La morte del Borbone non si potè tenere lungamente nascosta ai soldati; ma invece di scoraggiarli, parve eccitarli alla vendetta. Gli Svizzeri della guardia del papa avevano difese le mura valorosamente, ed una batteria posta sull'alto del colle, che prendeva di fianco gli assedianti, loro uccideva molta gente; ma una densa nebbia, che si levò dopo che il sole apparve sull'orizzonte, impedì agli artiglieri di ben dirigere i loro colpi. Gli Spagnuoli ne approfittarono onde entrare in città per alcune piccole case attigue alle mura; dall'altro canto i Tedeschi superarono le trincee, e s'impadronirono del baluardo. Prima di riuscirvi gli assalitori avevano avuto un migliajo d'uomini uccisi, ma ne fecero orribile vendetta su quella parte della gioventù romana che combatteva sotto le insegne de' proprj caporioni, e che trovavasi chiusa tra gli Spagnuoli ed i Tedeschi. Fu uccisa tutta senza pietà, sebbene la maggior parte di questi giovani avesse gettate le armi, e domandasse la vita in ginocchioni[296].
Durante la battaglia, Clemente VII stava pregando innanzi all'altare della sua cappella in Vaticano. Quando le grida de' soldati gli annunciarono la presa della città, fuggì dal suo palazzo in castel sant'Angelo pel lungo corridojo che, innalzato su doppia muraglia al di sopra delle più alte case, attraversa tutta la città Leonina, e dà comunicazione al Vaticano colla fortezza. Lo storico Paolo Giovio, che seguiva Clemente VII, teneva rialzata la di lui lunga veste perchè potesse più speditamente camminare, e l'aveva coperto col suo cappello e col suo mantello violetto, per timore che il papa, attraversando il ponte che lo lasciava vedere a discoperto, non fosse riconosciuto pel suo rocchetto bianco, e preso di mira da qualche furibondo soldato. Da tutta la lunghezza del corritojo Clemente VII vedeva al di sotto di sè la miserabile fuga de' suoi, ed i barbari che inseguendoli gli assassinavano a colpi di picche e di alabarde. Sette in otto mila romani vennero uccisi in questo primo giorno[297].
Dopo essere entrato in castello, il papa aveva ancora tempo di fuggire pel ponte degli angeli che era sotto la protezione della sua artiglieria, di attraversare le strade di Roma sotto la scorta della sua cavalleria, e mettersi in salvo. La fresca memoria della sua cattività in Castel sant'Angelo doveva fargli sentire quanto quest'asilo fosse mal sicuro; ma lo spavento ond'era compreso non gli permise di passare più avanti; egli si lasciò chiudere coi cardinali ed i prelati del suo seguito in castel sant'Angelo; ove Filippo Serbelloni collo spagnuolo Mendanez lo assediarono[298].
L'armata che si precipitava in Roma, contava in allora quaranta mila uomini. È bensì vero che Frundsberg non aveva condotti che quattordici mila landsknecht, ai quali si erano uniti in Lombardia sei mila Spagnuoli; ma vi si era in appresso aggiunta l'infanteria italiana del Calabrese Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga, chiamato il Rodomonte. Inoltre aveva quest'armata raccolti lungo il cammino moltissimi cavaleggieri, il di cui comando era stato dato a Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ed a Ferdinando Gonzaga; erasi ingrossata coi disertori dell'armata della lega e coi soldati licenziati dal papa, coi banditi e coi vagabondi, erranti prima per tutti i paesi che aveva attraversati, e chiamati sotto le sue bandiere dall'allettamento del saccheggio[299].
Il Borgo di Roma ed il quartiere del Vaticano furono subito saccheggiati; ed in quella prima ebbrezza della vittoria il sacrilego furore de' soldati parve meno ributtante, sebbene non avesse risparmiati nè i conventi, nè le chiese, nè il palazzo del papa, nè il tempio di san Pietro, cattedrale del mondo cristiano. Ma i soldati, non contenti delle ricchezze di questi due quartieri, presero ancora d'assalto quello di Transtevere, e perchè i ponti non erano stati tagliati, trovaronsi padroni di tutta Roma, ove Luigi Gonzaga fu il primo ad entrare per ponte Sisto alla testa dell'infanteria italiana[300].
