Carlo V, in età di ventisette anni, aveva di già fatto prigionieri il re di Francia, quello di Navarra, ed il papa; pure fin allora mai non si era posto alla testa di veruna delle sue armate; egli non conosceva il terribile spettacolo di un campo di battaglia, nè la miseria o la desolazione di una città presa d'assalto, nè i prolungati tormenti de' borghesi presso i quali acquartierava senza pagarla un'armata. I suoi cortigiani si davano ogni cura per celare all'invincibile Augusto le particolarità che avrebbero potuto affliggerlo; lo andavano intrattenendo intorno agl'interessi della sua gloria: Carlo V teneva dietro a' progetti della sua ambizione; e quando la prodigalità della sua corte, o l'assurdo sistema delle sue finanze facevano mancare il danaro necessario ai generali per terminare un'intrapresa, tutti facevansi un dovere di dissimulare le calamità d'una lontana provincia, o le rappresentavano quale necessaria conseguenza d'una magnanima politica. In appresso Carlo V condusse egli stesso le sue armate; allora sentì meglio la necessità della pace, e la sua ambizione dovette spesso piegare in faccia alle circostanze. Ma i di lui successori, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, che mai non uscivano dalle solitudini dell'escuriale, ed erano inaccessibili agli occhi di tutti, sordi a tutte le lagnanze, a tutti i gemiti, mai non rinunciarono ai loro ambiziosi progetti nè per timore, nè per compassione. Perchè mai non videro la guerra, la fecero continuamente; mai non conobbero le calamità che cagionarono pel corso di un secolo, oppure non vollero aver pietà mai delle altrui miserie. Furono visti protrarre d'uno in altro anno il sacco delle città, i guasti delle campagne, pel possedimento d'una miserabile provincia, per una sterile prerogativa, per una contesa d'etichetta, o talvolta ancora per infingardaggine, perchè non sapevano prendere una risoluzione.

Enrico VIII, re d'Inghilterra, che nella stessa epoca aveva in Europa acquistata una così grande preponderanza, era ancora più che i monarchi di casa d'Austria lontano da' pericoli della guerra; il di lui popolo non ne conosceva il peso che per l'accrescimento delle sue spese; e la vanità d'Enrico VIII veniva lusingata dall'importanza militare che si era acquistata. Figuravasi, secondo il comune errore de' re, che, sebbene non si mostrasse mai alle armate, poteva non pertanto raccogliere gloria dalle battaglie vinte in suo nome, sebbene non vi avesse dato veruna prova nè di talento, nè di valore.

Fino alla battaglia di Pavia, Francesco I era stato egualmente sordo alle lagnanze de' popoli, ed insensibile alle loro calamità. Gloriavasi d'avere liberati i re di Francia dalla tutela de' paggi (hors de pages), ossia di essersi condotto a seconda delle sue fantasie senza ascoltare le rimostranze, o senza consultare gl'interessi de' suoi sudditi. Egli non era insensibile, e la vista de' patimenti da lui cagionati avrebbero potuto commoverlo, se l'estrema sua leggerezza e la sua estrema inclinazione per i piaceri non avessero sempre distratta la sua attenzione da' suoi doveri. Mentre le sue armate si disperdevano per non essere pagate; che le sue città mal provvedute e peggio difese venivano prese d'assalto; che le requisizioni de' suoi generali facevano che in Italia si avesse in orrore il nome della Francia; egli prodigalizzava alle sue amanti il danaro dello stato, dissipava in feste inutili i tesori che sarebbero bastati per difendere l'indipendenza e la gloria nazionale. Finalmente la cattività aveva tutt'ad un tratto manifestato a Francesco I, e l'esistenza della sventura, e i pericoli del suo regno, ed il bisogno che i suoi popoli avevano della pace. Dopo quest'epoca aveva perduta l'antica sua confidenza nella propria fortuna, il suo allegro carattere aveva sentito gli effetti della calamità; ed egli, obbligato a continuare la guerra, lo aveva fatto senza ardore, e sempre desiderando, sempre cercando una pace che gli restituisse i suoi figliuoli, e facesse cessare quello stato d'inquietudine e di timore in cui si trovava.

