I cardinali, con Ippolito de' Medici, avevano imprudentissimamente continuato il loro viaggio verso l'Olmo, sebbene avessero avviso di ciò che accadeva in Firenze. Coloro che avevano apparecchiata la sollevazione, alla testa de' quali osservavasi Pietro Salviati, che le sue ricchezze e le sue parentele chiamavano ai principali onori della città, sentivano la necessità di porre immediatamente una forte guardia alle porte, di occupare gli arsenali, di far dare il giuramento ai soldati, e di trattare colla lega per procurare il di lei appoggio alla repubblica; ma loro non fu possibile di calmare abbastanza la popolare effervescenza per ottenere attenzione ed ubbidienza; e mentre che il popolo era ancora ne' trasporti della gioja, gli altri cominciavano di già a tremare per le conseguenze d'un'insurrezione, che non si trovavano più in caso di dirigere[283].
Il Salviati ed i suoi amici avevano bensì ordinato che si suonasse campana a stormo; ma i tre cardinali erano di già tornati col duca d'Urbino, il marchese di Saluzzo e mille cinquecento fanti, avanti che si fossero chiuse le porte; questi s'incamminarono subito verso la piazza e cominciarono l'assedio del palazzo, diventato la cittadella degl'insorgenti. Forse Firenze non erasi mai trovata in più grave pericolo; imperciocchè se i Medici fossero stati obbligati a far entrare nella città l'armata alleata per impadronirsi della sede del governo, avrebbero difficilmente potuto contenere i soldati, sempre avidi di saccheggio, ed ancora più difficilmente avrebbero potuto in appresso opporli all'armata del Borbone che si avvicinava. Il Guicciardini, che sentiva tutto il pericolo della sua patria, s'interpose tra le due parti; cercò di atterrire gli uni e gli altri mettendo loro sott'occhio le conseguenze della loro ostinazione, e li ridusse ad un accordo in forza del quale gl'insorgenti abbandonarono il palazzo e lo resero ai Medici, dopo avere in contraccambio ottenuta da questi un'intera amnistia, che non fu però perfettamente osservata[284].
Il duca d'Urbino prese motivo da quest'insurrezione, che abbastanza manifestava le disposizioni de' Fiorentini rispetto al papa, per domandare che questa repubblica prendesse parte in suo proprio nome nella lega con Venezia e colla Francia; di modo che più non si trovasse compresa nelle negoziazioni che Clemente VII proseguiva anche allora cogl'imperiali. Infatti la signoria si obbligò a non conchiudere verun trattato di pace coll'imperatore senza il consentimento di tutti i confederati; ed i cardinali, luogotenenti del papa, furono costretti di aderire a questo trattato che fu sottoscritto il 28 di aprile nel palazzo de' Medici[285]. Il duca d'Urbino non approfittò meno per la lega che per sè medesimo della sua presenza in Firenze con un'armata. Egli non volle partire finchè non gli furono dalla repubblica restituite la forte piazza di san Leo, principale luogo della contea di Montefeltro, e la fortezza di Majolo. Egli le riebbe in qualche modo colla forza, senza pubblica deliberazione, e senza l'approvazione dei consigli, cui soli apparteneva il dare così fatti ordini[286].
L'insurrezione di Firenze aveva avuto principio e fine in un solo giorno; pure fu cagione agli alleati di gravissimo pregiudizio, avendo impedito alla loro armata di prendere posto all'Ancisa, e potere così più facilmente tener d'occhio il duca di Borbone; accrebbe la diffidenza del duca d'Urbino e de' Veneziani, i quali, vedendo come lo stato di Firenze era poco sicuro, temettero più che mai di allontanarsi dalle proprie province; finalmente fece loro perdere un tempo prezioso, di cui il Borbone seppe approfittare[287].
Infatti questi partì il venti di aprile, dai contorni di Arezzo, alla volta di Roma, senza artiglieria, senza carri, senza munizioni; e non si lasciò trattenere nè dalle piogge, che in quella stagione furono grandissime, nè dalla mancanza di viveri. Ottenne a Siena, in allora attaccata al partito imperiale, alcuni soccorsi, che lo ajutarono a proseguire il cammino; ma non si trattenne in quello stato, come erasene lusingato Clemente VII[288]. Nel suo cammino saccheggiò Acquapendente a san Lorenzo alle Grotte; fu introdotto in Viterbo da alcuni emigrati di quella città; occupò in appresso Ronciglione, e finalmente arrivò il 5 di maggio sotto alle mura di Roma, prima che il papa avesse voluto persuadersi della sua partenza dalla Toscana[289].
