Il cardinale de' Medici aveva sperato di essere secondato da tutto il partito imperiale. Era stato il principale ed il più esperto ministro di suo cugino Leon X; anzi quello che lo aveva persuaso a fare alleanza coll'imperatore; i successi della guerra di Lombardia venivano in gran parte attribuiti ai suoi consiglj ed alla sua abilità; ed egli solo poteva aggiugnere alla potenza della Chiesa quella della repubblica fiorentina di cui era capo. Ma Giulio aveva nel sacro collegio e nel partito dell'impero un rivale, come lui militare prima di essere prelato, giovane come lui, e non meno di lui ambizioso; questi era Pompeo Colonna, il quale piuttosto che favorire il Medici parve apparecchiato a darsi al partito francese. Di già costui rappresentava ai suoi colleghi la vergogna di portare un bastardo sulla santa sede; poichè Giuliano, fratello del magnifico, non era mai stato marito d'Antonia del Cittadino, dalla quale era nato Giulio il 26 maggio del 1478. Ricordava le crudeltà commesse da Leon X dopo scoperta la supposta congiura di Petrucci, e faceva sentire il pericolo di perpetuare la dignità pontificia nella stessa famiglia[10].
Mentre i cardinali andavano opponendo l'intrigo all'intrigo, ogni mattina, come è l'usanza dei conclavi, procedevano ai voti intorno a qualche nuovo soggetto che loro si proponeva. Uno di loro, il giorno 9 di febbrajo, nominò il cardinale Adriano Florent, vescovo di Tortosa, Fiammingo, il quale era stato precettore di Carlo V, e che l'imperatore aveva ultimamente nominato governatore di Castiglia. Adriano nato in Utrecht il 7 maggio del 1458 da padre fabbricatore di tappeti o di birra, non era mai venuto in Italia, e non sapeva la lingua italiana, non conosceva verun cardinale, aveva mostrato poco ingegno nell'amministrazione affidatagli dal suo illustre alunno, e pareva esservi così poca apparenza per la sua elezione, che tutto lo squadrone del Medici (così veniva chiamato il suo partito) senza volerlo gli diede il suo voto. Il cardinale di san Sisto prese da ciò motivo per encomiarlo lungamente, e perchè i cardinali desideravano d'uscire di prigione, gli diedero i loro suffragi quasi senza riflettere, e lo nominarono così inconsideratamente, che non potendo in appresso giustificare innanzi a sè medesimi o agli altri la loro imprudenza, l'attribuirono a subita inspirazione dello Spirito Santo[11].
Non fu che in sul declinare d'agosto che il nuovo pontefice, il quale prese il nome d'Adriano VI, arrivò in Italia per prendere possesso della tiara. Ne' primi nove mesi dell'anno la Chiesa fu amministrata a nome del sacro collegio de' cardinali da una signoria somigliante assai a quella delle antiche repubbliche toscane. Tiravansi a sorte ogni mese tre priori tra i membri del sacro collegio, i quali formavano il governo. Ma questi prelati mal d'accordo fra di loro, ed ogni mese mutando sistema, non erano in istato di difendere il potere papale. Ad altro non pensarono che a guadagnare tempo ed a mantenere un'apparente pace, pel quale oggetto conchiusero un armistizio col duca d'Urbino, che pose fine alle rivoluzioni dell'Umbria[12].
Il cardinale de' Medici, umiliato dalla esclusione dal pontificato, e credendosi tradito dal partito imperiale, tornò per mare a Firenze, ove temeva di trovare compromessa la sua autorità; fece il suo ingresso il 21 di gennajo del 1522, portando il corrotto di suo cugino, e cogli indizj in fronte della tristezza e del sospetto[13]. In fatti i repubblicani di Firenze credevano giunto l'istante di ricuperare la libertà della loro patria; il signore di Lescuns loro prometteva l'appoggio del re di Francia; le sue truppe dovevano entrare in Toscana per la via della riviera di Genova, nello stesso tempo che Renzo di Ceri vi giugnerebbe dalla banda di Siena. Il duca d'Urbino ed i Baglioni favorivano caldamente un progetto che doveva vendicarli dei Medici. In Firenze queste pratiche erano dirette da Giambattista Soderini, nipote del cardinale di Volterra, e del gonfaloniere perpetuo. Ingrossava il suo partito la società de' poeti e de' filosofi, che diede tanta celebrità agli Orti Rucellai, nei quali si adunava. Vi si contavano Luigi Alamanni, Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de' Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e per ultimo Niccolò Macchiavelli che loro dedicò i suoi Discorsi sopra Tito Livio, e la sua arte della guerra. Educati ne' medesimi principj desideravano tutti la libertà di Firenze, ma non avevano verun odio personale contro il cardinale de' Medici, anzi accordavano che di tutta la sua famiglia era quello che si era più dolcemente e cittadinescamente comportato nella sua amministrazione, onde preferivano di ricuperare i loro diritti con un compromesso piuttosto che di strapparglieli colla forza[14].
Il cardinale de' Medici che conosceva la propria debolezza, e la necessità di accarezzare i suoi avversarj, convenne che il supremo potere male s'accordava colle sue funzioni ecclesiastiche, e colla carriera che gli era aperta alla corte di Roma, dando voce d'essere apparecchiato a rinunciarlo. I giovani patrizj degli Orti Rucellai diedero facilmente fede alle speranze che loro dava il cardinale, ed invece d'agire contro di lui, si ristrinsero a meditare intorno alla migliore costituzione da darsi alla repubblica all'atto che si rinnoverebbe; fu questo l'argomento di tre opere politiche del Macchiavelli, di Zanobio Buondelmonti, e di Alessandro de' Pazzi, tutte dedicate al cardinale de' Medici[15].