Ma una dura esperienza può cambiare un carattere debole ed incostante, senza per altro riformarlo. Francesco I nella sua prosperità intraprendeva la guerra con leggerezza, ed in appresso la trascurava per instabilità di carattere: dopo avere provata la disgrazia, ascoltò i consiglj di una timidità fin allora a lui sconosciuta; prima di tutto più non volle esporsi; e desiderando la pace, non seppe vedere che uno de' mezzi di ottenerla era quello di spingere vigorosamente la guerra nel momento favorevole. Egli mai non seppe risolversi a dare agl'Italiani quegli ajuti che gli avrebbero fatto infallibilmente trionfare; lasciò che fossero oppressi, prima di muoversi di buona fede, e le loro perdite, cagionate dalle sue lentezze, gli costarono assai più sangue e danaro che non abbisognavano due anni prima per ottenere le più luminose vittorie. Le afflizioni, abbattendo il suo coraggio, non distrussero il suo gusto per i piaceri, l'abitudine del dissipamento era inveterato in lui; la distrazione sembravagli tanto più necessaria, quanto maggiori erano le sue inquietudini; ed una continuata applicazione era per lui diventato un insopportabile peso. I suoi amori, la sua galanteria non lo occupavano meno che avanti la prigionia, e la loro influenza non gli fu dopo quest'epoca meno funesta[324].

Giammai le calamità della guerra non avrebbero dovuto far desiderare più vivamente la pace ai sovrani, che dopo la presa di Roma. Gli è il vero che l'imperatore aveva fatta un'insperata conquista, ma l'aveva ottenuta con un'armata che da molto tempo egli non era più in istato di pagare, e che in certo modo non era più dipendente da' suoi ordini. I suoi soldati ben potevano ruinare affatto i suoi nemici; ma essi più non conoscevano i di lui ordini, nè ubbidivano ai di lui generali, nè gli davano veruna guarenzia per l'avvenire. Così Carlo V dopo il sacco di Roma si trovava tanto lontano dal compimento de' suoi progetti, quanto lo era prima della guerra. Dal canto loro gli alleati avevano sperimentato quanto poco dovessero fidarsi gli uni degli altri; avevano veduto che ognuno di loro cercava di rigettare sui suoi alleati il peso della guerra, e di sottrarsi all'adempimento delle più positive obbligazioni; avevano veduto che il loro generale, il duca d'Urbino, giugneva sempre a tempo per essere testimonio delle calamità delle loro province, giammai per prevenirle; e ben potevano essere persuasi che il generale esaurimento, che la vicendevole diffidenza, e che lo scoraggiamento delle truppe, andrebbero ogni anno crescendo senza ch'essi potessero apporvi rimedio.

La notizia della presa e del sacco di Roma comprese d'orrore e di spavento tutta l'Europa. Lo stesso Carlo V non volle agli occhi de' suoi sudditi rendersi risponsabile delle atrocità commesse in suo nome. Fece sospendere le feste che erano state ordinate in Ispagna per la nascita di suo figlio Filippo; ordinò preghiere per la libertà del papa, come se non fosse in sua mano l'accordarla; e scrisse il 2 di agosto al re d'Inghilterra ed a tutti gli altri sovrani, per giustificarsi di una violenza, che protestava essere stata commessa contro il suo volere[325].

Ma d'altra parte i re di Francia e d'Inghilterra, partecipando ai sentimenti de' loro sudditi e di tutta l'Europa, sembravano disposti a vendicare il papa ed a rendergli colla forza delle armi una libertà ch'egli non aveva perduta che per essere stato da loro abbandonato. Il cardinale Wolsey partì da Londra il 3 di luglio per venire ad abboccarsi in Amiens con Francesco I. Cammino facendo, ricevette le proposizioni che Carlo V avea fatte per la pace generale dopo la notizia degli affari d'Italia, e sebbene le sue proposizioni si avvicinassero alle domande di Francesco I, i due re non vollero accettarle. Il 18 di agosto sottoscrissero un trattato d'alleanza, il di cui scopo era di far rimettere in libertà il papa ed i due figli del re di Francia, fissando il prezzo del riscatto degli ultimi due a due milioni di scudi d'oro, lasciando la Borgogna a Francesco I, ed il ducato di Milano alla casa Sforza. Domandò Enrico VIII che il comando dell'armata francese che scenderebbe in Italia si confidasse al signore di Lautrec, e promise di pagare trentadue mila ducati al mese per le spese della guerra[326].

Nello stesso tempo il cardinale Cibo invitava i cardinali suoi confratelli, che non si trovavano in potere degli Spagnuoli, a riunirsi a Bologna o a Parma, sebbene il re di Francia preferisse Avignone, per occuparsi della liberazione del capo della Chiesa, e per impedire che gli atti che gli si potessero strappare colla violenza in tempo della sua prigionia, non riuscissero pregiudicievoli alla Cristianità. Dopo qualche dubitazione il collegio de' cardinali si adunò a Parma, e di là cominciò a trattare in nome della Chiesa romana cogli alleati[327].