Clemente VII aveva cercato una seconda volta in quegli ultimi istanti di mettersi in su le difese; ordinò nuove leve per rimpiazzare i soldati che aveva con tanta imprudenza licenziati; vendette tre cappelli di cardinale, ma non ebbe neppure il tempo di riceverne il danaro. Domandò una contribuzione volontaria ai più ricchi abitanti di Roma; ma questi, ritenendo con avara mano effetti che presto dovevano perdere, non diedero che pochi scudi, quando trattavasi di difendere tutto il rimanente de' loro beni, l'onor loro e la vita[290].
Renzo di Ceri, della casa Orsini, era stato incaricato dal papa della difesa di Roma. Quest'uomo, che in tempo della guerra della lega di Cambrai erasi renduto illustre sostenendo l'assedio di Crema, aveva veduto la sua riputazione scemare ogni giorno. In particolare Clemente VII faceva di lui pochissimo capitale; pure, per un'imbecillità che pareva strascinarlo alla sua ruina, egli gli accordò in tale occasione la più grande confidenza. Il signore di Bellay, che arrivò in poste da Firenze per avvisare il papa della marcia del Borbone, divise con Renzo di Ceri le cure di provvedere alla difesa di Roma[291]. Per rimpiazzare gli antichi soldati, che tutti erano stati di fresco licenziati, arrolarono tra i servitori de' prelati ed i bottegai di Roma, una truppa senza coraggio e senza disciplina, ed aggiunsero alcune fortificazioni dalla banda di Borgo. Questi lavori inspirarono a Renzo tanta fiducia, ch'egli si figurò di potere opporre la più ostinata resistenza all'armata di Borbone; perciò scrisse al conte Guido Rangone, che accorreva per difendere Roma con cinque mila fanti ed un piccolo corpo d'artiglieria, che farebbe meglio di andare a raggiugnere l'armata della lega, poichè la capitale aveva tutt'al più bisogno di un ajuto di sette in ottocento archibugieri[292].
Questa lettera, scritta soltanto il 4 di maggio, non trattenne in cammino il Rangone, che aspirava alla gloria di liberare la capitale della Cristianità. Aveva calcolato di giugnervi prima del Borbone, ove questi si fosse caricato di un treno d'artiglieria; e che sarebbe sempre in tempo di unirsi ai difensori della città, ove il Borbone arrivasse prima di lui per non avere condotti cannoni. Ma il 5 di maggio il Borbone presentossi ne' prati sotto Roma, e fece da un trombetta intimare la resa alla città. Clemente VII, che in diverse circostanze aveva mostrato un'eccessiva timidezza, e che anche ultimamente aveva voluto fuggire quando l'armata napolitana si avanzava sopra Frusolone, mostrò in questa circostanza un'inesplicabile fermezza. Rimandò il trombetta con disprezzo; non volle permettere di tagliare i ponti della città, per difendersi al di là del Tevere se il Borgo veniva preso; e per non ispargere il terrore, ordinò alle guardie delle porte di non permettere che si trasportassero fuori di Roma ricchezze o mercanzie[293].
La mattina del 6 di maggio il Borbone condusse le sue truppe all'assalto contro le mura di Borgo tra il Gianicolo ed il Vaticano. Qualunque si fosse lo splendore che lo accompagnava, come generale della più potente armata che allora fosse in Europa, pare che tutta sentisse la vergogna ed il pericolo della propria situazione. Principe del sangue e ribelle al suo re; francese e traditore della sua patria; cattolico e conducente contro il papa un'armata, che era nemica della religione medesima; cavaliere ed associato ad una banda di masnadieri, non poteva dissimulare a sè medesimo che meritava il disprezzo che gli avevano manifestato gli Spagnuoli, e che gli esprimevano tutti coloro che non lo temevano. Una luminosa vittoria poteva sola coprire tanti torti a' suoi proprj occhi o agli occhi degli altri; egli voleva ottenerla, o morire combattendo; e perchè, montando all'assalto, vide che i suoi fanti tedeschi lo seguivano freddamente, prese una scala, l'appoggiò egli stesso contro il muro per incoraggiarli colla propria intrepidezza; ma appena aveva incominciato a salire, che fu colpito nelle reni da una palla di moschetto tirata dall'alto delle mura, che gli passò il fianco e la coscia destra[294]. Sentì subito che il colpo era mortale; pure conservò tanta presenza di spirito da domandare a quelli che gli stavano intorno di coprire il suo corpo col suo mantello, onde i soldati non si accorgessero della sua caduta; così egli spirò ai piedi delle mura, mentre che continuava l'assalto[295].