Frattanto il signore de Lescuns, troppo occupato in Lombardia, e lasciato dal re di Francia senza danaro, aveva abbandonato il progetto d'entrare in Toscana per lo stato di Genova. Renzo di Ceri si era ostinato nell'assedio del piccolo castello di Turrita nello stato di Siena, e non passò mai oltre. Il partito francese, ch'era quello della libertà, andava declinando in tutta l'Italia, onde il cardinale de' Medici credette giunto il momento favorevole di trarre d'inganno coloro che avevano potuto lusingarsi ch'egli renderebbe alla sua patria la libertà. Fu arrestato un corriere francese mandato a Renzo di Ceri, dal quale il cardinale si procurò con un sacrilegio la manifestazione del suo segreto, mandandogli in prigione invece del confessore da lui domandato, una spia della polizia vestita da prete. E per tal modo venne in cognizione della corrispondenza di Giacomo di Diaceto con Renzo di Ceri. Giacomo, posto in prigione il 22 di maggio, e minacciato di tortura, confessò quello che ancora non si sapeva, d'avere voluto assassinare il cardinale perchè avesse ingannato i repubblicani con fallaci speranze. L'interrogatorio del prevenuto essendo stato differito di ventiquattr'ore, i di lui amici, Luigi Alamanni il poeta, e Zanobio Buondelmonti ebbero il tempo di salvarsi; ma un altro Luigi Alamanni subì l'ultimo supplicio con Jacopo di Diaceto il giorno 7 di luglio. I figli di Paolo Antonio Soderini dovettero fuggire, ed i loro beni furono sequestrati; mentre il loro zio, Pietro Soderini, ch'era stato gonfaloniere perpetuo, moriva in Roma il 14 di giugno, lasciando eterno desiderio di sè presso tutte le persone dabbene[16].
Le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Toscana erano opera degl'Italiani, ma l'influenza loro era limitatissima; per lo contrario quelle della Lombardia erano opera degli oltremontani, e da queste dipendevano non solo la futura sorte dell'Italia, ma ancora quella dell'Europa. Francesco I colla sua inconsiderata prodigalità aveva lasciato che si perdesse nel precedente anno lo stato di Milano, mentre il suo cancelliere Duprat aveva con nuove imposizioni, con intollerabili estorsioni e colla vendita de' beni della corona, raccolto assai più danaro che non sarebbe abbisognato per mantenere la più formidabile armata. Francesco tutt'inteso a' suoi amoreggiamenti ed alle feste che dava alle sue amiche, dissipava il danaro strappato a' suoi popoli, o lasciava che sua madre ne disponesse, compromettendo l'onore nazionale colle sconfitte delle sue armate, e col mancare a tutte le convenzioni fatte co' suoi alleati. Vantavasi d'essere il primo re di Francia, che si fosse liberato dalla tutela de' suoi familiari, perchè disponeva solo, ed a voglia sua di tutti gli scrigni de' suoi sudditi, mentre che prima di lui le domestiche spese de' suoi predecessori erano a carico de' beni della corona, ch'essi non si facevano lecito d'impegnare, concorrendo liberamente alle spese della guerra i tre ordini dello stato. Ma il vescovo di Beucaire non dubitò di dire che Francesco cambiò la libertà francese in una miserabile schiavitù; e le sciagure provocate sul di lui regno mostrano abbastanza che colla libertà de' suoi sudditi sagrificò pure la personale sua gloria ai suoi capriccj[17].
La gloria nazionale era stata pure sagrificata in altra maniera da lui e da' suoi predecessori all'ingrandimento della sua autorità o di quella de' gentiluomini. Era stato severamente vietato l'uso delle armi al terzo stato, onde tenerlo in una assoluta dipendenza dai suoi padroni: erasi con ciò renduto vile ed incapace di servire nelle armate, di modo che era cosa maravigliosa il vedere una delle più valorose nazioni dell'Europa ridotta a non avere fanteria nazionale. I suoi re erano forzati di ricorrere agli Svizzeri per tutte le loro guerre, perchè, ad eccezione degli uomini d'armi tutti presi tra la nobiltà, la Francia non aveva soldati. La Svizzera, che non contava l'ottava parte della popolazione della Francia, le somministrava i suoi battaglioni; ma per ottenerli, bisognava che i Francesi si ponessero in balìa della venalità, dell'orgoglio, dell'incostanza di que' montanari, renduti arroganti dal vedersi accarezzati da tutti i sovrani. Francesco I, che di fresco aveva perduto Milano per la loro mala fede, fu ridotto a mercanteggiare separatamente con ogni cantone, e profondere doni tra i loro magistrati, a promettere pensioni agli uomini che avevano fra loro maggiore riputazione, e ad inghiottire senza lagnarsene la loro arroganza. A questo prezzo Renato, bastardo di Savoja, gran maestro di Francia, e Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, persuasero nella primavera del 1522 circa due mila Svizzeri a passare il san Bernardo ed il san Gottardo per iscendere in Italia[18].
Dal canto suo il Lautrec adunò la cavalleria francese dispersa nella pianura lombarda; la riunì presso Cremona all'armata veneziana comandata da Andrea Gritti e da Teodoro Trivulzio; poi andò ad unirsi agli Svizzeri, ed il primo giorno di marzo passò l'Adda per venire ad accamparsi con tutta la sua armata due sole miglia lontano da Milano[19].