Forse giammai nella storia dell'universo si troverà che una grandissima capitale sia stata abbandonata a più atroce abuso della vittoria; giammai una potente armata si formò di soldati più feroci, e più intolleranti del giogo d'ogni militare disciplina; nè mai il sovrano, nel di cui nome cotesta armata combatteva, era stato più indifferente alle calamità dei vinti. Non bastò già il lasciare in balìa della rapacità de' soldati tutte affatto le ricchezze sacre e profane dalla pietà dei popoli o dalla loro industria adunate nella capitale del mondo cristiano, che ancora le persone degl'infelici abitanti furono abbandonate al capriccio, e alla brutalità di sfrenata soldatesca. Mentre che le donne di ogni condizione erano vittima dell'incontinenza de' vincitori, coloro che rendevansi sospetti di avere ricchezze nascoste, o credito presso gli altri, erano posti alla tortura, ed obbligati con prolungati tormenti a vuotare le borse degli amici che potevano avere in altri paesi. Molti prelati morirono in mezzo ai tormenti; molti altri, dopo essersi riscattati, morirono in conseguenza de' sofferti strapazzi, della loro afflizione, o del loro spavento. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali senza che i soldati volessero distinguere i guelfi dai ghibellini, o accordare una salvaguardia a coloro ch'erano conosciutissimi pel loro attaccamento al partito imperiale. Soltanto fu ad alcuni permesso di riscattarsi col danaro; e perchè i mercanti avevano deposti i proprj effetti nelle loro case supponendo di porli in luogo sicuro, questi mercanti pagarono spesso enormi somme per sottrarle ai soldati. La marchesa di Mantova riscattò il suo palazzo per cinquanta mila ducati, e si dice che suo figlio ne toccasse per la parte sua dieci mila. Il cardinale di Siena, dopo avere pagata la propria taglia agli Spagnuoli, fu fatto prigioniero da' Tedeschi, spogliato d'ogni avere, battuto e forzato di riscattare nuovamente la sua sola persona con cinque mila ducati. La stessa sventura toccò ai cardinali della Minerva e di Ponzetta. Nè i prelati tedeschi o spagnuoli furono da' loro compatriotti risparmiati più che gl'Italiani. Udivansi eccheggiare in tutte le case le grida ed i pianti degl'infelici esposti alla tortura; le piazze avanti a tutte le chiese erano sparse d'arredi d'altari, di reliquie e di tutte le cose sacre, che i soldati buttavano in terra dopo averne strappato l'oro e l'argento. I luterani tedeschi, aggiugnendo alla cupidigia il fanatismo religioso, si sforzavano di mostrare il loro disprezzo per le pompe della chiesa romana, e di profanare tuttociò che rispettavano que' popoli ch'essi dicevano idolatri. Per altro passati i primi giorni di furore, ne' quali essi avrebbero voluto uccidere tutti coloro che avevano impugnate le armi, i Tedeschi più non isguainarono la spada; anzi si addolcirono in modo, che i loro prigionieri si poterono riscattare a bassissimo prezzo. Allora ad altro più non pensarono che a bevere, ad ammassare danaro ed a distruggere i quadri e le statue che loro sembravano monumenti d'idolatria. Ma infinitamente più avidi e più crudeli erano gli Spagnuoli; la loro sete dell'oro mai non iscemava, e perchè il loro cuore era affatto chiuso alla pietà, andavano moltiplicando i tormenti per costringere i loro prigionieri ad iscuoprire tuttociò che tenevano nascosto. Gl'Italiani e specialmente quelli dell'Abruzzo imitavano i vizj delle due nazioni cui si erano associati, e senza pareggiarli nel valore, cercavano se non altro di essere egualmente crudeli ed empj[301].
Il cardinale Pompeo Colonna entrò in Roma due giorni dopo presa la città, per godere dell'umiliazione di Clemente VII. Fu seguito da una folla di contadini dei suoi feudi, che poco prima erano stati barbaramente saccheggiati per ordine del papa, e che si vendicarono saccheggiando tutte quelle case di Roma, ove restavano ancora i meno preziosi effetti che non avevano tentata l'avidità de' soldati. Per altro Pompeo fu compreso da profondo dolore, quando vide la miseria in cui aveva contribuito a precipitare la sua patria; aprì la sua casa a tutti coloro che vi si vollero rifugiare, riscattò col suo danaro i cardinali prigionieri senza distinzione di partito amico o nemico, e salvò la vita a tanti miserabili, che, avendo ogni cosa perduta, sarebbero senza di lui periti di fame[302].
Lo stesso giorno in cui l'armata imperiale era entrata in Roma, il conte Guido Rangone era giunto fino a Ponte Salario co' suoi cavaleggieri ed ottocento archibugieri. Se la città avesse resistito soltanto ventiquattr'ore, sarebbe arrivato a tempo per difenderla e per salvarla. Quando seppe l'accaduto si ritirò fino ad Otricoli per riunirvisi al restante della sua truppa. Il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo camminavano assai più lentamente: erano partiti soltanto il 3 di maggio da Firenze, ed il marchese non arrivò ad Orvieto che il giorno 11, di dove fece un tentativo per cavare di notte il papa da castel sant'Angelo; ma non riuscì, perchè Federigo da Bozzolo, che conduceva il distaccamento, si ferì cadendo di cavallo. Il duca d'Urbino giunse ad Orvieto cinque giorni più tardi, perchè, in passando, volle fare una rivoluzione in Perugia, di dove scacciò Gentile Baglioni, partigiano de' Medici, per darne il governo ai figliuoli di quel Gian Paolo Baglioni che Leon X aveva fatto morire[303].
Pretese il duca d'Urbino di non poter tentar nulla, perchè, avendo allora passata in revista la sua armata, non trovò che diciassette mila combattenti invece di trenta mila che doveva averne. Pure sotto qualunque altro capo quest'armata sarebbe bastata per iscacciare gl'imperiali da Roma, perciocchè i soldati spagnuoli e tedeschi, perduti nelle dissolutezze d'ogni maniera, più non ubbidivano alla voce de' loro capitani, e non avevano verun rispetto per Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ch'essi avevano eletto loro capo invece del contestabile di Borbone. Non si volevano a nessun patto staccare dal saccheggio per soddisfare a verun ufficio militare, e quando un falso allarme faceva chiamare al campo i soldati, niuno veniva a porsi sotto le bandiere[304].