzini come di danaro, e viveva a giorno per giorno con quello che trovava nelle campagne. Attraversando un paese così sterile come gli Appennini, dove poteva supporre d'incontrare qualche resistenza, doveva necessariamente portare vittovaglie per più giorni; ed appunto per questo motivo il Borbone si trattenne lungo tempo ai confini del Bolognese e della Romagna, mostrando di voler prendere ora l'una ora l'altra strada, sempre minacciando e non avanzando mai[277].

Intanto continuavano con lui le negoziazioni; ma queste non contribuivano che a rendere diffidenti il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo, che, vedendo il papa tanto sollecito di abbandonarli, erano sempre apparecchiati a ritirarsi. Lo stesso vicerè si pose in cammino per avere un abboccamento col Borbone, ed offrirgli, per soddisfare al debito verso l'armata, oltre il danaro promesso dal papa, altre somme da prendersi sulle entrate di Napoli o sulle straordinarie contribuzioni dei Fiorentini, i quali, trovandosi esposti prima degli altri, dovevano altresì essere i primi a riscattarsi. Ma egli non osava di avventurarsi in mezzo a quella sfrenata soldatesca, e si fermò a Firenze per trattare di colà col Borbone. Dal canto suo il Guicciardini, luogotenente generale della Chiesa in tutte le province della Lombardia, faceva istanze al senato di Venezia, al duca d'Urbino ed al marchese di Saluzzo acciò che l'armata alleata tenesse dietro al Borbone; loro rappresentando, che, quand'anche fosse vero che il papa fosse intenzionato di trattare separatamente, era del loro interesse d'impedire che non venisse oppresso; perciocchè quanto più grande sarebbe la di lui paura, tanto maggiore sarebbe la quantità del danaro che da lui tirerebbe il Borbone, danaro che poi verrebbe tutto impiegato contro la lega[278].

Prima di avanzarsi negli Appennini, il Borbone ingannò i suoi nemici con nuove negoziazioni, e mentre che dal 15 al 25 d'aprile egli si avanzava per Meldola, santa Sofia e val di Bagno, fino a Pieve santo Stefano in val d'Arno superiore, lasciò che i suoi deputati presso il vicerè sottoscrivessero una nuova convenzione, in forza della quale prometteva d'allontanarsi per una grossa somma di danaro. Dall'altro canto il Guicciardini, non essendo tranquillo intorno alla di lui equivoca condotta, aveva persuasi il marchese di Saluzzo ed il duca d'Urbino in compagnia de' quali trovavasi allora in Mugello, a passare ancor essi l'Appennino. I confini del ducato d'Urbino non erano lontani dall'armata imperiale, e questo a non dubitarne, fu il principale motivo che fece risolvere il duca ad avanzarsi[279].

Ma il Guicciardini non poteva riuscire ad ispirare al papa la medesima diffidenza; quanto più grande e più spaventoso era il pericolo, tanto più Clemente VII era determinato di chiudere gli occhi per non vederlo. Quando seppe che a Firenze era stata firmata una nuova convenzione, licenziò subito il rimanente delle sue bande nere, quasi che la conservazione di questo piccolo corpo potesse servire di pretesto all'armata imperiale per venire ad attaccarlo a Roma[280]. Nello stesso tempo rimandò per mare il signore di Vaudemont a Marsiglia, e parve dopo ciò credersi in seno alla più perfetta pace.

Ciò null'ostante poco mancò che una impensata rivoluzione non salvasse Roma a spese di Firenze. Mentre che l'armata della lega doveva acquartierarsi all'Ancisa per coprire quest'ultima città, i Fiorentini, non meno spaventati de' soldati che venivano per difenderli, che di quelli che venivano ad attaccarli, domandarono delle armi al loro governo. Questa domanda venne apertamente e caldamente appoggiata da' più riputati cittadini, quali erano Niccolò Capponi, Matteo Strozzi, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini, fratello dello storico; mentre che i partigiani dei Medici, sebbene conoscessero l'avversione de' loro concittadini pel giogo che sostenevano, non osavano di far palese la loro opposizione ad un così legittimo desiderio. Essi promisero che i sedici gonfalonieri, che avevano parte nel governo, distribuirebbero il 26 d'aprile le armi alle loro compagnie; ma perchè il popolo si affollava intorno al palazzo per riceverle, essi furono atterriti dall'ardore con cui quest'armi erano domandate, e non tennero parola[281]. Nello stesso tempo i tre cardinali che in allora si trovavano a Firenze, Cortona, Cibo e Ridolfi, de' quali i due ultimi vi erano stati mandati dal papa in sul finire del 1526 onde sostenere il credito del primo, si apparecchiavano ad uscire di città col giovane Ippolito de' Medici per rendere visita ai generali dell'armata alleata, acquartierata all'Olmo, non lontano da Firenze: ciò bastò perchè il popolo supponesse, che costoro, risguardando i loro affari come disperati, abbandonassero la città. L'accidente fece nascere questo rumore tra un popolaccio ignorante; ma tutta la città era così stanca del governo de' Medici e di quello de' preti, ogni cittadino sentivasi così umiliato dalla considerazione che una repubblica coperta di tanta gloria fosse ridotta nella dipendenza di un fanciullo e di prelati stranieri, che ognuno avidamente abbracciava la speranza di mettere fine a questa tirannide. Quelli ancora che ciò non credevano, s'infingevano di crederlo, per far nascere l'occasione di scuotere il giogo. La gioventù accorse verso il palazzo, gridando, viva il popolo e la libertà! La guardia loro fece pochissima resistenza, conciossiachè si posero di mezzo i più assennati cittadini, e la persuasero a ritirarsi. Gl'insorgenti si presentarono alla signoria, capo della quale era in allora Luigi Guicciardini, gonfaloniere, fratello dello storico; la costrinsero a decretare che tutti coloro che i Medici avevano condannati per delitti di stato, verrebbero ristabiliti nelle loro prerogative; che il governo verrebbe costituito come al tempo del gonfaloniere Soderini, e che i Medici sarebbero esiliati e dichiarati ribelli[282].