Infatti il 17 di maggio i giovani Medici, accompagnati dal cardinale di Cortona, da Filippo Strozzi e da molti loro amici, partirono da Firenze senza strepito e senza violenza, e si trattennero la prima notte a Poggio a Cajano, magnifica villa fabbricata da Cosimo de' Medici. Nel susseguente giorno andarono a Pisa, la di cui fortezza avevano promesso di consegnare alla signoria con quella di Livorno. Veramente in allora sentirono qualche dispiacere di un accomodamento, che i loro amici tacciavano di debolezza, e per non essere forzati ad eseguire la convenzione, si sottrassero a quelli che gli accompagnavano, e ritiraronsi a Lucca[319]. Ad ogni modo i comandanti delle fortezze non tardarono a consegnarle ai commissarj della repubblica[320].

Questa repubblica risorgeva dopo un lungo letargo. La balìa, creata da' Medici nel 1512, e che sotto la loro direzione aveva fin allora governato lo stato, adunò il consiglio de' cento, e gli propose di ordinare il ristabilimento della costituzione popolare, qual era nel 1512; cosicchè la rivoluzione si fece ne' modi voluti dalle leggi, e venne sanzionata dalla legittima autorità; dopo ciò la balìa abdicò spontaneamente l'autorità che le era stata affidata[321].

La signoria che allora sedeva, il consiglio de' cento, e tutti i magistrati erano stati nominati da' Medici, e generalmente si conservavano affezionati a quella famiglia. Ma l'intera città, desiderosa di rientrare nel godimento della sua libertà, affrettava co' suoi voti il giorno in cui sarebbe governata da cittadini da lei scelti. I più ardenti, tra i quali distinguevasi come loro capo Anton Francesco degli Albizzi, avrebbero voluto che con aperta forza si cacciassero fuori di palazzo Antonio Nori, uomo affezionatissimo a' Medici, e tutta la signoria. Non sarebbero queste, dicevano costoro, che giuste rappresaglie delle violenze usate contro il perpetuo gonfaloniere Pietro Soderini; ma altri più saggi cittadini persuasero il popolo ad aspettare, ed in pari tempo fecero sentire al consiglio de' cento la necessità di affrettare il giorno in cui il gran consiglio sarebbe legittimamente adunato. La sala delle adunanze di questo consiglio era stata da' Medici destinata ad uso di caserma pei soldati, e bisognava distruggere le interne muraglie che vi si erano alzate. Tutta la nobile gioventù fiorentina (che tale nome erasi di già sostituito a quello più glorioso di cittadini) diede mano al lavoro. Ognuno aspirava all'onore di contribuire ad atterrare questo monumento della schiavitù della patria. La sala del supremo consiglio fu ripristinata e ripulita; indi da' preti aspersa di acqua santa, e consacrata con una messa solenne; sicchè il 21 di maggio vi si potè finalmente ragunare il consiglio generale, nel quale si contarono due mila dugento settanta cittadini fiorentini[322].

In tale consiglio i liberi suffragj del popolo elessero gonfaloniere di giustizia Niccolò Capponi, il quale doveva restare in carica tredici mesi, e dopo questo termine poteva essere riconfermato. Fu eletta una nuova signoria per restare tre mesi in funzione, perchè si volle che col primo giugno subentrasse in luogo delle creature de' Medici, invece di aspettare fino al primo di luglio. Lo stesso gran consiglio elesse ancora i decemviri della libertà e gli otto signori della guardia; creò di nuovo il consiglio degli ottanta, destinato a mantenere l'equilibrio tra il governo ed il popolo. Tutti questi magistrati, veri rappresentanti de' loro concittadini, vennero installati nelle loro funzioni, ed il 2 di giugno una solenne processione di tutti i membri del governo e di tutto il clero, seguita dalla folla de' cittadini, andò in tutte le principali chiese a ringraziare Iddio della ricuperata libertà[323].

CAPITOLO CXIX.

Il Lautrec conduce un'armata francese sotto Napoli, e lo blocca; vittoria ottenuta dalla sua flotta su quella degli Spagnuoli; malattia nel suo campo, sua morte, e capitolazione della sua armata. Andrea Doria passa al partito imperiale, e cambia il governo di Genova.

1527 = 1528.

Nel quattordicesimo secolo, mentre i papi tenevano la loro corte in Avignone, dessi erano i soli tra i potentati che non temessero d'avvilupparsi in perpetue guerre. Qualunque si fossero le disgrazie delle loro armate, essi non soffrivano nulla dalla desolazione de' loro popoli, dal saccheggio delle loro città, o anche della loro capitale; stando in Avignone, non si accorgevano de' patimenti intollerabili dell'Italia; le grida del popolo non giugnevano fino a loro per isforzarli a fare la pace; e sempre erano circondati da cortigiani, da ministri, da interessati adulatori, i quali, non potendo migliorare la propria fortuna che colla guerra, sforzavansi di far loro credere, che l'onore, la religione, gl'interessi della fede e quelli della Chiesa richiedevano la continuazione delle ostilità. Ciò che nel quattordicesimo secolo era una particolare condizione della Chiesa Romana, in principio del sedicesimo era quella di tutti i monarchi della Cristianità, ad eccezione del solo papa. Dopo che gli stati eransi molto aggranditi, la guerra non oltrepassava mai i loro confini, e non metteva mai in pericolo l'esistenza de' re.